I NUMERI/ La gestione lombarda del Covid non è adeguata? Uno studio dice il contrario

- Paolo Berta

Uno studio sulla mortalità in zone limitrofe tra la Lombardia le regioni confinanti smentisce la tesi di una peggiore risposta della sanità lombarda

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Reparto di terapia intensiva (LaPresse)

L’epidemia Covid-19 ha colpito il Nord Italia, e la Lombardia in particolare, con una intensità ed una forza che ha sorpreso tutti, provocando un reale stravolgimento delle organizzazioni sanitarie a diversi livelli, evidenziando gli elementi positivi del sistema sanitario regionale e anche, inevitabilmente, le sue criticità. Allo stesso tempo la crisi ha consentito esperienze (organizzative, professionali, gestionali etc.) che sembravano impossibili solo poche settimane prima e che hanno di fatto consentito complessivamente al sistema sanitario regionale di non soccombere alla pandemia.

È trascorso davvero poco tempo da quei giorni scanditi dalle sirene delle ambulanze, e mentre già si ragiona su una possibile recrudescenza dell’epidemia, proviamo a riflettere su ciò che è accaduto. Il caso lombardo risulta centrale in questa riflessione: si dice che la Lombardia abbia avuto risultati peggiori di altre realtà nazionali ed internazionali, in parte per un livello di contagio iniziale che ha messo in crisi il sistema.

Per poter formulare un giudizio che vada oltre l’opinione è necessario osservare ed analizzare i dati disponibili e cercare in questo modo di capire se in Regione Lombardia gli esiti della gestione di quei momenti abbia avuto conseguenze peggiori di altre realtà. Ma per potersi esprimere in tal senso, la prima domanda che ci si deve porre riguarda appunto i dati. Siamo in possesso di dati quantitativamente e qualitativamente adeguati per poter rispondere a questa domanda? Avevamo scritto su questa testata che la comunità scientifica era in grande fermento per studiare sotto ogni profilo l’epidemia di Covid-19, non solo da un punto di vista sanitario, ma anche sociale ed economico. Uno sforzo encomiabile dettato dal desiderio di divulgare ricerca di buona qualità su un tema così importante. In questo la Regione Lombardia non è stata all’altezza. Come sempre si è deciso di non divulgare tempestivamente i dati, di non avvalersi del contributo di tutta la comunità scientifica, chiudendosi a riccio invece che aprirsi alla conoscenza. Questo è un limite che la Regione Lombardia dovrà superare se vorrà recuperare il terreno perso negli ultimi anni rispetto alla qualità che forniscono altri sistemi sanitari italiani.

Gli unici dati disponibili sono quelli divulgati quotidianamente dalla Protezione civile, che riguardano principalmente il numero di contagi, il numero di pazienti ospedalizzati, il numero di pazienti in terapia intensiva e i deceduti per Covid-19. Questi dati, seppur preziosi, risentono di alcuni bias che ne inficiano la qualità. Durante il periodo di maggiore impatto del Covid-19, infatti, il numero di contagiati, di ospedalizzati e di deceduti riguardava solo le persone che afferivano al pronto soccorso dei diversi ospedali. La scarsa disponibilità di tamponi e l’eccessiva pressione sul sistema sanitario ha comportato una sottostima dei valori reali di contagiati, ospedalizzati e deceduti. Questa fonte dati, anche se consente di formarsi un’idea generale del livello di contagio, risulta utile soprattutto per studiare la capacità del sistema sanitario di reagire all’epidemia adeguando l’offerta di posti letto in terapia intensiva.

È pur vero che valutare la gestione dell’epidemia di Covid-19, significa valutare la capacità del sistema sanitario di reggere il livello di stress a cui è esposto (la cosiddetta “resilience” dei sistemi sanitari). La capacità del sistema di adeguare la propria offerta, di modificare il proprio assetto organizzativo, di individuare una risposta rapida e adeguata nel trattamento dei pazienti e soprattutto la capacità di cooperazione.

