GIUSEPPE GUARINO/ L’euro non vale la patria: in memoria di un amico

- Giulio Sapelli

Il 17 aprile si è spento Giuseppe Guarino (1922-2020), tra i massimi giuristi del secondo dopoguerra. Il ricordo dell’amico Giulio Sapelli

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Giuseppe Guarino (1922-2020) (LaPresse)

Giuseppe Guarino ci ha lasciato raggiungendo la luce. Quella luce che continuava ad avvolgerlo quando era divenuto inesorabilmente cieco e doveva ricorrere – per farsi leggere le pagine che si sapeva più potevano interessarlo – alle cure che si hanno nei confronti di un Maestro e di un amico.

Quando si potrà meditare sulla sua vita, si ritroveranno nella sua biografia le sfide e le divisioni che si posero dinanzi a quelle generazioni che, sino al declivio degli anni tra il primo e il secondo millennio, continuarono a pensarsi e ad essere le classi non solo dominanti, ma dirigenti della nostra Italia. 

Queste classi si divisero nel tempo dell’entrata dell’Italia nell’euro, non in Europa, ricordiamolo, e una parte di esse divenne subalterna al gioco di potenza che i Trattati dell’Unione velano e potenziano grazie alla sottrazione di sovranità per via tecnocratica e non democratica di cui fanno le spese gli Stati nazionali più deboli. Così seguendo le linee maestre della storia mondiale e non solo europea. Per questo la vita di Guarino disvela, attraverso il suo formidabile pensiero e la limpidezza del suo operare, la vita stessa della storia europea di questo ultimo secolo.

Giuseppe Guarino si trovò, nei primi anni del decennio Novanta del Novecento, a essere per breve tempo prima ministro delle Partecipazioni statali e poi ministro dell’Industria. E lì comprese che ciò che era accaduto nel plesso di anni che vanno dalla fine del decennio Settanta all’inizio di quello Ottanta del Novecento era stato decisivo.

Il divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro, avvenuto nel 1981, era stato preceduto nel 1978 dall’adesione allo Sme. Ad essa Andreotti, di fatto contro l’opinione della stessa coorte dirigente di quella Banca d’Italia di cui Guarino fu sindaco per vent’anni, costrinse il Parlamento e l’Italia ad aderire (famoso rimane il discorso di Luigi Spaventa, per il Pci, alla Camera dei Deputati il 12 dicembre del 1978 e la polemica con Andreatta, poi autore istituzionale, appunto, di quel divorzio).

Il tutto non era avvenuto a caso, Guarino lo capì prima di molti e questo segnò una svolta nella Sua attività di giurista, di studioso, di italiano. La sua esperienza di governo a cui era stato chiamato per l’altissimo livello della sua opera di giurista – che spaziava dal diritto costituzionale a quello amministrativo a quello pubblico dell’economia e in cui lascia tracce importantissime – non poteva continuare, allorché gli si pose dinanzi la scelta delle privatizzazioni.

Contrario ad esse, scelse però come dovere istituzionale di tentare una linea di condizionamento (e io in tutta modestia, credo grazie al libro pubblicato nel 1992, scritto con Francesca Carnevali – un’allieva carissima prematuramente scomparsa e apparso nella collana dell’Isvet, l’ufficio studi dell’Eni di allora – fui da lui chiamato a scrivere alcuni studi che in seguito consegnai, anni dopo, al professor Umberto Colombo e a Carlo Azeglio Ciampi, quando fui nominato consigliere d’amministrazione dell’Eni su segnalazione di Vincenzo Visco).

Contrario alla linea che a quel tempo prevalse, tentò, dunque, di condizionarla, cercando d’inverare la creazione di ancor più grandi gruppi strategici privati a partecipazione statale (con quote da negoziare volta a volta non impedendone la valorizzazione borsistica anche su piazze non italiane). Esemplare fu la proposta, a cui lavorammo intensamente, di unire Eni ed Enel in un’unica grande compagnia energetica, ben sapendo che la buona managerialità era possibile tanto con l’allocazione privata dei diritti di proprietà quanto con quella pubblica. Il tentativo fallì e da allora le nostre vite si riunirono solo in alcune occasioni sempre via via più calorose e commoventi.

Prevalsero le privatizzazioni “a spezzatino”, nella linea voluta dall’allora ex presidente dell’Iri, Romano Prodi, ch’era simile a quella argentina e post-sovietica, con addirittura l’eliminazione che ne seguì di alcune grandi presenze italiane allora prestigiose nelle popolazioni economico-organizzative dei mercati internazionali, come era del resto già accaduto con la sconfitta del grande disegno di Schimberni nell’industria chimica e su cui oggi disponiamo dei primi studi incontrovertibili.

Guarino affrontò con lo stesso spirito le vicende dell’euro e dell’Unione Economica Europea, di cui sin dall’inizio scrisse in testi indimenticabili, che dovranno essere non solo raccolti e curati ermeneuticamente, ma anche continuati.

Il punto di vista di Guarino era quello che ha ricordato Paolo Savona in un articolo su Il Sole 24 Ore facendo giustizia di altri scritti in memoria apparsi su di lui. Il suo giudizio era fondato sulla convinzione di Baffi, e poi dello stesso Savona, che un’area di moneta unica che concatenava nazioni a diversissimo gradiente di produttività, non poteva che accrescere le divergenze economiche e sociali. I trattati internazionali che regolavano e regolano un’Unione Economica Europea siffatta, non poteva virtuosamente sostituire una Costituzione che era impossibile far accettare dai popoli (i referendum fallirono sia in Francia, sia in Olanda) e i regolamenti di funzionamento dei Trattati che sostituivano e costituivano, insieme, ordinamenti non giuridici ma di fatto, non potevano che essere il trionfo di una linea europeista conservatrice e non riformista, come egli invece auspicava (e anche qui Savona ha ben ricordato il pensiero del Maestro).

Guarino sino all’ultimo dei suoi giorni si è vissuto e ha vissuto come un combattente, un patriota, nella fiducia e nell’aura che può dare all’uomo solo l’amore della scienza e il rispetto socratico degli amici alla luce dell’intelligenza.

Un lascito potente e limpido, come la sua vita.

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