LETTURE/ Algoritmi, internet e cloud: a chi diamo fiducia nell’era digitale?

Nell’era digitale degli algoritmi, del cloud, dell’internet delle cose, il concetto di fiducia è destinato a cambiare e a evolvere

04.12.2018 - Patrizia Feletig
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In Code we trust? Parafrasando il motto degli Stati Uniti, capita sempre più spesso di interrogarci se possiamo fidarci del codice. Ci illudevamo di diventare “connessi e salvati” quale evoluzione della fortunata categorizzazione di Umberto Eco tra gli apocalittici e integrati e grazie alla cassetta degli attrezzi dell’innovazione digitale, di essere capaci di risolvere qualsiasi sfida dell’umanità: dal cambiamento climatico alle diseguaglianze, mentre qualcuno sta lavorando sull’immortalità.

Parallelamente allo spostamento della fiducia dagli umani verso gli algoritmi, si assiste a una dilagante crisi di fiducia verso le banche, i media, le istituzioni, i partiti politici. Qualcuno comincia a ragionare che forse non si tratta solamente di una faccenda tecnologica, ma più propriamente di una questione umana. Un esempio fra tanti. Quando Antonio Martusciello, Commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, invoca la trasparenza degli algoritmi che decidono quali notizie leggeremo sulle piattaforme e stabiliscono la gerarchia delle informazioni, a volte anche incappando in fake news, si coglie l’interrogativo implicito: chi ha in mano la nostra attenzione? Per farne cosa? Con quale responsabilità morale?

Perché se la fiducia è la via maestra su cui avanzano le nuove idee, è ancora sempre la fiducia a promuovere il cambiamento. Creando, a volte, una singolare dicotomia: quella che stiamo vivendo ora. In un’epoca caratterizzata da frodi online, false identità, sfruttamento di dati personali all’insaputa degli interessati, campagne orchestrate di disinformazione, diffusione di tecniche per la sorveglianza di massa, gli ingranaggi della fiducia sono messi a dura prova. Eppure mai come ora, nella nostra quotidianità online, siamo pronti a dare l’amicizia a sconosciuti, accogliere in casa propria estranei, acquistare da venditori che sono dall’altra parte del pianeta, farci trasportare da treni e auto senza conducente, farsi scegliere il partner del cuore da un software e compiere online molte altre azioni che esigono l’esistenza propedeutica di un sentimento di fiducia.

Ad aiutarci a farlo sono le tecnologie abilitanti o piuttosto l’evoluzione del concetto di fiducia? Con l’inarrestabile avanzata dell’Internet delle Cose, IoT, che ci porta a vivere all’interno di un computer, dove tutto e tutti sono interconnessi, come cogliere la sfumatura tra la fiducia e attendibilità? Quali trasformazioni investiranno mestieri intrinsecamente legati al valore della fiducia come per esempio notai, banchieri, con l’avvento del sistema blockchain? Questi e altri interrogativi si ritrovano nei vari contributi del saggio La confiance à l’ère numérique (La fiducia nell’era digitale) curato da Milad Doueihi, teorico del digitale, storico e inventore della cattedra di Umanesimo Digitale all’università di Laval a Quebec City in seguito istituita alla Sorbonne, e dal filosofo Jacopo Domenicucci.

Si tratta di un’opera collettiva che raccoglie le inedite considerazioni di vari accademici. L’approccio è interdisciplinare: filosofia, diritto, storia, epistemologia, ecc. sviscerano la questione senza l’ambizione di dare risposte esaustive ma piuttosto di offrire degli spunti per ampliare la riflessione sotto prospettive multiple. Se come ricorda Doueihi, la fiducia è al cuore delle nostre esistenze, non dobbiamo tuttavia, commettere l’errore di associare la nozione di fiducia con l’aspetto della sicurezza dei dati. Il volume affronta una serie di argomenti che ruotano intorno alla nozione di fiducia nell’ecosistema digitale. È una sorta di viaggio iniziatico alle frontiere dell’etica, della psicologia, della filosofia sociale e dei cultural studies che si intreccia con le tecnologie computazionali di riconoscimento delle immagini, i sistemi di interpretazione del linguaggio naturale, le tecniche di apprendimento automatico, tra gli altri, e le attese dell’utilizzatore e le subliminali forme di persuasione degli sviluppatori.

Prendiamo anche semplicemente – si fa per dire – il digital design dei dispositivi. Quando Steve Jobs dichiarava “we made the buttons on the screen so good you’ll want to lick them” (Abbiamo realizzato dei pulsanti sullo schermo così fantastici da fervi venire voglia di leccarli), sono evidenti le implicazioni dell’applicazione di principi etici nella fase di concepimento del dispositivo in relazione alle dinamiche psicologiche dell’utilizzatore finale.

Altro aspetto delicato affrontato da Luciano Floridi, è quello dei servizi in cloud. La dematerializzazione dell’informatica porta studi di avvocati, società farmaceutiche, banche come uffici pubblici a “delocalizzare” su server esterni i dati della loro utenza. Questa dematerializzazione informatica viene compiuta, a volte, con una certa leggerezza in quanto i contratti d’uso si esprimono in un astruso gergo giuridico che ha più una funzione di scarico di responsabilità del fornitore che di guida ai clouder per una scelta consapevole e informata. I fornitori del servizio spostano frequentemente i dati da un server a un altro anche in un Paese o continente diverso, ai fini dell’ottimizzazione dello spazio in cloud, rimarca Floridi. Una pratica del tutto inappropriata per i dati sensibili nonostante le precauzioni introdotte dalla nuova normativa europea sulla privacy.

Non cadiamo però nel “panico morale” della scatola nera che registra ogni infimo aspetto delle interazioni sociali, ammoniscono Domenicucci e Doueihi, i quali ci tengono a sottolineare come lo stesso ecosistema digitale può aiutarci a guidarci nei modi di concedere la fiducia agli altri. Solo che non dobbiamo lasciare alle piattaforme la libertà di scegliere come relazionarci agli altri, né delegare a loro la grammatica della nostra sfera relazionale. Qui entra in gioco la leva educativa, tanto più se rivolta ai Digital Natives, per abituarci a considerare a quali condizioni possiamo concedere la nostra fiducia. L’enorme merito dell’opera di Doueihi e Domenicucci è superare il postulato catastrofista del pregiudizio corrente che immedesima sospetto e inganno con la Rete e le tecnologie digitali, per inquadrare la questione in una dimensione dinamica.

Così come una società iperconnessa ha reinventato i parametri per la misurazione dell’opinione pubblica superando il classico strumento del sondaggio, evolve anche il concetto di fiducia. In fondo si tratta di lanciare una sfida alla sfiducia.

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