GUITAR HERO/ Stephen Stills, dal fango di Woodstock all’Olimpo delle sei corde

- Walter Muto

WALTER MUTO dedica una nuova puntata della sua rubrica a un vero e proprio “mostro sacro” delle sei corde. Il suo stile inconfondibile nella consueta carrellata di suggestioni e video

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Stephen Stills in concerto

Signori, tutti in piedi: stiamo per parlare di un vero mostro sacro delle sei corde, ovvero Stephen Stills. Sicuramente non il più tecnico fra tutti quelli di cui abbiamo parlato e di cui parleremo. Ma non si dice forse che la tecnica non è tutto? E in effetti i grandi chitarristi si riconoscono non solo da quello, ma da una serie di altre caratteristiche.

Prima un po’ di storia per sommi capi, anzi, sommissimi: Buffalo Springfield (lui giovanissimo con un altrettanto giovane Neil Young al fianco); alcune collaborazioni con Jimi Hendrix; Crosby Stills & Nash; poco dopo, un certo periodo con l’aggiunta di Young; Manassas; Stills-Bloomfield-Cooper super sessions e inframmezzata a tutti questi progetti una rispettabile serie di album solisti.

Quel periodo in cui è accaduto tutto (1968-1974) è stato sicuramente il migliore anche per il vecchio Steve.
Cominciamo a conoscere un lato del suo stile chitarristico con questo video composto di due parti. La prima canzone, 4 + 20 (four and twenty) è tratta dal Dick Cavett Show – 19 agosto 1969 – e sarebbe uscita su disco solo l’anno successivo (Deja vu – Crosby, Stills, Nash & Young).

La data dovrebbe dirvi qualcosa: è il giorno dopo la fine del festival di Woodstock e in studio sono presenti i Jefferson Airplane e Joni Mitchell. A un certo punto appaiono anche Crosby e Stills, come loro stessi dicono, con il fango di Woodstock ancora sugli stivali. La seconda canzone, che compositivamente appartiene allo stesso periodo è Suite: Judy Blue Eyes; questa versione live è dell’inizio degli anni ’90.
Bene, cominciamo ad ascoltare.

Abbiamo cominciato quindi con uno Stills acustico. In perfetta solitudine nel primo brano (la canzone fu messa su disco esattamente nella stessa versione), a raccontare il disagio di un ventiquattrenne alle prese con una vita difficile. L’accompagnamento della chitarra è una sorta di finger-picking suonato su una accordatura aperta di Re. La stessa accordatura è impiegata anche nella seconda canzone, che però è accompagnata in strumming, ad accordi anche se sempre senza l’uso del plettro, ma dei polpastrelli della mano destra per accompagnare.

La perfezione delle tre voci si appoggia su un accompagnamento chitarristico che lascia trasparire le due grandi radici di riferimento di Stills: sicuramente il Country bianco ma anche una non trascurabile quantità di blues nero. Il fraseggio blues emerge con maggiore chiarezza quando Stills è alle prese con una chitarra elettrica. Vediamone un piccolo assaggio in questa super session, in cui si assapora anche la venatura blues della sua voce graffiante.

 

Concludiamo con una vera perla, che non avevo mai visto prima di applicarmi a questo articolo. Nel silenzio irreale di uno studio televisivo senza pubblico, 36 (trentasei) minuti di concerto di Stephen con i Manassas nel 1971. Un incredibile miscuglio di stili, un supergruppo precisissimo e di grande presa.

Spero che ve lo guardiate e ascoltiate tutto, ma se andate a 10:00, dopo una schermata con i nomi dei musicisti (che quindi posso risparmiarvi) parte una sequenza di 4 pezzi uno in fila all’altro, esattamente come erano strutturati sul disco originale.
Funky, Sudamerica, Blues e poi ancora funky si succedono facendo apprezzare l’interplay della band e una serie di caratteristiche stilistiche che fanno parte della variegata serie di frecce presenti nella faretra di Stills. Che a gennaio, by the way, compirà 67 anni.

Long may you run, Steve!







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