HOUSE OF GUCCI/ Grandi prove attoriali in un film che non giova a Ridley Scott

- Fabrizio Arrigo

Un film che sta a galla grazie alle interpretazioni dei protagonisti e al lavoro su scenografia e costumi, ma vittima di un’eccessiva durata e di una regia anonima

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Una scena del film

Quando una produzione cinematografica americana viene a girare in Italia, in genere è per uno di due motivi: o per ambientare sequenze d’azione in luoghi di grande bellezza architettonica – No Time to Die, Aquaman – o per ricreare l’immagine che si sono costruiti oltremare del Bel Paese, fatta di Vespe, bei paesaggi e pecorai. Pur ricadendo parzialmente in quest’ultimo caso, House of Gucci risulta più simile a un gangster movie in stile Scorsese che a uno dei prodotti sopracitati. Forse questa descrizione non dovrebbe sorprendere, considerato il delitto attorno a cui ruotano le vicende, ma di certo ha sorpreso la famiglia Gucci, che ha criticato la rappresentazione dei suoi membri definendola distorta e denigratoria. I film basati su eventi reali non sono nuovi a modificarli per esigenze narrative, ma in questo caso la controversia è giustificata? 

Patrizia Reggiani (Lady Gaga), giovane dalle grandi ambizioni, conquista l’affetto di Maurizio Gucci (Adam Driver), erede della celebre casa di moda: la loro unione, inizialmente stabile, verrà dirottata dalle loro mire e da quelle del resto della famiglia, generando una rete di invidie e imbrogli che culminerà in un omicidio a sangue freddo. 

Pur potendo discutere della messa in scena di questi intrighi, la cura dedicata e al comparto visivo non può essere negata: la ricostruzione certosina degli ambienti, situati principalmente a Milano e a Roma, contribuisce a delineare il contesto in cui si muovono i protagonisti, offrendo un corrispettivo concreto alle stravaganze di cui vengono accusati, così come al loro prestigio. Altrettanto egregio è il lavoro fatto sui costumi: la casa Gucci, che ricordiamo non essere più gestita dai membri della famiglia, ha garantito l’accesso ai propri archivi, contribuendo al risultato ottenuto dagli artisti coinvolti nella produzione per quanto concerne vestiti e oggettistica. L’estetica del film viene ulteriormente valorizzata dalla fotografia, che nella sua pulizia contribuisce a separare i diversi luoghi e momenti della storia, uno dei pochi veri indizi che ci permettono di intuire lo scorrere del tempo.

Un plauso va anche alle prove attoriali, o almeno ad alcune di esse. Lady Gaga regala un’interpretazione accattivante nel ruolo di Patrizia Reggiani, riuscendo a dipingere questa arrampicatrice sociale senza scadere né nel macchiettistico, né nel giustificazionismo. La signora Reggiani non sarà stata uno stinco di santo e non ci viene venduta come tale, ma i suoi tentativi di prendere in mano le redini della famiglia Gucci trasudano così tanta determinazione che non si può fare a meno di tifare per lei. La cantante/attrice ha studiato il ruolo con l’intento di renderlo più di una semplice caricatura, e così facendo è riuscita a dar vita a un ritratto tridimensionale, ma non per questo lusinghiero. Adam Driver, pur avendo avuto meno sostanza con cui lavorare – il suo Maurizio Gucci viene mostrato come un semplice bietolone per buona metà del film – restituisce comunque un’ottima performance che si evolve di pari passo con il riscatto del suo personaggio; Al Pacino fa il suo dovere nei panni di Aldo Gucci, zio di Maurizio, prima mentore e poi rivale, senza brillare particolarmente, salvo nelle scene più emotivamente sentite in cui fa la parte del leone.

E poi c’è Jared Leto. L’interpretazione di Paolo Gucci, cugino di Maurizio e figlio di Aldo, merita un paragrafo a sé. Un paragrafo corto, in realtà, perché basta una parola per descriverla: terrificante. A onor del vero è difficile dire quanto ciò dipenda dall’attore e quanto dalle indicazioni che gli sono state date: mentre gli altri personaggi cercano di mantenere un tono perlopiù drammatico, Jared Leto sembra essere uscito da un film completamente diverso e inanella una serie di perle di puro trash non filtrato, prima tra tutte il suo monologo sul cioccolato e le feci. Il suo Paolo Gucci è una macchietta, un comic relief talmente grottesco da farti sentire dispiaciuto per la sua controparte reale, indipendentemente da quanto meritasse una tale rappresentazione. L’accento di Leto, ciliegina su questa torta di dubbia provenienza e più forte di quello di Paolo Gucci stesso, si può spiegare soltanto in un modo: l’attore voleva a tutti i costi il ruolo del protagonista nel nuovo film di Super Mario e ha usato House of Gucci come gigantesco provino.

Problemi di tono a parte, la pellicola soffre anche di un ritmo esageratamente rilassato: mentre ai problemi personali di Maurizio e Patrizia viene dedicato il giusto minutaggio, le parti legate a frodi e intrighi si dilungano senza risultare minimamente avvincenti e tantomeno chiare. C’è un momento in cui le sorti della casa Gucci sembrano risollevarsi salvo incontrare nuovi e imprevisti ostacoli, ma lo spettatore non fa in tempo a interessarsi della cosa che il film finisce. A questo proposito, su due ore e quaranta di film le parti dedicate all’omicidio ricoprono un arco temporale paragonabile a quello di uno starnuto; in tal senso bisogna riconoscere lo splendido lavoro fatto da chi ha montato i trailer, che fanno intuire una tensione e una dimensione da thriller del tutto assenti nel prodotto vero e proprio, piagato anzi da una regia didascalica.

I cosiddetti biopic, film che seguono la vita di persone realmente esistenti, tendono a distorcere la realtà per renderla più cinematografica. Il vero Mark Zuckerberg non ha minimamente la parlantina della sua controparte in The Social Network; A Beautiful Mind travisa completamente la teoria dei giochi di John Nash per concentrarsi sulla sua schizofrenia, a sua volta esagerata. Noi lo accettiamo perché siamo consapevoli delle esigenze narrative dietro a queste operazioni, ma Ridley Scott ha fatto qualcosa di nuovo con House of Gucci: ha stravolto le vicende a cui si è ispirato ed è riuscito comunque a tirarne fuori una storia poco interessante.

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