B.B. KING/ Il re se ne è andato, lunga vita al re: lo stile chitarristico

- Walter Muto

Torniamo a parlare dello scomparso B.B. King, grazie a WALTER MUTO che nella sua rubrica Guitar Hero analizza in modo dettagliato lo stile unico del chitarrista 

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Immagine di archivio

Non è mai semplice tracciare una traiettoria quando si affrontano dei personaggi che hanno attraversato i secoli, solcandoli profondamente con la loro impronta. In più parto con un leggero handicap, perché per circa la metà del mezzo secolo che ho vissuto, il Blues mi ha interessato poco o punto. In particolare quei personaggi, come B.B. King ed altri, che facevano cantare sì il proprio strumento, ma in maniera – a mio modo di vedere – un po’ approssimativa, senza tutto quel supporto tecnico che io invece ritenevo indispensabile a rendere il racconto musicale interessante. Per esempio, quando B.B. King veniva omaggiato addirittura dagli U2, dandogli uno spazio enorme, esagerato, per fare due note in un loro pezzo, io non lo capivo. È stato – strano a dirsi – facendo un percorso a ritroso, dai Beatles fino a tornare ai loro padri, che cominciai ad apprezzare lo stile semplice e sofferto di chitarristi essenziali, che con poche note messe bene riuscivano a comunicare tanto e quanto quelli che usavano tecniche, vocaboli, frasi più complesse. Si, avete letto bene: tanto e quanto, perché io non sono per la contrapposizione fra tecnica e cuore. C’è chi non ha una tecnica esagerata, ed usa quella che ha. C’è chi invece possiede mezzi tecnici più evoluti ed adopera quelli per esprimere il suo sentimento, il suo cuore, insomma. Così come ci sono scarsamente dotati che non esprimono nulla, o grandi tecnici freddi ed inespressivi. Ma non si può assolutamente fare di ogni erba un fascio. Ne è riprova una esecuzione che B.B. King stesso reputava una delle più importanti della sua intera vita, al carcere di Sing Sing nel 1972, in cui si comprende che il suo vocabolario (musicale) era tutt’altro che limitato. Sicuramente non conosceva la musica né possedeva scrittura e lettura musicale. Ma come si sa, il bambino impara a parlare prima che a scrivere. E talvolta il bambino (o il cuore bambino) sa far passare dei concetti in maniera semplice e diretta. Il grande Giovannino Guareschi invitava a tradurre il Vangelo in dialetto: non ci sarebbe stato nessun problema. Invitava poi a farlo con il discorso di un politico: l’impresa si sarebbe rivelata impossibile. Bene, ascoltiamo B.B. King nel 1972 (per inciso, in quella occasione condivideva il palco con Joan Baez…).

Interessante anche quest’altro contributo del 1974, tendente al rhythm’n’blues e decisamente accattivante.

È stato per me un lungo ritorno a casa, per comprendere che la proprietà di linguaggio di B.B. King è sempre stata cristallina, ma come si vede ed ascolta nei due video precedenti, affatto sprovveduta. Insomma, una certa perizia tecnica c’era, certamente diversa, come è diversa la perizia tecnica (mi si passi l’esempio balzano) dell’idraulico rispetto a quella del pasticcere. Lo si capisce molto bene quando diversi stili chitarristici possono essere messi a confronto all’interno dello stesso contenitore, dello stesso stampo, come sul palco del Crossroads Guitar Festival, su cui nel 2010 apparvero insieme King, Eric Clapton, Robert Cray e Jimmy Vaughan. Verso la fine, prima della passerella finale di tutti gli artisti presenti, che omaggiano il grande maestro, B.B. King ringrazia i tre ‘young men’ dicendo che lo hanno trattato bene e lo hanno fatto sentire speciale. Lunga vita al blues quindi, quando si incarna in personaggi di immenso spessore e di altrettanto grande umiltà.






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