GUERRA IN YEMEN/ Le fratture nel Congresso Usa aiutano l’Iran contro l’Arabia Saudita

- Caleb J. Wulff

La guerra nello Yemen, dimenticata dai grandi media, ha un bilancio disastroso. I ribelli paiono favoriti e gli Usa sono in difficoltà. Anche interne

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LaPresse

La guerra in Yemen continua e diventa sempre più grave la crisi umanitaria in quello che era già il Paese più povero del Medio oriente. Le vittime dirette della guerra vengono stimate in circa 150mila, tra cui diverse migliaia di civili per i bombardamenti aerei della coalizione guidata dall’Arabia Saudita e sostenuta dagli Stati Uniti. Numerosi anche i crimini di guerra dai quali, secondo gli inviati dell’Onu, nessuna delle parti in conflitto è esente.

L’Onu definisce la situazione la peggiore catastrofe umanitaria attuale: su una popolazione di circa 30 milioni, vi sono 4 milioni di rifugiati interni, il 71% della popolazione necessita di aiuti e 5 milioni sono già sull’orlo della fame. Si stima che 2,3 milioni di bambini sotto i cinque anni siano gravemente malnutriti e 400mila già a rischio della vita. Circa la metà degli yemeniti non ha accesso a acqua pulita e quasi 20 milioni non dispongono di adeguata assistenza sanitaria, fatto particolarmente grave data l’epidemia di colera che ha causato, dal 2016, 2,5 milioni di infezioni stimate e 4mila morti. Ora si è aggiunto anche il Covid-19, che avrebbe già causato quasi 2mila morti, ma è pensabile che questi dati, riportati dalla Bbc, siano sottostimati.

Questa drammatica situazione non ha però fermato le fazioni in lotta, anzi, la situazione è diventata ancora più complicata e la speranza almeno di una tregua è ancora più lontana. La guerra iniziata nel 2014 vedeva due antagonisti, da un lato i sostenitori del governo riconosciuto internazionalmente del presidente Hadi, dall’altro gli insorti Houthi, costituiti fondamentalmente dalla minoranza sciita e appoggiati dall’Iran. Sul campo vi era anche la fazione sostenitrice del precedente presidente Saleh, all’inizio schierata con gli Houthi e poi passata con i governativi. In più vi erano anche fazioni tribali e in alcune aree era, ed è, consistente la presenza di al Qaeda e dell’Isis, che cercano di trarre vantaggio da questa situazione disastrosa.

Nel 2018 si è inserita una nuova “variante” costituita dal fronte degli indipendentisti di Aden, separata dallo Yemen fino al 1994. Costoro hanno cacciato i sostenitori di Hadi da Aden, divenuta sede del governo dopo che gli Houthi avevano conquistato la capitale Sanaa, tuttora in loro mani. L’intervento dei sauditi portò a un accordo, peraltro instabile, che ha associato al governo anche gli indipendentisti, ma Hadi si dovette rifugiare in Arabia Saudita. I separatisti di Aden sono stati sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti, alleati dei sauditi, che nel 2019 hanno sostanzialmente ritirato le loro truppe dallo Yemen. Quest’anno, gli Houthi sono tornati i principali protagonisti dello scenario con il loro attacco alla provincia di Marib, ultimo caposaldo in mano ai governativi e regione ricca di idrocarburi in un Paese affamato anche di energia.

In questo scenario, suona inevitabile la domanda con cui chiude l’articolo della Bbc: “Perché tutto questo dovrebbe essere importante per il resto del mondo?” Le risposte elencate sono l’aumento delle tensioni nella regione, la possibilità di attacchi di al Qaeda e Isis anche in Occidente, il conflitto per procura tra Arabia Saudita e Iran, l’importanza strategica dello Yemen per il controllo degli stretti che uniscono il Mar Rosso e il Golfo di Aden, essenziali per il traffico del petrolio.

Quest’ultimo punto è alla base delle azioni degli Eau che, attraverso Aden e l’isola di Socotra, occupata e sottratta di fatto alla giurisdizione del governo yemenita, possono controllare il Bab el Mandeb. Anche i sauditi hanno occupato direttamente aree dello Yemen, ma negli ultimi tempi sono corse voci di un ritiro delle loro truppe dallo Yemen del Sud. Queste voci sono state smentite e ridotte a semplici manovre di riposizionamento, ma forse Riyadh sta prendendo atto che questa guerra, che doveva in breve tempo portare alla disfatta degli Houthi, dopo più di sei anni sta invece volgendo a favore dei ribelli.

Tutto ciò pone problemi agli Stati Uniti, che con Biden hanno cercato di riequilibrare i rapporti con i contendenti sul campo, per esempio cancellando l’inserimento, voluto da Trump, degli Houthi nella lista delle organizzazioni terroriste. Con Biden è cessato anche l’incondizionato appoggio ai sauditi, alla ricerca di una soluzione del conflitto. Questo atteggiamento è dovuto anche all’intenzione di Biden di riaprire le discussioni con Teheran sul trattato nucleare, pur riaffermando il sostegno difensivo degli Usa verso Riyadh. Nel Congresso vi è un’opposizione bipartisan a un appoggio indiscriminato dei sauditi, il cui comportamento in Yemen è considerato da molti estremamente criticabile. L’ultimo evento è la presentazione da parte di Ilhan Omar,  rappresentante influente della sinistra democratica Usa, di una mozione diretta a bloccare la vendita ai sauditi di armi per 650 milioni di dollari. L’Amministrazione sostiene trattarsi di armi difensive, ma se la mozione passasse sia alla Camera che al Senato, Biden potrebbe essere costretto a imitare Trump, ponendo il veto alla deliberazione.

Sullo sfondo rimane la tragedia del popolo yemenita che solo in una pace duratura potrebbe trovare soluzione.

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