I COSTI DELLA CRISI/ Le imprese (e i lavoratori) a rischio, nonostante i sostegni

- Natale Forlani

La cessazione delle garanzie dello Stato sui prestiti e delle moratorie può avere effetti negativi su alcune imprese e sui loro occupati

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(LaPresse)

Tra le ipotesi prese in considerazione per il prossimo decreto del Governo finalizzato a implementare ulteriormente i sostegni alle imprese e ai lavoratori autonomi sono contenute le proroghe per le garanzie statali per l’accesso al credito, e per le moratorie temporanee per i rimborsi delle rate dei prestiti e per le scadenze fiscali, sino alla fine dell’anno in corso. Misure che, sulla base della valutazione del ministero dell’Economia e della Banca d’Italia, hanno consentito l’accesso alle garanzie statali sui nuovi prestiti bancari a 2,7 milioni di imprese per un valore di circa 300 milioni di euro (1,2 milioni di imprese e 190 miliardi di importo per la parte relativa alle moratorie).

Data la proroga dei provvedimenti amministrativi rivolti a contrastare la pandemia, e l’incertezza sui tempi di riapertura completa dei servizi rivolti alle persone e alla collettività, la richiesta che proviene dalle associazioni imprenditoriali di prorogare questi interventi, in parallelo ai contributi a fondo perduto per i ristori finanziari destinati a contenere le perdite di fatturato, è del tutto comprensibile. Resta il fatto che per le garanzie sui prestiti e per le moratorie, gli effetti comporteranno un aumento esponenziale dei debiti delle imprese, analogamente a quanto avviene per il debito pubblico per le erogazioni a fondo perduto. Su entrambi i versanti si pone il problema della sostenibilità futura di questi indebitamenti. Mentre per la parte pubblica è evidente l’assunzione collettiva della responsabilità dei rimborsi, su quello delle imprese le ricadute comportano inevitabilmente un potenziale di fallimenti e di chiusure delle attività per quelle non in grado di sostenerli.

La cessazione delle garanzie dello Stato sui prestiti e delle moratorie sui tempi di restituzione può comportare per il sistema delle imprese un effetto analogo a quello che avverrà per l’occupazione con la fine del blocco dei licenziamenti e dell’utilizzo delle casse integrazioni, quando diventerà evidente che per una parte non marginale delle imprese assistite, soprattutto quelle che erano in palese difficoltà anche prima dell’avvento del Covid, non ci saranno le condizioni per il proseguo delle attività.

Durante la fase acuta della pandemia, che ha comportato una perdita dell’8,9% del Prodotto interno lordo, si è registrata una paradossale diminuzione del 17% del numero dei fallimenti e delle liquidazioni delle imprese rispetto al 2019, del tutto analoga alla riduzione dei licenziamenti provocata dal blocco degli stessi e dall’utilizzo della cassa integrazione, con un parallelo aumento dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel corso del 2020. Per questi ultimi, la correzione operata recentemente dall’Istat per il calcolo dei lavoratori occupati, che sottrae dal numero quelli in cassa integrazione da più di tre mesi, ha messo in evidenza anche il probabile effetto negativo sull’occupazione, circa 300mila posti di lavoro, che potrebbe gradualmente verificarsi con lo sblocco delle procedure dei licenziamenti e l’esaurimento delle Cig. Sul versante delle imprese l’Istat, e alcune fonti associative imprenditoriali, quantificano in circa 200 mila il numero di quelle a forte rischio di chiusura. Con effetti negativi che si riverseranno anche sui lavoratori dipendenti a loro carico, sulla quota crediti inesigibili per il sistema bancario e per l’erario pubblico chiamato nel contempo a farvi fronte con le garanzie statali offerte, e a rinunciare ai crediti fiscali e contributivi maturati verso queste imprese.

Allo stato attuale, queste previsioni rimangono ancorate a quelle ottimistiche del successo della campagna dei vaccini, e di una consistente ripresa delle attività nel secondo semestre dell’anno in grado di dimezzare le perdite del Pil accumulate dall’inizio della pandemia. A confortare tale previsione è l’enorme accumulo di risparmio avvenuto nel corso della crisi, circa 160 miliardi (un valore analogo a quello delle risorse pubbliche messe in campo per i sostegni alle imprese e alle persone), due terzi dei quali conseguenti a un aumento della liquidità disponibile delle imprese, e la ragionevole previsione di un forte rimbalzo dei consumi interni e degli investimenti privati, in grado di ribaltare le tendenze in particolare nei settori dei servizi collettivi attualmente più penalizzati.

Ma sarebbe profondamente sbagliato ritenere che l’inversione della tendenza possa avvenire per l’effetto di un mutamento positivo della congiuntura. L’emergenza Covid ha messo drammaticamente in evidenza i punti di forza e di debolezza del nostro sistema economico e delle politiche economiche rivolte a sostenerlo. Buona parte dei comparti della manifattura, e in genere le aziende che esportano, hanno dimostrato una grande vitalità recuperando i livelli di produzione precedenti la crisi. Non così la gran parte delle imprese dei servizi, in particolare le piccolissime imprese che devono recuperare un pesante gap tecnologico e organizzativo che presuppone anche un forte ricambio imprenditoriale, un adeguamento delle competenze delle risorse umane utilizzate.

Il recupero delle perdite accumulate in termini di imprese e di occupazione nel corso della crisi non potrà che avvenire aumentando l’intensità e la qualità delle innovazioni, concentrando gradualmente le risorse disponibili in questa direzione, aiutando le imprese che hanno una prospettiva di crescita, incentivando fiscalmente la loro capitalizzazione, le fusioni, il reinvestimento dei profitti, l’adeguamento delle competenze delle risorse umane. Sullo sfondo rimane l’esigenza di raddoppiare il valore effettivo degli investimenti pubblici in infrastrutture nel breve e medio periodo.

Nella condizione attuale di un incremento delle perdite dovute a fattori extraeconomici, non è affatto semplice trovare il punto di equilibrio tra la destinazione delle risorse per difendere le attività produttive esistenti e quelle finalizzate a sviluppare quelle più innovative. E in effetti è sulla capacità di conciliare una ragionevole gestione dei costi sociali con robuste politiche economiche finalizzate a trasformare gli assetti del sistema produttivo e del mercato del lavoro, imponendo un cambiamento delle priorità, che si giocherà buona parte della credibilità del Governo Draghi nei prossimi mesi.

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