GUERRA USA-CINA/ La sfida a colpi di AI e 5G spazzerà via l’Ue

- int. Chris Foster

Donald Trump, via Twitter, lancia nuove accuse alla Cina. Un segno che la guerra commerciale non è affatto finita dopo il G20

Usa, Donald Trump
Donald Trump (Lapresse)

Nonostante l’incontro avvenuto al G20 tra Donald Trump e Xi Jinping, la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti è tutt’altro che finita. È stato il Presidente Usa a darne dimostrazione proprio alla vigilia dell’Independence Day con un tweet in cui ha accusato Cina ed Europa di manipolazione dei cambi e di iniezioni di liquidità nei loro sistemi tali da falsare la regolare competizione commerciale con gli Stati Uniti. Chris Foster, trader e analista, del resto era stato chiaro quando ci aveva parlato di una nuova Guerra fredda destinata a durare “decenni, non mesi”. Ecco cos’altro ci ha detto in una lunga, ma completa analisi della situazione.

Dunque, come ci stava dicendo, la guerra commerciale è anche e soprattutto guerra tecnologica. Al momento come si sintetizza il gioco di forze tra Usa e Cina?

Sulla carta, quando uno dei due giocatori ha una situazione di net import così ingente è il vincitore predestinato di una guerra dei dazi. È la teoria di Trump: gli basta tagliare l’import per mettere in difficoltà il nemico. Solo in teoria però. 

Nella realtà invece?

Nella realtà abbiamo a che fare con una guerra molto unfair, dove chi ha diritto di reclamare un ribilanciamento commerciale è soggetto a dei vincoli elettorali e di mercato e chi difende la propria posizione di esportatore netto ragiona su periodi di 20 anni e può sussidiare le proprie aziende strategiche. Apple non sarebbe protetta dallo Stato, Huawei sì. Trump è già in campagna elettorale e non può permettersi né una recessione, né un crollo dei mercati, né una rivolta della Silicon Valley. Xi  invece non avrebbe alcun problema a gestire politicamente e socialmente un forte rallentamento economico anche di alcuni anni. Sono i “vantaggi” competitivi di un modello politico non democratico.

I toni più costruttivi e il semi-accordo del G20 riducono il rischio di una nuova escalation?

Le rispondo che siamo all’inizio di una lunga guerra fredda, di cui la trade war è la punta dell’iceberg. E l’iceberg è una cold war con connotati mai visti prima e per questo difficili da interpretare. Durerà decenni, non mesi!

Lei paragona la guerra Usa-Cina a una guerra passata, per poi dire che è diversa. Vuole spiegarsi meglio?

A differenza della Guerra fredda degli anni ’50-90 questa è più pericolosa e difficile perché non si vede. La tecnologia di internet, i flussi di dati, il loro controllo non si vedono. La corsa agli armamenti nucleari ci ha portato sull’orlo dell’abisso, ma aveva un logico e probabile epilogo: l’assenza di una guerra suicida tra i due blocchi. Adesso invece quale possa essere l’equilibrio non è per nulla chiaro. La game theory che negli anni ’70 e ’80 ha permesso di schematizzare e reinterpretare le scelte di politica economica, commerciale e militare, oggi non ci aiuta più così tanto in quanto le azioni dei due “players” sono in gran parte invisibili. L’applicazione delle innovazioni tecnologiche ai vari settori è potenzialmente così esponenziale e “disruptive” che non può essere paragonata al numero di testate nucleari. Non solo: anche l’informazione è stata “disrupted” e i due grandi rivali faticano a gestirla a proprio vantaggio. Certo, una dittatura come quella cinese riesce ancora, in parte, a censurare il web e bloccare i social media. Non male come vantaggio competitivo, se si è in “guerra”.

Del vantaggio cinese derivante dal regime politico non democratico, abbiamo detto. Che cosa devono temere gli Usa?

I prossimi 10-20 anni sono decisivi nel creare un vantaggio competitivo nel campo dell’Artificial intelligence. La AI può essere applicata a tutto, medicina, finanza,  gestione dell’informazione, dalla auto a guida autonoma alle strategie di guerra, dovunque. Fino a qualche anno fa nessuno dubitava della superiorità Usa su questo tema grazie a società come Google, Microsoft, Ibm. Oggi ci sono forti dubbi che sia ancora così.

