GRAVIDANZA E VACCINO/ Dati contestati, dati mai arrivati: la nostra scossa funziona

- Nando Sanvito

Il dibattito sulle non-prove scientifiche che hanno supportato il cambio di posizione in merito alla vaccinazione in gravidanza sta aprendo gli occhi e ha portato a rivedere le direttive

Gilberto Corbellini
(LaPresse)

Qualcosa si è mosso dopo che domenica abbiamo ospitato un documento del Gruppo docenti universitari CoScienze Critiche, contrario alle raccomandazioni espresse dalle autorità sanitarie, non solo del nostro Paese, di vaccinare indiscriminatamente le gestanti in qualsiasi momento della gravidanza. Tali raccomandazioni – come è noto – hanno presupposto questa estate una modifica delle linee guida espresse fino a giugno da quelle stesse autorità, inizialmente prudenti sull’argomento. La stessa cautela che impose ad esempio lo scorso anno ai produttori di vaccini anti-Covid di escludere dai trials donne incinte e in allattamento.

Su quali dati scientifici si è basato questo cambio di rotta a livello internazionale?

Le dichiarazioni dei responsabili a vario livello della sanità pubblica hanno chiamato a supporto sostanzialmente due argomentazioni:

1) i ricoveri in terapia intensiva di alcune gestanti colpite da Covid;

2) i dati accumulati dal Registro v-Safe del Center for disease control and prevention (Cdc), l’organismo di vigilanza della salute pubblica degli Usa.

Occupiamoci innanzitutto del primo punto. Che dimensioni aveva il fenomeno quando a giugno sono cambiate le linee guida? Differenziato a secondo delle aree geografiche senza dubbio: i britannici – alle prese con la variante “inglese” – denunciavano tra settembre e marzo 277 casi, ma incredibilmente svilivano la loro ricerca riconoscendo che quei dati erano invalutabili, non avendo potuto calcolare la percentuale sulle donne gravide malate di Covid in quel periodo (!?!), oltre che – aggiungiamo noi – non aver fatto uno screeneng per etnie, alcune delle quali notoriamente più esposte a complicanze in caso di Covid per carenze vitaminiche congenite.

In Italia la situazione era circoscritta a poche unità. Se calcoliamo che nei 20 mesi di pandemia in un bacino come quello del territorio di Monza e Brianza (che conta un reparto gravide Covid all’Ospedale S. Gerardo) abbiamo avuto 5 gestanti ricoverate in rianimazione, tre delle quali extracomunitarie e quindi più a rischio, su un ordine di gravidanze stimato grosso modo in 10.000, si può capire quanto il problema potesse essere ulteriormente limitato prima di giugno.

The INTERCOVID Multinational Cohort Study (7 ospedali italiani coinvolti) aveva sì allertato che il rischio di mortalità materna nelle donne in gravidanza con Covid era 22 volte maggiore rispetto alle donne non contagiate, ma l’attendibilità di tale studio era minata da due gravi limiti: metà del campione delle gravide era già ad alto rischio (anche per storia clinica) a prescindere dal Covid e infine i decessi erano concentrati in Paesi a bassa efficienza sanitaria (Ghana, Macedonia, Egitto, Pakistan, Nigeria, India). Nessuna variazione si registrava  invece rispetto al resto della popolazione per le gravide asintomatiche.

Dunque, fatti salvi singoli casi per i quali il vaccino costituirebbe comunque un rischio necessario, se fossero queste le proporzioni del fenomeno, parlare di emergenza sanitaria sarebbe del tutto fuori luogo; a quale altro ordine di dati allora hanno fatto ricorso le autorità sanitarie italiane e internazionali? 

Allo stesso modo non può essere stato di per sé il Registro v-Safe del Cdc, l’organismo di vigilanza della salute pubblica degli Usa, ad aver ispirato la certezza nelle autorità sanitarie che non vi erano controindicazioni a raccomandare il vaccino a qualsiasi età gestazionale. Lo diciamo coscienti, invece, che proprio i dati da lì ricavati (sorveglianza passiva e su base volontaria, ricordiamolo) hanno dato il via a un cambio di posizione negli organismi medici e politici internazionale e nazionali. Peccato che  nell’unica valutazione scientifica validata di quei dati (sul trimestre dicembre-febbraio) apparsa sul New England Journal of Medicine, lo stesso team di ricercatori (Shimabukuro e altri, 17 giugno 2021) lo abbia definito già nel titolo Preliminary e ne abbia dovuto denunciare i gravi limiti esponendosi a varie critiche e censure dello stesso comitato editoriale della rivista per aver azzardato – pur con queste carenze – conclusioni rassicuranti circa l’andamento fisiologico della gravidanza per chi si era vaccinata.

