I NUMERI/ Meno salari e stabilità, il “lato oscuro” dell’aumento dell’occupazione

- Natale Forlani

I dati diffusi ieri dall’Istat sull’occupazione nel mese di ottobre mostrano i mutamenti in atto nel mercato del lavoro

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Lapresse

Nel mese di ottobre l’occupazione torna al segno positivo. I 46 mila occupati in più rispetto al mese precedente, come segnalato ieri dall’Istat, consentono di tornare alle cifre registrate nel mese di giugno, e far segnare una crescita su base annua di 217mila unità. A far da traino sono i lavoratori indipendenti, un dato positivo che contribuisce a contenere la riduzione di questa importante componente del mercato del lavoro che ha subito rilevanti perdite nell’ultimo decennio. Per l’effetto di questi numeri il tasso di occupazione è tornato leggermente a salire al 59,2%, contemporaneamente alla diminuzione del numero dei disoccupati, – 44mila su base mensile e -269mila su quella annua.

Questi numeri, se rapportati all’attuale stagnazione dell’economia, e alla significativa diminuzione della produzione industriale, creano un certo stupore e meritano certamente una spiegazione. Una parte di questa spiegazione l’ha già fornita lo stesso istituto di statistica. Il numero degli occupati è tornato a superare, di poco più di 100mila unità, quello del 2008, l’anno precedente la lunga crisi economica, che aveva comportato nella fase più acuta una perdita di quasi un milione di lavoratori. Ma questo non è avvenuto per il numero complessivo delle ore lavorate, che rimane ancora inferiore di circa due miliardi rispetto a dieci anni fa. A fare la differenza è stata l’enorme crescita, oltre un milione, del numero dei rapporti di lavoro part-time, e di circa 750mila rapporti a tempo determinato.

Questa tendenza viene interpretata da molti opinionisti, e dalla prevalenza delle rappresentanze politiche, come l’effetto delle riforme che hanno indebolito le tutele del rapporto di lavoro, ampliando le maglie per l’utilizzo dei contratti a tempo indeterminato e indebolendo quelle per i licenziamenti senza giusta causa. Ma questa tesi, da un’attenta lettura delle statistiche, appare del tutto infondata. I cambiamenti in atto sono dovuti soprattutto alle caratteristiche dei settori che fanno da traino per la nuova occupazione. Il sostanziale recupero del numero degli occupati (circa un milione, in grande prevalenza donne) è avvenuto soprattutto in due grandi comparti aggregati: quello dei servizi rivolti al mercato, in particolare nei settori della ristorazione e degli alberghi, e quello dei servizi alla persona con un’accentuazione per l’ambito del lavoro domestico. Cosa che ha compensato le perdite occupazionali nei settori delle costruzioni, nel manifatturiero e nel pubblico impiego.

I comparti e i settori in crescita, com’è facile comprendere, sono caratterizzati da un’elevata stagionalità, da un più rapido adattamento delle organizzazioni del lavoro e del numero degli occupati all’andamento della domanda di servizi e da una più elevata mobilità. Viceversa, buona parte di quelli che hanno perso occupati lo erano per la maggiore stabilità dell’occupazione, per orari di lavoro e salari erogati più elevati e collegati a una maggiore produttività del lavoro. Differenze che tuttora vengono riscontrate positivamente per i comparti della manifattura.

Paradossalmente è la bassa produttività del capitale e del lavoro nei nuovi settori a favorire la crescita dell’occupazione, ma solo alla condizione di un’elevata flessibilità del lavoro e dei salari. Intendiamoci, queste tendenze non sono solo negative. In qualche modo favoriscono anche una maggiore distribuzione delle opportunità lavorative. E sono presenti in tutti i Paesi sviluppati. Ma con grandi differenze rispetto all’Italia. Tre in particolare: un tasso di occupazione più elevato, che obbliga i datori di lavoro a remunerare meglio anche i lavori più disagiati; livelli inferiori di lavoro sommerso che favoriscono rapporti di lavoro più tutelati e una migliore organizzazione delle attività; una maggiore quota di investimenti nei settori dei servizi che migliorano la produttività, di solito accompagnati da politiche fiscali, basate sulle detrazioni di imposte per l’acquisto di servizi alle persone e sul conflitto di interesse tra fornitori di servizi e utilizzatori, che hanno favorito l’emersione del lavoro e una migliore qualità della organizzazioni del lavoro.

La natura degli interventi adottati dai nostri legislatori per puntare a una crescita quantitativa e qualitativa dell’occupazione, focalizzati su continui mutamenti delle normative volte ad ampliare o restringere la flessibilità del lavoro, e su sgravi contributivi finalizzati a favorire le assunzioni a tempo indeterminato, hanno generato incertezze nella gestione dei rapporti di lavoro e favorito i comportamenti opportunistici dei datori di lavoro, senza modificare sostanzialmente le tendenze strutturali dei salari e dell’occupazione.

Purtroppo sono ancora molti i nostri politici che sono convinti di poter creare nuova occupazione emanando decreti, e che si circondano di demagoghi nel preparare i provvedimenti. Senza un cambio di passo, è veramente difficile pensare di recuperare il divario occupazionale che ci separa dalla quasi totalità dei paesi dell’Unione europea.

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