I NUMERI/ Part-time e over 50, la spinta “negativa” all’occupazione

- Natale Forlani

Dall’Istat numeri positivi sull’occupazione nel terzo trimestre, ma permangono le criticità strutturali di un mercato del lavoro debole

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Lapresse

Da alcuni anni l’occupazione cresce a un ritmo superiore a quello dell’economia, e la tendenza viene confermata nel comunicato dell’Istat di ieri che monitora i dati relativi al terzo trimestre del 2019. Su base trimestrale l’occupazione rimane stabile rispetto al secondo trimestre, come risultato di una crescita del lavoro dipendente (+41mila) e di una diminuzione di quello autonomo (-33mila). Un dato che contribuisce all’ulteriore crescita del tasso di occupazione, approdato al 59,2%, con un incremento di mezzo punto percentuale su base annua, pari a +151mila occupati. E con una contemporanea diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-61mila), e di quelle inattive (-199mila).

Una tendenza positiva confermata anche dalle caratteristiche della distribuzione territoriale dell’occupazione, che registra una significativa ripresa dello 0,4% nel Mezzogiorno, e da quelle di genere, che segnalano un lento ma costante recupero della componente femminile (+0,7%). I 24,4 milioni di occupati rappresentano il massimo storico del nostro mercato del lavoro. E analogamente lo sono quelli relativi agli occupati dipendenti: 18,1 milioni, il 77,4% degli occupati. Frutto di un lento recupero delle perdite registrate nel ciclo recessivo della nostra economia negli anni che vanno dal 2009 al 2014.

Numeri che hanno consentito, anche nell’anno in corso, di riscontrare una crescita delle opportunità di lavoro, confermate dalla richiamata diminuzione delle persone inattive e della quota dei disoccupati da oltre 12 mesi, quelli definiti di lunga durata. Che rimangono comunque a livelli record – il 57% sul totale delle persone in cerca di lavoro – tra i paesi aderenti alla Ue.

Ma ai riscontri positivi dobbiamo inevitabilmente affiancare anche la valutazione delle criticità, che per certi aspetti potremmo definire strutturali, della nostra domanda e offerta di lavoro. La prima è rappresentata dalla crescita dei rapporti di lavoro a tempo ridotto (+188mila), nella forma dei contratti part-time a tempo indeterminato o a termine. Una cifra superiore a quella dell’incremento totale degli occupati. Una costante nell’ultimo decennio, +1,5 milioni, e tale da sostituire anche una quota significativa dei rapporti a tempo pieno. Una tendenza che si riflette sulle ore medie lavorate per occupato (-0,4% nel corso dell’ultimo anno) e sui salari effettivamente percepiti dai lavoratori, nonostante l’aumento di quelli contrattuali certificato dall’Istat anche nel corso dell’ultimo anno (+1,4%).

Una seconda criticità è collegata allo svuotamento progressivo della componente centrale della nostra popolazione attiva, quella compresa tra i 34 e i 49 anni di età, e del conseguente aumento degli occupati over 50, che mette in rilievo l’invecchiamento progressivo degli occupati e le carenze di ricambio generazionale. Numeri che comportano una serie di conseguenze negative sulla sostenibilità futura della nostra offerta di lavoro rispetto ai fabbisogni di innovazione produttiva e dei profili professionali richiesti nel mercato del lavoro.

Nell’anno recente è aumentata in modo significativo la quota dei dipendenti a tempo indeterminato (+212mila), soprattutto per effetto delle trasformazioni dei rapporti a termine in tempo indeterminato incentivate con la legge di riforma del contratto a termine. Interessante notare come negli ultimi 5 anni, che hanno registrato tre interventi del legislatore per importi superiori ai 25 miliardi di euro rivolti a sgravare dagli oneri contributivi le assunzioni a tempo indeterminato, a fronte dell’esaurimento temporale degli incentivi i contratti a tempo determinato siano puntualmente ritornati a essere egemoni nelle nuove assunzioni.

Un’evidenza che meriterebbe di essere approfondita per evitare uno spreco di risorse pubbliche, considerando che circa il 60% degli stessi assunti a tempo indeterminato ha risolto il rapporto di lavoro prima dei tre anni di lavoro previsti dalle norme per usufruire degli incentivi stessi. E tutto questo avviene non per la cattiveria dei datori di lavoro, ma perché la flessibilità del lavoro è un’esigenza strutturale dei settori, come i servizi al mercato e alle persone e l’agricoltura, che hanno registrato un forte incremento degli occupati e che sono caratterizzati da una elevata stagionalità e/o da una discontinuità della domanda di prodotti e servizi.

Una considerazione finale va riservata a un tema del tutto trascurato: l’evoluzione del ruolo degli immigrati nei cambiamenti che abbiamo evidenziato. I lavoratori stranieri sono particolarmente concentrati proprio nei settori che abbiamo precedentemente richiamato, nelle qualifiche basse e nei rapporti di lavoro a tempo ridotto. Impressionante, ad esempio, che la ripresa dell’occupazione riscontrata nell’analisi decennale svolta dall’Istat coincida essenzialmente con quello dell’aumento del numero degli occupati stranieri: +765mila a fronte della diminuzione di circa 500mila lavoratori italiani. Sono, in particolare, i lavoratori stranieri a subire le conseguenze dell’indebolimento del nostro mercato del lavoro.

Tutte criticità che meriterebbero approfondimenti e l’adozione di risposte di politica attiva adeguate. Ma che purtroppo non riescono ad avere la giusta centralità nel dibattito politico, concentrato su obiettivi e propositi del tutto astratti rispetto alla concreta evoluzione del tessuto produttivo e del nostro mercato del lavoro.

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