Ancor peggio è andato a un altro gruppo di ricercatori (Zauche e altri, agosto ’21) che su base cronologica più ampia (7 mesi) del Registro ha tratto analoghe conclusioni. Quando però il loro preprint è finito in Rete sono stati duramente contestati dai colleghi e dalle stesse donne che volontariamente si erano prestate alla ricerca (diverse di loro avevano abortito spontaneamente dopo essere state vaccinate e non sono mai state contattate dai funzionari pubblici: sono entrate nel conto?) e hanno dovuto precisare successivamente tutte le carenze della loro ricerca. Un editoriale  del New England Journal of Medicine (17 giugno) aveva fotografato così la situazione: le gravide vaccinate registrate sono purtroppo solo il 4,7% del totale (e molte di loro forse sono state ignorate, come abbiamo visto nei loro commenti). Impossibile su un campione così ridotto trarre conclusioni certe.

Anche lo sbandierato parere del Joint Committee on Vaccination and Immunisation britannico (“non ci sono stati problemi di sicurezza da nessuna marca di vaccini in relazione alla gravidanza”, aprile ’21) si basava sugli zoppicanti dati americani e in ogni caso raccomandava solo alle gestanti a maggior rischio di esiti gravi da Covid la vaccinazione, mentre esortava le altre “a discutere rischi e benefici della vaccinazione con il proprio medico”. Esattamente come recitano i bugiardini dei vaccini anti-Covid. Semmai il Journal of the American Medical Association (Kharbanda, 8 settembre ’21) pochi giorni fa ha evidenziato un tasso superiore di abortività spontanea in un gruppo di donne vaccinate tra i 16 e i 24 anni rispetto a quelle non vaccinate, ma il bacino di riferimento rimane pur sempre quello colabrodo e lacunoso del Registro americano.

In conclusione: potrebbe anche essere vero che la vaccinazione non alteri il decorso fisiologico della gravidanza, specie nel semestre finale, ma se i dati su cui si è fatto riferimento finora sono questi, non si può assolutamente trarre né questa conclusione, né altre di segno opposto, quindi converrebbe che le autorità sanitarie mantenessero quella cautela che inspiegabilmente hanno invece di punto in bianco abbandonato.

Proprio in queste ore l’Istituto superiore di sanità ha rettificato la direttiva di questa estate “vaccinare in gravidanza sempre e comunque!”, limitandola al semestre finale. Vuol dire che la sbornia ideologica sta finalmente lasciando il passo a una più realistica e onesta valutazione dei dati a disposizione, ahinoi, ancora lacunosi? Non è detto! Ma è un passo. Del resto è urgente allontanare anche solo il sospetto che su quelle scientifiche siano prevalse logiche di sostenibilità organizzativo-sanitaria o, peggio ancora, interessi economici.

P.S. Un lettore del Sussidiario, specializzando in Medicina interna, Thomas Teatini, ci ha scritto contestando la correttezza del calcolo fatto dal Gruppo docenti universitari CoScienze Critiche sul tasso di aborti spontanei nel primo trimestre delle gestanti vaccinate iscritte al Registro americano: percentuali “totalmente false” – sostiene –, “un approccio metodologico profondamente sbagliato, che guarda i dati non per quello che dicono – magari che ancora non sappiamo abbastanza – ma per far dire loro qualcosa d’altro, oserei quasi dire in modo ideologico”. La replica del Gruppo docenti definisce quel calcolo frutto del metodo che un ricercatore belga di Anversa ha suggerito come correzione agli studiosi americani in una corrispondence ospitata sul New England Journal of Medicine, correzione ammessa dagli stessi interlocutori. Come dire, insomma, che l’accusa – se fosse fondata – andrebbe semmai girata agli autori stessi della ricerca: “non intendiamo certo noi per primi” – concludono i docenti – “considerare conclusiva la nostra stima di aumento di oltre l’80% del  rischio di aborto nelle prime venti settimane, bensì sottolineare come a  oggi i dati prodotti dagli studi osservazionali pubblicati siano ben lungi dall’essere tranquillizzanti e anzi destino più di qualche preoccupazione”. 

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