I NUMERI/ -76.000 lavoratrici in un anno, il guasto che non si risolve coi sussidi

- Alessandra Servidori

In un anno sono diminuite le posizioni lavorative occupate da donne e sono aumentate quelle degli uomini. Un problema crescente in Italia

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La nota è del ministero del Lavoro e di Banca Italia ed è in base alle comunicazioni obbligatorie delle aziende che sono tenute a redigere. È una nota dolente del nostro Paese che continua inarrestabile ed è l’occupazione femminile, la peggiore in tutta Europa: solo il 31,3% delle donne ha un lavoro a tempo indeterminato, contro la media europea del 41,5%. Lo stipendio medio femminile resta uno dei più bassi d’Europa ed è di un quinto inferiore rispetto a quello degli uomini. Su base annua, invece, sono 312mila le donne che hanno perso il lavoro, 132mila gli uomini.

A fine febbraio le posizioni lavorative occupate da donne erano circa 76.000 in meno rispetto a un anno prima; quelle occupate da uomini erano invece 44.000 in più: la differenza tra le due grandezze ammontava a circa 120.000 posizioni. Il divario può dipendere da molteplici condizioni tra cui l’eterogeneità dell’evoluzione della domanda di lavoro, più sfavorevole nei comparti dove la presenza femminile risulta più diffusa, e dall’offerta di lavoro. Ma è un disastro annunciato più volte, visto che già lo scorso giugno l’Ispettorato nazionale del lavoro segnalava che 37.611 lavoratrici neo/mamme si sono dismesse nel 2019.

E non c’è da meravigliarsi dal momento che solo il 21% delle richieste di part-time o flessibilità lavorativa chiesto dalle lavoratrici con bimbi piccoli è stato accolto. Già alla fine della prima pandemia 1 donna su 2 ha rinunciato a lavorare a causa del Covid e il 31% annullava o posticipava la ricerca (inutile) di lavoro e 1 donna su 2 ha visto peggiorare la propria situazione economica, dichiarando di non poter sostenere una spesa imprevista, soprattutto tra le madri al nord al centro al sud. E la percentuale sale al 63% tra le 25-34enni e al 60% tra le 45-54enni e comunque 3 donne su 10 non occupate con figli a causa del Covid rinunciano a cercare un lavoro (Dati WeWorld).

Le donne, in Italia, hanno anche molte meno prospettive di carriera rispetto al resto del continente. Il Career Prospects Index dell’Eige, che valuta l’autonomia nel lavoro, le tipologie di contratto, le possibilità di avanzamento di carriera e la probabilità di essere licenziate in caso di ristrutturazione aziendale, assegna al nostro Paese un punteggio di 52 su 100, contro la media europea di 64. 

La Ministra Bonetti esulta perché in Senato è passato con legge delega (ddl del 2014) il provvedimento dell’assegno unico – 250 euro a figlio – per le famiglie che assorbirà da luglio le misure in corso: dagli assegni familiari alle detrazioni, al bonus bebè, agli sgravi per famiglie numerose. E sarà esteso a tutte le famiglie dei dipendenti, autonomi professionisti, incapienti, disoccupati. Ma sappiamo che una legge delega deve realizzare i regolamenti attuativi e ci vuole tempo e per ora ci sono solo 20 miliardi a disposizione e servirebbero altri finanziamenti e Bonetti assicura che il Governo sta ragionando per aumentare il plafond. Ma non è solo una questione di sussidi. Le donne in Italia vogliono entrare e rimanere nel mercato del lavoro. E per questo bisogna da subitissimo aumentare le politiche attive in favore delle italiane. 

Significa uno sforzo gigantesco per riavvicinare il gap tra domanda e offerta anche di nuove figure professionali e servirà affiancare capacità tecniche di formazione ed erogazione di servizi per facilitare l’occupabilità, ovviamente mettendo in piedi un sistema integrato sul territorio, servizi pubblici/privati per la prima infanzia e per la cura dei non autosufficienti, servizi per la riqualificazione professionale, servizi di accompagnamento al lavoro con decisioni chiare, percorsi attuativi rapidi, esecutori certi, finanziamenti assicurati. Significa rivoltare la contrattazione di prossimità come un calzino e dare al welfare aziendale certamente gli sgravi fiscali e contributivi ma soprattutto finalizzati ad aumentare i congedi, la flessibilità lavorativa, e bisogna implementare i fondi bilaterali e clausole sociali nei rinnovi contrattuali: così si sostengono le italiane e lo sviluppo.

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