GIORNALI/ Soldi pubblici alla “libera stampa”, cosa succede con la crisi di governo

- Nicola Berti

C’è un aspetto che meriterà attenzione nello sviluppo della crisi politica: l’atteggiamento dei giornalisti e dei loro editori

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C’è un aspetto – a suo modo simbolico – che meriterà attenzione nello sviluppo della crisi politica: l’atteggiamento dei giornalisti e dei loro editori. Sono loro i produttori professionali di informazione e opinione politica, ma formano anche un settore industriale oggi in fortissima difficoltà (gli ultimi dati diffusionali per il mese di giugno hanno segnalato una spirale drammatica). È per questo che l’editoria giornalistica è stata un pezzo di azienda-Italia fra i più esposti, negli ultimi 14 mesi, al confronto con il Governo giallo-verde ora giunto al capolinea. 

Per affrontare i problemi della “media industry” nazionale, la presidenza del Consiglio ha addirittura indetto “Stati Generali dell’Editoria”, aperti personalmente dal premier Giuseppe Conte. I lavori – non ancora chiusi – sono stati affidati al sottosegretario Vito Crimi: quindi alla diretta competenza di M5s (la stessa della politica industriale e del lavoro, in capo al vicepremier Luigi Di Maio). Il filo rosso delle sessioni è stata una strutturale tensione polemica fra Crimi e le diverse rappresentanze dei giornalisti, a cominciare dal sindacato unico Fnsi: che dopo un sostanziale boicottaggio degli Stati, ha preannunciato da poco dei “Contro-Stati” per l’autunno. 

I giornalisti (discretamente spalleggiati dai loro editori) hanno posto la crisi di mercato dei loro media in termini rigidamente politici: il Governo – qualsiasi Governo – non può non prestare aiuti pubblici a una “libera stampa” che rivendica il ruolo quasi esclusivo di infrastruttura democratica. Crimi, dal canto suo, ha sempre ribattuto che i problemi dell’informazione italiana vanno affrontati anzitutto in chiave industriale: nel 2019 il Governo – qualsiasi Governo – di una democrazia di mercato non può pensare di sovvenzionare direttamente le imprese editoriali “status quo” (oggi in Italia tutte private, quotate in Borsa, controllate da importanti poteri finanziari). Il Governo giallo-verde – ha sempre detto Crimi – è invece disponibile ad agevolare il cambiamento dell’editoria giornalistica nazionale: la riaggregazione dei gruppi tradizionali e il loro inserimento attivo a livello globale, le start-up, l’innovazione digitale, l’evoluzione professionale, la flessibilizzazione del mercato del lavoro.

Due episodi hanno concretamente segnato il muro contro muro fra giornalisti auto-asserragliati contro un Governo accusato di liberticidio della stampa e un esecutivo – in versione pentastellata – restio a finanziare “ad aziendas” la corporazione giornalistica e potentati editoriali (famiglie Agnelli, De Benedetti, Caltagirone, Berlusconi, Rieffeser oltre a Intesa Sanpaolo). Il rinnovo del sussidio statale a Radio Radicale è stato alla fine solo provvisorio, pur dopo violente campagne d’opinione da parte del fronte politico-giornalistico. M5s ha comunque sempre tenuto il punto sull’inaccettabilità di un aiuto pubblico strutturale, assegnato da 25 anni senza gara a una testata singola, per svolgere un presunto “servizio pubblico” nei fatti già affidato alla Rai e finanziato dai contribuenti con un canone.

Di altro livello politico-industriale è pero certamente il caso Inpgi. L’ente previdenziale dei giornalisti, da anni privatizzato, ha visto i suoi conti peggiorare in parallelo con la crisi del settore. Da un lato si è fatto netto lo squilibrio fra entrate contributive in calo (molti esuberi, poche assunzioni) e uscite in aumento (per prepensionamenti e allungamento della vita media dei pensionati). Ma non poco ha pesato anche l’impegno crescente dell’istituto come ammortizzatore sociale diretto nei numerosi stati di crisi aperti (esemplare il caso del Sole 24 Ore: il quotidiano edito dagli industriali italiani è costantemente sussidiato dall’Inpgi dal 2012). 

Per fronteggiare la crisi dell’Inpgi giornalisti ed editori hanno chiesto al Governo di dirottare dall’Inps la gestione contributiva dei comunicatori pubblici e privati. L’ipotesi è stata formalmente adottata da Claudio Durigon, sottosegretario leghista al ministero del Welfare, retto da Di Maio. Nodi tecnici a parte, il recente “decreto crescita” l’ha tuttavia ignorata. Ha dato invece all’Inpgi pochi mesi di tempo per evitare il commissariamento presentando un autonomo piano di riassetto. La pressione politica M5s è stata fino all’ultimo evidente: anche nella pretesa di sostituire subito i due consiglieri di nomina governativa nel consiglio Inpgi, entrambi tuttora designati dal precedente esecutivo di centro-sinistra.

L’impasse politica investe ora direttamente questa impasse industriale: forse anche più complessa e sensibile di quelle che possono riguardare ArcelorMittal piuttosto che Alitalia. Ed è una situazione che promette ora di essere di estremo interesse per la lettura della crisi politica attraverso le mosse dei grandi media tradizionali, condizionate da premesse molto articolate. 

Continua a spiccare, anzitutto, “l’effetto Durigon”: il difensore politico delle pensioni dei giornalisti (e delle sovvenzioni agli editori) è un infiltrato leghista nella tana di Governo del leader pentastellato. Ma mai come negli ultimi giorni – almeno a scorrere le grandi prime pagine –  il “nemico da abbattere” appare proprio il leader leghista Matteo Salvini. Ancora: il voto anticipato e il suo esito più accreditato – la nascita di un Governo a guida leghista – sembra sulla carta condizione favorevole allo sblocco della “soluzione Durigon” per l’Inpgi e all’uscita di scena di Crimi e del populismo M5s anti-stampa tradizionale. Viceversa la possibile nascita di un Governo Pd-M5s toglierebbe dai tavoli una soluzione gradita a giornalisti ed editori, ma timbrata dalla Lega e terrebbe presumibilmente aperti gli Stati Generali che M5s considera l’unico tavolo di negoziato possibile fra Governo, editori e giornalisti. 

Ma al netto delle specifiche opportunità private dei singoli editori e della reale disponibilità di M5s a rimangiarsi la propria linea: quale spettacolo politico-industriale darebbe una maggioranza “democratica” che rifinanziasse “a pie’ di lista” i grandi gruppi editoriali (oltre a Radio Radicale) come ha fatto nella scorsa legislatura Luca Lotti, braccio operativo di Matteo Renzi? E una nuova pioggia una tantum di contributi pubblici risolverebbe davvero i problemi dei media italiani? E in cambio di questi vedremo davvero editori e giornalisti ammorbidirsi verso la forza politica anti-Tav, anti-autonomie, pro-reddito di cittadinanza? Quei grillini che hanno offerto voti determinanti per l’elezione di una gregaria di Angela Merkel al vertice della commissione Ue? Quell’Europa che potrebbe tornare a pretendere dall’Italia il solito rigore? Per tutti: anche per editori e giornalisti.

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