HIROSHIMA E NAGASAKI/ Il dolore innocente: dalle stragi atomiche un grido per l’oggi

- Vincenzo Rizzo

Il bombardamento atomico delle città di Hiroshima (6 agosto 1945) e Nagasaki (9 agosto) costituisce ancora oggi una ferita nel corpo dell’Umanità

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La bomba atomica esplosa su Hiroshimail 6 agosto 1945 (LaPresse)

Il bombardamento atomico delle città di Hiroshima e Nagasaki costituisce ancora oggi una ferita nel corpo dell’Umanità. La gravità della scelta assunta dalle autorità americane è stata oggetto di interventi e riflessioni di strateghi militari, storici, filosofi morali, scienziati.

La decisione di usare la potenza atomica è stata giustificata argomentando che l’invasione di terra avrebbe considerevolmente aumentato il numero delle vittime, anche tra i civili. In altri termini, la decisione risoluta di porre fine alla guerra contro la forza militare nipponica ostinata a combattere, limitando il numero dei morti, sarebbe stata moralmente giustificata. Una quantità minore, a livello di previsione statistica, di uccisi, accompagnata dalla massima qualità dell’obiettivo finale: la cessazione della guerra. 

Tale posizione è stata criticata con fermezza dalla filosofa Elizabeth Anscombe, che nel 1956 si oppose con il celebre Mr. Truman’s Degree alla decisione del’Università di Oxford di conferire la laurea honoris causa al presidente Usa Truman. Per Anscombe, non si può dimenticare mai e per nessuna ragione l’innocente. Nessuna intenzione diretta a un fine desiderato e considerato buono può cancellare dalla realtà il volto dell’inerme. Colpire l’innocente significa semplicemente uccidere, violando le regole del giusto agire. E la presenza di tanti incolpevoli diventati contemporaneamente obiettivo da distruggere ha fatto diventare l’atto una strage, non una vittoria.

Un altro filosofo, Günter Anders, in Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki (tr. it. 1961) ha visto nei bombardamenti atomici l’inizio di una nuova era umana, segnata dalla possibilità di distruzione totale: un’onnipotenza negativa in cui il risvolto della medaglia è la fragile impotenza di tutti. La situazione storica in cui siamo immersi è, perciò, nemica dell’Umanità intera e non può essere contenuta o censurata dagli inviti degli esperti a “non parlare di cose che non si conoscono” e a “farsi i fatti propri”. Si tratta per Karl Jaspers ne La bomba atomica e il destino dell’uomo (tr. it. 1960) di una situazione-limite in cui il trionfo della tecnica non può essere superato dalla  tecnica stessa, ma da un pensare originario, in grado di diventare testimonianza.

La scomoda necessità di andare controcorrente, non in modo tecnico, ma con tutta la propria umanità, è stata testimoniata da Papa Francesco lo scorso anno al Memoriale della Pace di Hiroshima con queste parole: “Come possiamo proporre la pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti? Che questo abisso di dolore (corsivo mio) richiami i limiti che non si dovrebbero mai oltrepassare. La vera pace può essere solo una pace disarmata”.

Nella riflessione di Papa Francesco ritorna con intensità il tema del dolore dell’innocente. Si tratta di un abisso, non pensato fino in fondo, che stabilisce metodo, limiti, dovere. Come non pensare, perciò, alla vicenda esistenziale del medico Takashi Paolo Nagai? La sua storia è stata raccontata da Paul Glynn in Pace su Nagasaki! Il medico che guariva i cuori (Paoline 2015). Nato da una famiglia shintoista, approdato poi al materialismo positivistico e, infine, grazie allo studio di Pascal e all’incontro con una comunità viva, convertitosi al cristianesimo. Dopo il bombardamento di Nagasaki, trovò accanto ai poveri resti della moglie, teneramente amata, un pezzo fuso del rosario. Non fu l’unico misterioso ritrovamento. Il soldato Noguchi, infatti, scovò tra le macerie la testa della statua della Madonna con il volto bruciato e senza più occhi.

E con un abisso negli occhi, Nagai, nonostante la leucemia e la sofferenza per la perdita, continuò a curare i sopravvissuti al bombardamento, facendo piantare, in seguito, moltissimi ciliegi a Urakami, vicino al Santuario colpito in pieno dalla bomba. Per lui le vittime innocenti erano volti indelebili: un’offerta pura e consacrata alla pace, a un per sempre. Il loro dolore costituiva un vivo richiamo a tutti a vivere diversamente, a cambiare mentalità.

Una canzone ispirata alla sua drammatica esperienza, Le campane di Hiroshima, dalla bellezza struggente, sembra dare parola a un innocente grido dall’oltre: bisogna ascoltarla, aprendosi all’umanità ferita. In questo tempo, in cui i colloqui sul nucleare tra le due potenze più importanti sono difficili e non vedono coinvolti altri stati, le note del canto sono un invito a non dimenticare ciò che è stato e a ricordare l’abisso del dolore innocente.

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