I NUMERI DELLA CRISI/ Ecco i 20 spread con l’Europa che il Governo dovrà ridurre

- Enrico Quintavalle

Il nuovo Governo dovrà affrontare una situazione molto difficile. I divari dell’Italia con il resto d’Europa sono cresciuti su diversi fronti

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LaPresse

L’agenda del nuovo Governo – oggi sono previste le dichiarazioni programmatiche al Senato – conterrà la gestione dell’emergenza sanitaria e la stesura finale del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) con cui l’Italia richiederà l’utilizzo dei fondi europei. Si delinea un percorso di attuazione delle riforme indicate nelle Raccomandazioni della Commissione europea, tra cui fisco, giustizia e Pubblica amministrazione. Di seguito presentiamo alcune evidenze su otto ambiti di intervento da cui emergono per l’Italia dei ritardi significativi.

Emergenza sanitaria – Alla quinta settimana del 2021 l’Italia cumula 1.512 decessi Covid-19 per milione di popolazione, al quarto posto in Unione europea dopo Belgio, Slovenia e Repubblica Ceca, un’incidenza più che doppia rispetto a quella della Germania. Al 14 febbraio 2021 le dosi di vaccino somministrate nell’Unione europea sono pari al 4,9% della popolazione (al 5% in Italia), un terzo del 16,0% degli Usa e un quinto del 23,3% del Regno Unito. L’Italia spende per la salute il 6,8% del Pil, un valore non distante dalla media Ue (7%). Con gli otto decreti anticrisi e la manovra di bilancio varati lo scorso anno la spesa per la sanità è aumentata di 6,2 miliardi di euro per il 2020, crescerà di 2,5 miliardi nel 2021 e di 1,1 miliardi nel 2022. 

Lavoro – Nei nove mesi di pandemia gli occupati si sono ridotti di 425 mila unità, nonostante l’intenso utilizzo degli ammortizzatori sociali: da marzo 2020 a gennaio 2021 sono stati erogati oltre 19 miliardi di euro a fronte di oltre 4 miliardi di ore di cassa integrazione autorizzate, quattro volte la media annuale registrata nelle precedenti recessioni. Senza un adeguato rilancio dell’economia, l’esaurimento degli interventi di sostegno potrebbe far esplodere la disoccupazione: nelle ultime previsioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio il tasso delle persone in cerca di lavoro passa dal 9,2% del 2020 al 10,7% nel 2021. Gravano forti ritardi per il tasso di occupazione dei giovani e per quello delle donne, indicatori per cui l’Italia è agli ultimi posti nell’Unione. 

Investimenti e fondi europei -Nei primi tre trimestri del 2020 in Italia si sono persi 2,5 miliardi di euro al mese di investimenti. Il Pnrr destina risorse per rilanciare gli investimenti pubblici e per incentivare quelli privati, ma l’inefficienza della macchina burocratica potrebbe ridurre gli effetti espansivi: l’Italia è il penultimo Paese dell’Ue, davanti solo alla Grecia, per lunghezza delle procedure di appalto. Una recente analisi della Corte dei conti evidenzia che per 249 mila interventi per opere pubbliche avviati tra il 2012 e il 2020, il grado di realizzazione si ferma al 25,3%. La prima proposta del Pnrr per infrastrutture per la mobilità sostenibile, tutela del territorio, risorse idriche ed efficientamento degli edifici – interventi chiave per la transizione green -, mette in gioco risorse per 84,4 miliardi di euro, il 38% del totale dei fondi di Next Generation Eu: un ritardo nell’attuazione di questi interventi depotenzierebbe gli effetti sulla crescita, mettendo a rischio il successo dell’intero Piano ed esponendo l’Italia a una nuova e grave crisi del debito sovrano. Le risorse destinate alla digitalizzazione dovranno favorire l’incremento di efficienza dei servizi pubblici e incentivare gli investimenti e la creazione di valore delle imprese.

Covid-19 e Pil, la “variante italiana” – Senza un’accelerazione della crescita, l’Italia nel 2022 sarà il Paese dell’Unione con i segni più profondi della crisi scatenata dalla pandemia, con un livello del Pil inferiore del 2,4% rispetto a quello del 2019, mentre l’Ue avrà completamente recuperato, collocandosi sopra dell’1% al livello pre-crisi.

Fisco – Nel 2021 sull’economia italiana grava un maggiore carico fiscale di 24 miliardi di euro rispetto alla media dell’Eurozona, come ha evidenziato Confartigianato lunedì scorso in una audizione sulla riforma dell’Irpef. Nel 2019 l’aliquota implicita di tassazione sul lavoro, comprensiva dei contributi sociali versati dal datore e dal lavoratore, è del 43,8%, la più alta dell’Unione, oltre cinque punti superiore al 38,1% della media europea. Elevata anche la tassazione ambientale, pari al 3,3% del Pil, quasi un punto superiore al 2,4% della media europea; i progetti per la transizione energetica non dovranno ulteriormente aumentarla. A fronte dell’alta tassazione dell’energia, il prezzo dell’energia elettrica pagato dalle piccole imprese italiane è il più alto dell’Unione. In Italia pesa anche l’eccessiva burocrazia fiscale: per il tempo necessario a un’impresa per pagare le tasse, l’Italia si colloca all’ultimo posto nell’Unione europea.

Pubblica amministrazione – Stride il contrasto tra la quinta posizione nell’Ue ricoperta dell’Italia per pressione fiscale e la penultima per la qualità dei servizi pubblici; il nostro Paese scivola all’ultimo posto per il grado di fiducia dei cittadini nei confronti della Pubblica amministrazione.

Giustizia – Persiste una durata insostenibile dei procedimenti civili: i 1.120 giorni per la risoluzione di una disputa commerciale collocano l’Italia al terz’ultimo posto nell’Unione europea, davanti a Slovenia e Grecia, nonostante la spesa pubblica per i tribunali italiani in rapporto al Pil sia identica alla media europea.

Istruzione – In Italia la spesa per l’istruzione è inferiore di 0,6 punti di Pil alla media Ue. Una più bassa retribuzione degli insegnanti in Italia si associa a una minore efficacia del sistema formativo: gli studenti quindicenni in Italia registrano risultati relativi alle competenze di base ampiamente inferiori rispetto agli altri maggiori paesi dell’Unione europea.

In tredici dei venti indicatori riportati nella tabella sottostante l’Italia è agli ultimi tre posti nell’Unione europea: serviranno le migliori energie dei cittadini, delle imprese, dei policy makers e delle pubbliche amministrazioni per uscire dal tunnel della pandemia, attuare le riforme necessarie a ridurre alcuni di questi divari e accelerare la crescita economica, consentendo alla “nave Italia” di evitare l’iceberg della crisi del debito.

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