Che cosa avrebbe determinato un possibile sorpasso?

Alibaba, Baidu, Tencent hanno un controllo quasi oligopolistico dei dati di internet in Cina. La penetrazione straordinaria di internet nel campo delle consumer applications è la numero uno al mondo. Le società leaders di cui sopra hanno controllo e accesso a circa un miliardo di daily users in settori come la messaggistica privata, conti correnti online, pagamenti, transazioni di borsa, acquisti di ogni genere nonché dati precisi sulla salute e sugli stili di vita. E ovviamente dati relativi a contatti, amicizie e interazioni sociali. Non essendoci leggi rigorose di privacy e data protection, c’è una disponibilità di miliardi di dati come non è possibile in nessun altro Paese al mondo. Le società – da quelle assicurative a quelle di e-commerce e a quelle finanziarie – e la Security del Paese hanno un accesso totale ai dati generati da un miliardo di persone connesso quotidianamente a internet. Il governo cinese ha quindi di fatto accesso a tutta la base di dati. È un contesto di sperimentazione tecnologica e analisi sociale che non ha pari al mondo e che genera un vantaggio competitivo irripetibile. 

Chi sta vincendo?

Per le ragioni menzionate, si può supporre che la tecnologia cinese abbia una posizione avvantaggiata rispetto a quella americana per quanto riguarda l’AI. Non sappiamo chi è avanti oggi. La preoccupazione degli Usa è giustificata e l’amministrazione si sta interrogando come questo tipo di trade war possa scalfire in modo sostanziale la posizione cinese. Quello è l’obiettivo.

La leadership americana è compatta?

Sembra che nell’ultimo anno il blocco democratico sia più differenziato rispetto a due anni fa sull’approccio da tenere verso la Cina. Crescono i sostenitori di una politica più aggressiva per favorire l’interesse nazionale. L’obamismo è superato, anche se questo non è percepito da tutti perché i media sono ancora fortemente legati al club Clinton-Obama e Silicon Valley, sempre interessata ad acquistare materiale tecnologico a basso prezzo per fronteggiare la domanda e in attesa di poter invadere la Cina con i propri prodotti.

Può darci una idea concreta di cosa pensano attualmente, in questo momento, i grandi leaders della tecnologia americana?

Basta considerare che in Cina: Apple ha una quota di mercato del solo 9%; tutti i servizi legati al cloud per le imprese sono al momento preclusi alle varie Microsoft, Amazon, Alphabet, SalesForce, Ibm, Apple; Facebook, Whatsapp, Instagram e altri social media sono inaccessibili dalla Cina; tutti i sistemi di pagamento online interno (dove l’e-commerce ha dimensioni enormi) sono di fatto in mano a tre società: Alipay, Tenpay, Unionpay. Quindi un’apertura del mercato cinese è parte dei sogni delle società tech Usa, ma una trade war non favorirà certo forme di reciprocità.

Ma Trump che obiettivi si propone?

Confida che la trade war, nel campo tech, possa riportare negli Usa da Cina, Taiwan e Sudest asiatico una parte della produzione di chips e semiconduttori.

Questa scommessa non riallinea Trump con la Silicon Valley?

Per il momento no, perché la Silicon Valley ha interessi così grigi da essere poco facilmente definibili e prevedibili. I grandi miliardari alla testa di Amazon, SalesForce, Facebook, Alphabet, Google hanno obiettivi che non sono più riassumibili banalmente nel modello del capitalismo tradizionale americano della massimizzazione dell’arricchimento personale.

E invece?

Oggi i big dell’high-tech Usa hanno obiettivi ideali, politici, filantropici inediti. L’interesse societario può essere benissimo subordinato al potere politico o a un dominio culturale ed etico di altro genere che oggi ancora non conosciamo con sufficiente chiarezza.  

Che cosa si prepara per loro sui mercati?

Non si sa. È matematico che un aumento dei costi dei semiconduttori apporterebbe un danno alla stragrande maggioranza di queste società e quindi, potenzialmente, un danno al valore delle azioni e al portafoglio di azionisti e top manager. Essi staranno sempre con il libero mercato, ma fondatori e azionisti potrebbero avere obiettivi diversi, come dicevo. È un elemento ulteriore di complicazione. 

