GOVERNO-REGIONI/ Covid e riaperture, l’accordo politico che conviene a tutti

- Lorenza Violini

L’incontro di Draghi con i presidenti delle Regioni ha fatto emergere, tra le sfumature, le due posizioni contrapposte, ma anche la necessità di trovare un accordo politico

Draghi-Regioni
Vertice Governo Draghi con le Regioni (LaPresse)

Che rapporto c’è tra le ireniche quanto oscure dichiarazioni che hanno fatto seguito all’incontro tra il Governo e i presidenti delle Regioni avvenuto ieri – tra fughe in avanti sui vaccini, richiesta di aperture mirate, dipendenza da quello che dicono i “dati”, introduzione di nuovi meccanismi, e molto altro ancora – e la sentenza della Corte costituzionale che ha asserito essere dello Stato la competenza in tema di interventi di emergenza durante una pandemia, competenza che si fonda sulla materia “profilassi internazionale” di spettanza esclusiva statale?

Lo spiega bene Giulio Salerno nel suo commento alla sentenza citata, la 37 del 2021, quando afferma che non è necessario procedere alle riforme costituzionali evocate da molti e finalizzate a togliere alle Regioni alcune (alcuni dicono molte)  funzioni in materia sanitaria; la Costituzione non è una pagina bianca da cui non emergono implicazioni in caso di emergenza sanitaria. La legislazione su questo aspetto è di spettanza dello Stato ma, come spesso accade, tocca poi alle Regioni mettere in atto quanto lo Stato decide con legge.

Né si tratta solo di un rapporto tra chi ordina e chi obbedisce. In questo caso, chi obbedisce (es. le Regioni) dispongono di tutti i poteri – anche legislativi – di organizzazione rispetto al loro servizio sanitario (non a caso, “regionale”) da cui emerge la necessità di procedere secondo il principio di leale collaborazione nel dare attuazione alle decisioni statali in materia di emergenza sanitaria. Questo tanto evocato principio ha svariate implicazioni, alcune anche molto complesse, soprattutto quando si tratta di dare applicazione alle leggi (o ai Piani nazionali emanati grazie a leggi).

Ad esempio: chi a livello statale ha presente di cos’hanno bisogno le Regioni per ottemperare alla campagna vaccinale? Se si accentrano gli acquisti di dosi di vaccino, occorrerà anche saperlo distribuire adeguatamente sul territorio (spetta allo Stato) ma occorrerà sapere quanto ne serve ai singoli territori, i quali a loro volta devono sapere quanti ne servono ai singoli reparti vaccinali. Bisogna collaborare. Come? Ad esempio comunicando correttamente i dati che consentano di definire il fabbisogno.

Servono medici e personale sanitario e personale di supporto per la campagna vaccinale: chi lo assume? Anche qui si innesta, seppur con varie forme, la leale collaborazione: Stato e Regioni devono dialogare per quantificare il bisogno e per reclutare. Non ha senso litigare sulle competenze: occorre mettersi “insieme” per capire come è meglio fare per arrivare al risultato, e se una regione ce la fa a reclutare lo deve poter fare, altrimenti potrà/dovrà intervenire lo Stato in via sussidiaria.

È una questione di riparto costituzionale di competenze? Certo, si parte da lì (sentenza della Corte) ma poi occorre molto buon senso o, per usare un’espressione della sentenza, molta “logica” e non la guerra meschina degli interessi che tanta parte ha avuto nella gestione della pandemia e rischia di continuare ad averne.

Certo: se vogliamo togliere alle regioni il potere di organizzare la sanità, allora dovremo procedere con una riforma costituzionale, ma una riforma ben radicale (aggiunge la sottoscritta) che tocchi non solo l’art. 117 (riparto di competenze legislative) ma anche – ad esempio – il 118, sulle funzioni amministrative, riformando poi di conserva anche una moltitudine di leggi ordinarie che sono state emanate sulla base di questi articoli. Smantellare un servizio sanitario non è impresa da poco, proprio adesso che dovremo procedere, se la Germania ce lo permetterà, ad applicare il Recovery Plan.

Per fortuna, ad oggi, nessuno pare voglia andare in questa direzione, tant’è che all’incontro tra Governo e Regioni gli animi pare si siano placati, forse stanchi di giocare a chi arriva prima, a chi è più bravo, in una lotta defatigante per dimostrare che l’altro è incapace, tutta condotta sul terreno della comunicazione politica e quindi sulla conquista del consenso. Pare sia giunto il momento di cominciare a fare sul serio, con un accordo che non può che essere che politico. Se lo Stato ha vinto sul piano delle competenze, non pare abbia intenzione di perdere la guerra  facendo il gradasso: meglio tenersi buoni i signori feudali che controllano il territorio e assicurarsi che collaborino a far uscire il Paese dalla crisi. Senza di loro non vi sarà salvezza per nessuno.

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