GIUSTIZIA/ Viola “capolista” per la Procura di Milano: prove di tregua in Csm

- Stefano Bressani

Si apre la successione a Greco alla Procura di Milano. La lista delle candidature è passata inosservata, ma suscita invece qualche riflessione

palazzo giustizia
Il Palazzo di Giustizia di Milano (Lapresse)

La lista delle candidature per la successione a Francesco Greco come capo della Procura di Milano è passata quasi inosservata. È stata largamente surclassata dalla cronaca robustissima sulla riforma della giustizia e sulla crisi della stessa Procura ambrosiana: approdata al Csm con il “caso Storari” e culminata in un avviso di garanzia allo stesso Greco da parte della Procura di Brescia.

È stato così, d’altronde, che la crisi conclamata della magistratura nazionale – esplosa con il “caso Palamara” – ha visto spostare il suo baricentro dalla Procura di Roma a quella di Milano. E proprio l’avvio ufficiale della corsa per il posto di capo dell’ufficio milanese (che Greco lascerà in novembre per limiti di età) sembra fornire ora indizi di grandi lavori in corso – interni all’ordine giudiziario – per sedare la guerra intestina fra correnti del Csm e raggiungere una tregua, utile anzitutto a puntellare la credibilità istituzionale della magistratura.

Scorrendo la lista  dei magistrati che hanno depositato la loro candidatura per la seconda Procura italiana, spiccano anzitutto due assenze per nulla annunciate: quella dei capi delle Procure di Catanzaro, Nicola Gratteri, e di Napoli, Giovanni Melillo. Il primo soprattutto: magistrato mediatico per eccellenza dalle trincee anticamorra in Calabria; addirittura candidato ministro della Giustizia nel governo Renzi. Una colonna di “Area”, la corrente di sinistra che ha raccolto l’eredità di Magistratura democratica: come del resto Melillo, capo di gabinetto del ministro Andrea Orlando nel governo Renzi. Perché hanno dato forfait per Milano?

La risposta ufficiosa che ha preso a circolare negli ambienti politico-giudiziari è che Gratteri si sarebbe orientato verso la prossima successione a Federico Cafiero de Raho alla Direzione nazionale antimafia, mentre Melillo – magistrato ancora relativamente giovane – non avrebbe ritenuto opportuno mettere in gioco una posizione importante come quella ricoperta a Napoli da quattro anni. Non è però inverosimile – di qui un primo valore segnaletico – che entrambi abbiano giudicato incerto l’esito della partita milanese, in quanto “tesserati Area”: appartenenti quindi a una corrente ancora forte non più egemone nel Csm; e, anzi, imputata di primo livello nel turbolento “processo” in corso a trent’anni di commistioni fra politica e magistratura e di eccessi mediatici.

Di questo “sistema” (per usare il titolo del bestseller firmato da Luca Palamara e Alessandro Sallusti) la Procura di Milano è considerata fondatrice, fin dal passaggio originario di Mani Pulite.  E Greco è l’epigono di quella stagione: e la sua uscita di scena – tormentata sul piano mediatico-giudiziario in misura probabilmente immeritata –  riassume tutte le tensioni che si sono radicalizzate nel tempo attorno al Palazzo di giustizia milanese, non meno che al suo interno. La clamorosa assoluzione dei vertici Eni da parte del Tribunale, il “caso Amara-Davigo-Storari” e la lettera di sfiducia a Greco da parte della maggioranza dei suoi 72 pm non hanno bisogno di chiose o commenti.

L’identikit del prossimo procuratore capo di Milano sembra quindi disegnarsi attorno a una figura esterna, non iscritta o simpatizzante di Area. Non può dunque sorprendere che nella lista dei candidati risaltino il procuratore generale di Firenze Marcello Viola (di Magistratura Indipendente, la corrente più moderata del Csm) e il capo della procura bolognese Giuseppe Amato, esponente di Unicost (corrente centrista a lungo guidata da Palamara prima della rottura). Gli altri sette nomi  comprendono parecchi pm provenienti dalla “scuola milanese”: fra cui Maurizio Romanelli (l’unico tuttora “interno”), Luigi Orsi (pm in Cassazione); Roberto Pellicano (capo a Cremona), Nicola Piacente (capo a Como).

A completare i ranghi di partenza: il capo di Pordenone, Raffaele Tito, l’aggiunto torinese Cesare Parodi e il capo di La Spezia, Antonio Patrono. Nessuno sembra comunque in grado di superare il girone eliminatorio in Csm: anche se a Patrono, esponente di MI, in passato presidente Anm e membro togato del Csm qualche scarno rumor attribuisce qualche chance: presumibilmente nella prospettiva di un compromesso particolarmente difficile.

Se tuttavia la lista finale delle candidature non sarà diversa da quella iniziale, sembra impossibile non riconoscere in Viola il “front runner” per curriculum e in Amato il suo unico sfidante credibile: tanto più che i criteri di scelta per i grandi incarichi direttivi sono il cuore della polemica politica che ha investito il Csm con il “caso Palamara”. Di più: Viola è di per sé il trait d’union fra il caso Roma e il caso Milano.

È di venerdì scorso l’atto ennesimo della lunga guerra scoppiata due anni fa attorno alla successione a Giuseppe Pignatone al vertice della Procura capitolina. Il Consiglio di Stato ha infatti respinto il ricorso di Michele Prestipino – da due anni procuratore capo di Roma con i voti di Area e di Autonomia e Indipendenza di Piercamillo Davigo –  contro una sentenza che invece aveva accolto le ragioni di Viola: il quale due anni fa era pure in corsa per Roma e che da allora contesta in tutte le sedi la scelta del Csm a favore di Prestipino (ritenuto in possesso di minori titoli).

Non è solo Viola nel tenere aperto il fronte romano, nei fatti alla base del “caso Palamara”: c’è anche il procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi (MI), a lamentare un sorpasso illegittimo da parte di Prestipino nel ballottaggio finale in Csm. Lui pure era e resta alla ricerca di una promozione (di un “risarcimento”) nel risiko dei grandi incarichi giudiziari italiani.

È stato comunque Viola a calare ora la carta della candidatura per Milano: mentre i “campioni” di Area hanno preferito non giocarla. E se veramente il magistrato agrigentino dovesse infine approdare al quarto piano del “palazzaccio” milanese è chiaro che calerebbe subito di molto la temperatura attorno al “caso Prestipino” (difeso a oltranza anche da Pignatone, nel frattempo divenuto capo della magistratura inquirente della Santa Sede).  La successione a Greco potrebbe quindi chiudere – nell’immediato –  i fronti più esposti della Grande Crisi della magistratura: e avviare quindi già dall’autunno una fase di decantazione di cui tutti i protagonisti della “transizione giudiziaria” sembrano aver bisogno. Naturalmente la partita è appena iniziata.

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