Haiti, protesta Chiesa contro violenze e scandali/ “Punto di non ritorno vicino”

- Davide Giancristofaro Alberti

Sciopero della Chiesa sull’isola di Haiti dopo il montare inarrestabile di scandali e violenze. La denuncia: “Siamo vicini al punto di non ritorno”

Caschi Blu Onu ad Haiti
Haiti, Caschi Blu dell'Onu (LaPresse)

Protesta della Chiesa ad Haiti nei confronti delle violenze e degli scandali che si sono verificati sull’isola dei Caraibi dal 2010 ad oggi, da quando cioè si è verificato il noto sisma che oltre a provocare migliaia di vittime, ha lasciato dietro di se una scia di povertà e degrado che non sembra voler trovare la parola fine. A complicare la situazione, uno scandalo politico, con il presidente Jovenel Moise da una parte (recentemente vittima di un colpo di stato), e l’opposizione dall’altra, che ovviamente non giova al benessere del Paese e dei suoi cittadini.

Domenica scorsa l’ennesimo atto violento, una gang che ha catturato nei pressi di Port-au-Prince, a Crois-des-Bouquets, cinque sacerdoti, con l’aggiunta di due suore e tre laici, e per il rilascio del gruppo è stato chiesto un riscatto da un milione di dollari. Anche per questo la Chiesa ha invitato scuole, università e istituzioni cattoliche, ad un “gesto clamoroso” avvenuto nella giornata di ieri, ovvero, chiudere i battenti «per chiedere a Dio un cambiamento di Haiti».

SCIOPERO CHIESA AD HAITI: “CON LE GANG NESSUNO E’ AL SICURO”

«Il rapimento di Crois-des-Bouquets – le parole di Fiammetta Cappellini, rappresentante di Avsi ad Haiti, riportate da Avvenire.it – dà la misura della gravità della situazione. Preti e religiosi godono di un rispetto sociale immenso. Toccandoli, le gang ci dicono che nessuno è al sicuro». A complicare la situazione anche la pandemia di covid, che ha ulteriormente acuito la crisi economica e social presente sull’isola in maniera quasi invisibile, senza che nessuno se ne accorgesse: «Nel Paese – aggiunge la Cappellini – il Covid ha avuto un impatto contenuto. Il mondo, però, da sempre distratto, ora ha completamente dimenticato l’isola. La miseria è feroce: la metà della popolazione dipende dagli aiuti per il cibo. La cooperazione langue. Per fortuna, ci è rimasto il sostegno dell’ufficio Echo della Ue. In questo scenario, le gang sono per i giovani l’unica opzione». Quindi la rappresentante di Avsi conclude e mette in guardia: «Siamo vicini al punto di non ritorno. Se la comunità internazionale continuerà a voltarsi dall’altra parte, ci ritroveremo un’altra Somalia nei Caraibi».



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