I NUMERI DELLA RECESSIONE/ La crisi di primavera si abbatte su moda, Pnrr e consumi

- Enrico Quintavalle

Un prolungamento del conflitto espone l’economia italiana al rischio di una stagflazione, con ricadute importanti per famiglie e imprese

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(LaPresse)

Un prolungamento del conflitto nel cuore dell’Europa espone l’economia italiana al rischio di una stagflazione, con ricadute rilevanti sul sistema delle imprese, già impegnato in una delicata transizione post-pandemia. Si delinea una pericolosa sincronizzazione di politiche economiche restrittive, mentre per affrontare questa nuova crisi servirebbe una risposta comune dell’Unione europea, articolata con interventi fiscali espansivi. 

Le ripercussioni della guerra sulla crisi energetica iniziata lo scorso anno stanno dipanando effetti dirompenti sui bilanci di famiglie e imprese. A marzo il prezzo del petrolio in euro ha raggiunto il massimo storico, superando il precedente picco del marzo 2012. Secondo le previsioni contenute nel Documento di economia e finanza, il 2022 sarà l’anno del più elevato prezzo in euro del barile di Brent. Il prezzo del gas europeo è deragliato, moltiplicandosi per 5,1 volte negli ultimi dodici mesi. 

Questa escalation ha pesanti ricadute sulla bolletta energetica: a gennaio 2022 le importazioni di energia (totale ultimi dodici mesi) salgono di 35,7 miliardi di euro (+121%) su base annua, di cui l’87%, pari a 31,1 miliardi, è dovuto all’aumento dei prezzi e solo il restante 13% (4,7 miliardi di euro) da aumento dei volumi acquistati. 

Secondo i dati definitivi pubblicati venerdì scorso, a marzo 2022 l’inflazione accelera per il nono mese consecutivo, raggiungendo il 6,5%. Il 72% dell’aumento dei prezzi, pari a 4,7 punti di inflazione, deriva dai beni energetici, che a marzo, nel confronto internazionale, segnano un aumento del 53,5%, 8,8 punti in più rispetto al +44,7% della media dell’Eurozona, un divario che arriva a 15,9 punti rispetto alla Germania e sale a 24 punti rispetto alla Francia. Una così ampia divergenza penalizza in modo severo la competitività delle imprese italiane, mentre il caro-energia riduce il potere di acquisto delle famiglie. 

Sulla base degli andamenti dei prezzi dell’energia si calcola (nell’ipotesi di parità di quantità consumate, con una domanda anelastica) che nell’ultimo anno, tra aprile 2021 e marzo 2022, le famiglie italiane abbiano speso per elettricità, gas e carburanti 17,3 miliardi di euro in più rispetto ai dodici mesi precedenti, sottraendo risorse dei bilanci familiari per la spesa in servizi e in beni non energetici. Potrebbero essere colpiti con maggiore intensità quei consumi già pesantemente colpiti dalla recessione: rispetto al livello pre-Covid del 2019, negli ultimi due anni i prodotti della moda e i servizi turistici e di intrattenimento hanno cumulato minori spese delle famiglie per 125,8 miliardi di euro. Una sorta di tempesta perfetta grava sulla moda, unico comparto manifatturiero che non ha recuperato le esportazioni del 2019 oltre a essere colpito dalle sanzioni commerciali nei confronti della Russia, dalle quali deriva per quest’anno un effetto recessivo sul Pil per 3,6 miliardi di euro. 

Lo shock dei prezzi genera effetti di più lungo periodo: al termine della crisi i prezzi di petrolio e gas naturale saranno strutturalmente più elevati, a fronte delle minori esportazioni della Russia, del calo degli investimenti e dei piani di decarbonizzazione.

E mentre la guerra in Ucraina ha occupato la scena dei media, sul fronte della pandemia è da inizio anno che in Cina si registrano lockdown locali che influiscono sull’attività economica della prima economia manifatturiera nel mondo, la quale già dalla seconda metà del 2021 ha registrato una riduzione delle importazioni; nei primi due mesi del 2022 il made in Italy in Cina sale di un limitato 2,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, a fronte del +20% registrato dal totale dei Paesi extra Ue. 

La produzione manifatturiera italiana, volatile nei primi due mesi dell’anno, nella media dell’ultimo trimestre rilevato (dicembre 2021-febbraio 2022) segna una diminuzione dell’1,2% rispetto al trimestre precedente. Dove si usa più energia il calo dell’attività è molto accentuato: a febbraio 2022 la domanda di gas delle imprese manifatturiere risulta del 9,3% inferiore a quella di un anno fa e a marzo cede il 10,3% rispetto a quella di dodici mesi prima. 

Rimane aperta la partita della dipendenza del gas russo: negli ultimi anni, in parallelo alla sfavorevole evoluzione dei rapporti con la Libia, non sono state costruite alternative solide al rifornimento di energia e gli effetti del taglio del cordone ombelicale del gas russo sarebbero molto profondi. L’interruzione di afflussi di gas dalla Russia, nell’ipotesi più severa delineata nel Documento di economia e finanza varato lo scorso 6 aprile – una parziale sostituzione determinerebbe una carenza di gas importato del 18% per quest’anno e un più marcato aumento dei prezzi – determinerebbe effetti negativi di 2,3 punti di Pil nel 2022 e di 1,9 punti nel 2023, spalancando uno scenario di stagflazione, un’associazione di alta inflazione e stagnazione che non si registrava da quarant’anni.

Per fare fronte a questa gelata di primavera dell’economia e ai rischi che derivano dal prolungamento del conflitto in Ucraina, servirebbero politiche economiche espansive. Nel Def 2022 è sotteso un debole impulso fiscale, che si ferma a 0,2 punti di maggiore Pil per quest’anno e a 0,1 punti nel 2023, mentre la crescente inflazione ha innescato una politica monetaria meno accomodante. Gli orientamenti espressi a inizio marzo della Commissione europea per una politica di bilancio neutrale nell’Eurozona, con un’accentuazione restrittiva nei Paesi ad alto debito, delineano per l’Italia una pericolosa sincronizzazione pro-ciclica tra la politica monetaria e quella di bilancio. 

Gli spazi di espansione fiscale appaiono insufficienti per affrontare la sfida che la crisi in corso sta ponendo alle economie europee. Vanno ampliati gli interventi finalizzati a ridurre la dipendenza energetica, come le agevolazioni per la produzione e la domanda di energia da fonti rinnovabili, la costruzione di nuovi rigassificatori, gli incentivi per investimenti energy saving in macchinari e nelle abitazioni. Un’espansione degli investimenti pubblici in energia rinnovabile fornisce un maggiore apporto alla crescita, come evidenziato in un recente esercizio condotto dall’Ufficio parlamentare di bilancio.

Molti degli interventi per contrastare le ricadute dello shock energetico in corso non sono finanziabili con le risorse nazionali, rendendo necessaria una risposta comune dell’Unione europea che utilizzi l’esperienza di debito congiunto di Next Generation Eu, come indicato nelle comunicazioni dello scorso 23 marzo del presidente del Consiglio Mario Draghi. 

Infine, senza le leve di una politica fiscale espansiva sarà difficile accompagnare i processi di riforma previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, essenziali per una crescita strutturale dell’economia: si tratta di 63 riforme in sei anni, più di dieci all’anno, una sfida senza precedenti.

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