Le ricadute politiche di tale prospettiva?

Mentre in un primo tempo l’establishment democratico e repubblicano era shoccato all’idea di reinserire i dazi, oggi inizia a rivalutare almeno il tema della sicurezza nazionale. In ambito repubblicano il tema divide trumpiani estremi pro trade war dagli altri repubblicani, contrarissimi, perché una guerra commerciale ha quasi sempre ricadute economiche anche per i ricchi. Osservatori ed economisti democratici invece attaccano i dazi dicendo che l’inflazione sui beni di consumo penalizzerà le classi deboli; un approccio ideologico, perché le classi più deboli sono quelle che sono state più penalizzate dalla globalizzazione. Un punto, questo, sul quale durante la campagna elettorale i colossi di Silicon Valley attaccheranno brutalmente.

Che cosa temono?

Iniziano a temere questa amministrazione. Trump sta dimostrando di avere più idee e più supporto di quello che si pensava all’inizio. 

Perché non costruiscono un loro candidato?

Un loro candidato sarebbe sicuramente un democratico; ma tra i democratici c’è chi come Elizabeth Warren sta iniziando, lodevolmente, a mettere in discussione le posizioni di mercato di Google, Facebook e Amazon. Ci sono crescenti posizioni filo-socialiste su quel lato, si pensi a Bernie Sanders and alla sua protetta Alexandria Ocasio-Cortez: qualcuno si sta innervosendo.

Cosa farà la Silicon Valley?

Cercherà di influenzare la partita in modo subdolo, come sempre, ma senza scoprirsi. Una nuova vittoria di Trump porterebbe a una crisi profonda del partito democratico; ecco, in questo caso i leader dell’high-tech potrebbero portare un loro candidato alle elezioni successive. Ma non adesso.

La nuova Via della Seta?

L’espansione della Cina verso l’Africa e l’Europa è il terrore degli Usa. Huawei sta negoziando con ciascuno dei paesi europei l’utilizzo della propria tecnologia e al momento l’Europa sembra essere molto aperta. La strategia bilaterale che ignora Bruxelles è logicamente la migliore per la Cina.

Come vede l’Unione europea nel contesto della trade war?

La novità di questa Guerra fredda è che per la prima volta il blocco Nato in Europa è frammentato al suo interno. L’Ue più ancora degli Usa è soggetta a vincoli incredibili di politica, di democrazia, di limitazione della crescita tecnologica. L’antitrust europeo impedisce la creazione di campioni tecnologici proprio quando ce ne sarebbe più bisogno, proprio quando il potere cinese permette alle sue controllate di diventare sempre più grandi e di acquisire in regime di protezione statale società europee. 

Il destino dell’Ue è segnato?

Le carte geografiche con le relazioni trade varranno sempre meno. La stessa Germania rischia di scomparire da questa carta nei prossimi 10 anni. Continua ad avere un surplus commerciale del 6-7% del Pil, ma ha un deficit di trade tecnologico profondissimo e irreversibile. La Germania non esporta molta tecnologia d’avanguardia, anzi, anche nel settore auto molta produzione tedesca sarà fondamentalmente fuori mercato in pochi anni, o per obsolescenza o per i prezzi insostenibili. Ha perso il treno dello sviluppo tecnologico, delle infrastrutture tech e dell’Iot, Internet of things. È più importante esportare migliaia di Mercedes e dover importare Facebook o viceversa? I tedeschi non l’hanno capito. E adesso hanno bisogno di Huawei per il 5G.

Come finirà questa guerra? 

Non finirà mai, sarà parte del quotidiano. La sfida esistenziale sul fronte della AI applicata alla difesa, alla cybersecurity aziendale e alla gestione dei dati e dei flussi di informazione, crea una tensione estrema tra i blocchi Usa e Cina, e parzialmente Russia. Tale tensione si materializza in tante forme tra cui la più visibile e in fondo negoziabile secondo vecchi canoni, apparentemente, è solo quella del protezionismo e della guerra dei dazi. Questa trade war è come una proxy war… si combatte su un fronte, ma la sostanza è su un altro: è il dominio tecnologico e delle applicazioni tecnologiche al settore difesa.

(Federico Ferraù)

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