GOVERNO CONTE BIS/ L’ex M5s: l’accordo col Pd è la fine per i grillini…

- int. Nicola Biondo

Conte di nuovo a Palazzo Chigi, appoggiato da Pd-M5s. Fino all’ultimo tutto può saltare, ma Casaleggio e di Maio pensano ormai solo alle poltrone

Italia 5 Stelle
Davide Casaleggio con Beppe Grillo e Luigi Di Maio (LaPresse)

Conte di nuovo a Palazzo Chigi, appoggiato da Pd ed M5s. È davvero remota la possibilità che tutto salti, dopo la moral suasion esercitata dal Quirinale per avere un governo M5s-Pd il prima possibile. Ieri pomeriggio Di Maio e Zingaretti si sono visti a Palazzo Chigi e in serata c’è stato il previsto incontro tra Conte, Di Maio, Zingaretti e Orlando. Nicola Biondo, ex capo della comunicazione di M5s, ha visto nascere il Movimento e ha assistito alla sua metamorfosi in partito personale di Casaleggio e Di Maio. Poi ne ha raccontato la storia, i retroscena, i trucchi e l’inganno in Supernova e Sistema Casaleggio, entrambi scritti con Marco Canestrari.

L’accordo M5s-Pd sta prendendo forma.

Ogni accordo politico ha sempre avuto parti occultate, perfino segrete. Nemmeno questo ci deluderà. Ci saranno aspetti folli, atroci, divertenti le cui conseguenze vedremo solo col tempo. Non chiedermi però una previsione: non sono il Mago Otelma…

Che cosa c’è da prevedere ormai?

Per esperienza personale posso dire che quando c’è di mezzo M5s, tutto è possibile. Fino all’ultimo secondo tutto può saltare. La posta è molto alta.

Di quale posta stai parlando?

Questa è l’ultima chiamata per il Movimento. O meglio, per il partito di Davide Casaleggio e Luigi Di Maio, perché il Movimento non esiste più da anni. Intendo dire l’ultima chiamata per restare al governo. Non ci torneranno più, il 32 per cento se lo sognano.

C’è un aspetto che lascia tutti interdetti. Un patto con il Pd va contro tutto quello che la base 5 Stelle vuole o pensava di vedere.

Da anni non seguo più le sciocchezze di chi ancora discute se M5s sia di destra o di sinistra. Non è né l’una né l’altra cosa, è invece il braccio politico di un imprenditore privato che prima di decidere cosa fare guarda al fatturato. Davide Casaleggio ha sempre valutato la consistenza della rete di relazioni che ogni mossa gli poteva offrire.

Ma cosa dirà la base?

Alcuni parlamentari più importanti di altri, e di simpatie non proprio sinistrorse, hanno detto chiaramente che stavolta non servirà passare da Rousseau. Siamo all’abiura dell’abiura.

Ovvero?

Che M5s fosse la democrazia diretta è una sciocchezza che avevamo capito tutti; democrazia diretta sì, dai server di Casaleggio. Ma non passare da Rousseau, è l’ultima abiura. Qualcuno dirà che non c’è il tempo per far digerire agli iscritti l’accordo col Pd.

Gran pare dei quali resta favorevole all’accordo con la Lega.

La gestione di M5s ha fatto strame di ogni logica e ciò che vediamo oggi è la morte del primo Movimento, quello vero. Questo accordo con il Pd sarà la definitiva consacrazione di questo modo di agire. Oppure faranno votare gli iscritti dicendo che si tratta di un referendum consultivo. In ogni caso il re è nudo. Parliamo di un partito ormai morente.

Quali saranno le conseguenze?

Questa è l’aspetto più interessante. Il conflitto di interessi di Casaleggio è venuto ormai allo scoperto. Subirà uno stop per mano del Pd? Oppure lasciarlo in ombra sarà un prezzo dei tanti che il Pd pagherà per tornare al governo? Come si collocheranno, nella loro nuova veste, i comunicatori di M5s, Davide Casaleggio, Pietro Dettori e Rocco Casalino? Quale “stress test” imporranno all’alleato? La conflittualità nella comunicazione sarà uno dei problemi giganteschi da risolvere nello stesso accordo di governo.

E poi vengono le partite vere. Quali interessano di più M5s?

Tutte: dai ministeri, dove i veri posti chiave sono quelli dei sottosegretari, alle nomine negli enti pubblici. Su tutto però incombe un problema di prospettiva. Come affronterà il Pd al governo i vincoli di bilancio insieme a M5s? E le grandi opere? Potremmo continuare.

Il gioco non dura, dunque?

Può durare, ma sarà usurante per tutti.

Anche per il Partito democratico.

Sì e ho l’impressione che non l’abbiano capito. Qualcuno (Pierluigi Castagnetti, ndr), sostenendo che la discontinuità la fanno i programmi, ha perfino paragonato Berlinguer, che avrebbe preferito Moro ma accettò Andreotti, al Pd che dovrà accettare Conte. È pazzesco.

Casaleggio e Di Maio si sono legati a Conte in un modo che appare indissolubile. Come se avessero finalmente trovato l’uomo delle istituzioni che M5s non ha mai avuto e che non può permettersi di perdere.

È così, ma questo la dice lunga. In passato M5s aveva altri campioni, Rodotà la Costituzione la conosceva, non avrebbe mai detto che il populismo è scritto nella nostra Carta. Ora tocca a comparse buone per un film di Totò e per di più con il curriculum taroccato.

Quanto pesa oggi Grillo in M5s?

Zero. Dice tutto quello che serve al momento opportuno per infastidire Di Maio e tutti coloro che nel vertice di M5s lo hanno messo ai margini.

Il suo doppio endorsement a Conte vuol dire che Di Maio stava pensando di tornare con la Lega?

A Di Maio interessa soltanto la propria carriera politica, crearsi uno spazio per sopravvivere all’implosione elettorale di M5s, che prima o poi arriverà. Ma chi decide è Casaleggio, Di Maio è soltanto il suo amministratore delegato. Quando M5s rischierà di scomparire potrà dedicarsi alla ristrutturazione del Movimento in partito. Nel frattempo, si parla di temi più nobili e urgenti.

Vale a dire?

Di terzo mandato, di garanzie sulle ricandidature…

(Federico Ferraù)

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