Quando l’onda d’urto della diffusione dei contagi di Covid-19 ha colpito la Lombardia, è stato necessario sospendere la gestione ordinaria del sistema sanitario. Un sistema sussidiario basato su un quasi-mercato in cui ospedali pubblici e privati competono e sono rimborsati per le prestazioni erogate secondo le stesse regole entro i limiti imposti da un budget preassegnato. Un sistema, inoltre, in cui al paziente è data libertà di scelta rispetto a dove farsi curare.

Questi principi cardine del sistema sanitario lombardo sono sostanzialmente saltati: gli ospedali (pubblici e privati) hanno dovuto reagire nel modo più veloce possibile alla crescente domanda di posti letto per pazienti Covid-19 e soprattutto ad una imponente richiesta di posti letto in terapia intensiva. Nelle aree regionali maggiormente colpite, quali Bergamo, Brescia, Cremona e Lodi, si è assistito ad una straordinaria capacità degli ospedali di passare da un sistema competitivo ad una cooperazione positiva e solo così, in uno sforzo comune, si è potuto evitare il collasso del sistema ospedaliero. In particolare, in regione Lombardia gli ospedali sono stati in grado di passare dai circa 850 posti letto in terapia intensiva di febbraio agli oltre 1500 di fine aprile. Uno sforzo immane che si è ottenuto grazie alla capacità dei manager ospedalieri (pubblici e privati) di ridisegnare il proprio assetto organizzativo. Nessun’altra Regione ha ottenuto risultati paragonabili, ma è evidente che questa prima evidenza positiva risulta strettamente legata al livello di contagio iniziale e quindi non è un elemento che consente di paragonare la gestione del Covid-19 in Lombardia con quanto accaduto in altre realtà.

Per un giudizio complessivo, invece, possiamo sfruttare la banca dati sui deceduti per tutte le cause di mortalità messa a disposizione da Istat. L’Istituto guidato dal Prof. Blangiardo ha prodotto un risultato encomiabile che va proprio nella direzione a cui si accennava in precedenza: mettere a disposizione della comunità scientifica un set di dati che serva a produrre conoscenza. Sfruttando questi dati è possibile analizzare l’eccesso di mortalità osservato nel 2020 rispetto a quanto si è osservato negli anni precedenti. Inoltre, la granularità del dato (livello comunale) consente di confrontare se esiste una qualche differenza statisticamente significativa tra quanto si osserva in Lombardia e nelle altre Regioni. Per poter effettuare un confronto a parità di condizioni che non sia quindi distorto dal livello di contagio, la letteratura scientifica suggerisce di confrontare aree territoriali limitrofe, che risultano confrontabili in termini di diffusione del virus, di condizione socio-economica, di struttura di popolazione e che risultano diverse per il solo fatto di appartenere a Regioni diverse. Nella mappa proposta si può capire meglio quali siano i territori messi a confronto, dove i comuni assumono un colore dal verde al rosso in base a quanto elevata risulta la differenza di mortalità tra il 2020 e il 2019.

I primi risultati delle analisi che stiamo svolgendo in questo periodo evidenziano come non vi siano differenze significative nell’eccesso di mortalità tra la Lombardia e l’Emilia-Romagna, il Piemonte e il Trentino, mentre il Veneto sembra al momento aver ottenuto risultati migliori.

È trascorso davvero poco tempo dalla fine di aprile, quando la situazione ha iniziato a migliorare, ma una prima valutazione sull’andamento dell’epidemia e su come sia stata affrontata in Lombardia è possibile.

Da un lato abbiamo osservato un sistema ospedaliero che è stato in grado di evitare il collasso, adeguandosi in modo rapido ed efficace, grazie allo sforzo di manager sanitari, dei medici e degli infermieri. Dall’altro lato le prime analisi statistiche sui dati di mortalità dimostrano come l’idea che la gestione lombarda del Covid-19 non sia stata adeguata non trovano riscontro nei dati.

 



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