Godspeed You! Black Emperor/ Baraonda sonora per gli ex profeti del post rock

- Lucio Valentini

Il live milanese dei Godspeed You! Black Emperor convince a metà: evocano ancora atmosfere uniche, ma ora i crescendo sono prolissi e anonimi

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Foto di Chiara Conti

Torna una vecchia leggenda del rock alternativo ai Magazzini Generali, i Godspeed You! Black Emperor. Il nome del gruppo canadese viene da un vecchio film giapponese su una gang di rider. Sono una decina di elementi: oltre a una classica strumentazione rock con più chitarre e due batterie, c’è un violino e un violoncello, più altri suoni registrati.

Il locale è pieno, anche se l’ingresso costa 30 euro. I Godspeed suonano un genere spesso definito post rock: alla strumentazione del rock classico si aggiungono o sottraggono altri elementi. I pezzi sono lunghi, spesso oltre i 10 minuti, al concerto ne faranno 6.

Sul palco, illuminato da luci calde e soffuse, c’è poco più di una penombra. Si parte, con Hope drone. Scritta Hope proiettata sullo schermo, i Godspeed iniziano in sordina con soltanto violino e violoncello in azione. Poco dopo si arrivano gli altri. Quattro tra chitarre e basso e una delle due batterie: sul palco ci sono una cinquantina tra pedali e distorsori, e in pochi minuti si scatena una baraonda sonora.
Sono in forma, tengono dieci strumenti a piena potenza per svariati minuti di fila. In fondo non avranno neanche 50 anni. Però, come nelle altre reunion di gruppi storici del rock indipendente (ce ne sono state molte negli ultimi anni) non è la foga giovanile a mancare, ma le idee.
Il problema è che i pezzi nuovi non sono al livello dei precedenti. Ora la loro musica indulge nel caos, e i loro suoni non riescono più a evocare un mondo cupo, un’apocalisse in fieri o appena avvenuta, come racconta la loro fama.

È diventata semplicemente una musica rumorosa: i loro crescendo sono melodici, e il modo in cui si evolvono, con gli strumentisti scaricano a terra tutta la potenza disponibile, lascia tutt’al più una sensazione di liberazione. Non bastano i decibel, ed era questo che distingueva i Godspeed dagli altri gruppi post rock: non sono mai stati un gruppo che ripeteva loop in crescendo d’intensità sperando che diventassero convincenti.

I Godspeed erano bravi a mischiare in una sola, lunga traccia momenti ambient e spoken word con strumenti del rock che dialogano con una viola e un violoncello. Nelle tracce c’era una cavalcata mai prolissa che terminava in una nuova oscurità, in scricchiolii, cigolii, suoni familiari per un mondo post fallout atomico, come dicono molti critici. Essere post-rock, in sé, non vuol dire niente, se non si sa cosa si è diventati: i Godspeed, al loro meglio, sono una nuova idea di orchestra, davvero originale.
La band ha sempre evocato una terra desolata, ma il racconto era organizzato. Ora gli apici dei loro crescendo, col volume in distorsione, durano un bel po’, come se fossero un semplice gruppo noise o shoegaze. Il risultato non è così convincente.

Quando però il suono riesce davvero a urlare, e intorno gli strumenti si dispongono sapientemente, la cosa funziona. Succede almeno una volta, e forse vale il pezzo del biglietto. È bello agitare la testa, come fa parte del pubblico, mentre il suono riverbera, lo senti vibrare dentro. Ma le cavalcate sono azzeccate solo a volte, a volte restano dei leziosi esercizi progressive.
I momenti migliori del concerto sono le miniature orchestrali, dei momenti timidi vicini alla musica da camera, spesso a opera di violino e violoncello, dove gli strumenti si limitano al loro piccolo ruolo (e molti di essi restano in silenzio). Quello peggiore è quando al gruppo si uniscono due sassofonisti (una dei due aveva aperto il concerto con una solo cacofonica carina molto applaudita). Con l’aggiunta di suoni da free impro jazz, il caos è davvero eccessivo.
A malincuore, devo dire che vince la nostalgia. East Hastings, un loro vecchio classico del 1997 col quale chiudono il concerto, è accolta dal pubblico con grida di giubilo e domina nettamente sulle nuove tracce. I rumori che intervallano la chitarra blues, che suona giusto 2, 3 note tra lunghe pause, sono frutto di uno sforzo orchestrale di tutti gli altri musicisti e evocano davvero un’atmosfera unica: elegante, ovattata, cupa. Il loro marchio di fabbrica, quello per cui li ricorderemo in attesa che sfornino qualcosa di meglio.

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