GUITAR HERO/ Il genio di Jaco Pastorius in “A Portrait of Tracy” e “Teen Town”

- Walter Muto

Jaco Pastorius e l’innovazione nell’uso del basso elettrico nella puntata a cura di WALTER MUTO  

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GUITAR HERO – JACO PASTORIUS – Era un po’ che ce l’avevo in mente, ma esitavo. Ora è giunto il momento. Esitavo perché non si tratta di un chitarrista, ma di un bassista. E come tutti sanno fra chitarristi e bassisti non corre sempre buon sangue. Ma Jaco Pastorius è il basso elettrico.

Sicuramente attinge per il suo stile da altri grandi alle sue spalle (James Jamerson per esempio), ma dopo di lui niente è più stato come prima. Inutile sprecare parole, subito un primo assaggio per capire di chi stiamo parlando: signori, John Francis Pastorius III, detto Jaco:

In questa solo-performance Jaco incastona brani di diversissima estrazione nella cornice di un suo pezzo (Portrait of Tracy) realizzando estemporaneamente un pastiche di classica, jazz e funky nel breve volgere di pochi minuti.

Al contempo vediamo un accenno di tutte le frecce contenute nella sua faretra: tecnica incredibile, velocità, suono unico dovuto al basso fretless (senza tasti, una sua invenzione – pare), pronuncia delle note, immane capacità di fraseggio. Tutto, insomma. Insieme, tuttavia, a una personalità votata agli eccessi, alle esagerazioni alla sregolatezza. Ma non parliamo qui della sua vita sregolata, non parliamo della sua stupida morte a seguito di una rissa con coltellata da parte di un buttafuori. Parliamo della sua arte, della sua musica incredibile.

Weather Report: questo fu il passaggio successivo e importantissimo della carriera di Jaco, in mezzo a una ridda di altre collaborazioni, disordinate, talvolta geniali, come lui era.
Ascoltiamoli proprio in una delle composizioni di Jaco, e in una delle migliori formazioni di sempre (Joe Zawinul al synth, Wayne Shorter al sax, Alex Acuna alla batteria, Manolo Badrena alle Percussioni).
 

 

Musica da un altro mondo: questa fu l’impressione che mi fecero i Weather Report le prime volte che li ascoltavo. Jazz-Rock lo chiamavano allora, o Fusion: sicuramente jazz, come linguaggio, ma contaminato dall’uso degli strumenti elettrici e da un incedere più funky.

Non bastano poche righe per raccontare un musicista come questo, ma occorre prima della fine accennare a un ulteriore progetto che Pastorius affrontò, pure fra alti e bassi (come suo solito): quello di una Big Band (comprendente batteria, congas, steel drums, talvolta un grande armonicista come Toots Thielemans e una grande sezione fiati) con cui realizzò due dischi in studio e di cui si trovano una serie di bootleg non ufficiali, ma di grande valore.

Il brano che a mio avviso fotografa di più questa esperienza è una composizione di Pastorius che ci ascoltiamo per chiudere, o meglio per aprire l’orizzonte su un musicista troppo in fretta dimenticato dai non addetti ai lavori. Gli addetti ce l’hanno più che in mente…
  



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