I NUMERI/ Progetto Arca, il “dono” che crea valore sociale aiutando le persone

- int. Laura Nurzia

Il Bilancio Sociale 2019 della Fondazione Progetto Arca contiene dati davvero interessanti, soprattutto sull’impatto sociale generato

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Una della Unità di strada di Progetto Arca

In questi tempi in cui si parla dell’effetto moltiplicatore che possono avere gli investimenti per risollevare l’economia dal baratro della crisi, può stupire scoprire come nel Terzo settore si sia in grado di creare un impatto sociale più che doppio rispetto al valore delle risorse impiegate. Il dato emerge dal Bilancio Sociale 2019 della Fondazione Progetto Arca recentemente pubblicato: i 15 milioni di euro di valore economico sostenuto durante lo scorso anno nelle diverse attività, infatti, hanno avuto come risultato complessivo un valore economico generato superiore ai 35 milioni. Tutto questo, come spiega la vicepresidente della Fondazione, Laura Nurzia, «grazie a dinamiche spesso diverse da quelle del libero mercato, come il volontariato, il riuso di oggetti o immobili, la lotta allo spreco alimentare e i benefici fiscali».

Di certo questo “moltiplicatore del ritorno sociale”, come definito nel Bilancio Sociale, pari a 2,3 è sorprendente, anche perché, come nel caso dell’assistenza sanitaria, avete raggiunto un picco pari a 14,4. 

Ci sono due intere pagine nel Bilancio Sociale in cui vengono mostrati questi numeri che per noi sono motivo di orgoglio. Anche perché nel nostro piccolo quando chiudiamo un esercizio con un utile lo reinvestiamo in nuove attività sociali e cerchiamo sempre di finanziare l’avvio di servizi che nel tempo possano rivelarsi utili ed essere sostenuti dalle istituzioni. Questo moltiplicatore del ritorno sociale alla fine ci mostra come tutto sia un dono e che non sia nelle nostre mani.

Oltre che vicepresidente della Fondazione Progetto Arca, lei dirige anche l’area Controllo e pianificazione, direttamente impegnata nella redazione del Bilancio Sociale: ci può spiegare come nasce questo importante documento?

Ogni anno da febbraio a maggio un gruppo di lavoro temporaneo, da me coordinato, si riunisce con cadenza settimanale. Oltre all’area Controllo e pianificazione ne fanno parte anche quasi tutte le funzioni, come l’Ufficio progetti, la Gestione risorse umane, la Raccolta fondi, la Comunicazione, i Servizi, l’Amministrazione personale. Il lavoro non è tanto di raccolta dati, visto che l’Area controllo di gestione, monitoraggio e valutazione lo fa già tutti i mesi mediante un apposito portale, ma di sintesi e traduzione dei dati raccolti per estrarne il valore per i nostri ospiti, per il personale e per la società. Il Bilancio Sociale è di fatto il frutto di un processo partecipativo che dura tutto l’anno.

Questo processo partecipativo è evidentemente importante. Perché?

Perché vogliamo che il Bilancio Sociale parli della Fondazione, che è fatta di tutte le sue funzioni. Ogni area ha delle esigenze diverse e attività che si rivolgono a target diversi. Il processo partecipativo consente di far confluire il lavoro di tutti in un unico strumento di comunicazione completo, il Bilancio Sociale appunto, per raggiungere tutte le tipologie di stakeholders: donatori, destinatari dei servizi, personale impiegato, volontari e committenti. Di fatto occorre un linguaggio che li accomuni tutti e che ci permetta di offrire una visione il più possibile completa, anche se ognuno poi guarderà la parte che più gli interessa. È come avere tanti sguardi raccolti in un unico strumento.

In questo lavoro così importante riuscite ad apportare anche miglioramenti e innovazioni ogni anno?

Sì, è quello che cerchiamo di fare sempre. In quest’ultimo Bilancio Sociale ci sono due innovazioni in particolare. La prima è che abbiamo deciso di adeguarci già, con un anno di anticipo, all’obbligo di rendicontazione sociale previsto dalla riforma del Terzo settore del 2019. La seconda è lo sviluppo delle “Note sull’impatto sociale”, grazie anche a una collaborazione con Altis, l’Alta scuola impresa e società dell’Università Cattolica di Milano, tramite la quale abbiamo esteso l’analisi dell’impatto sociale anche al cambiamento percepito dagli ospiti.

Qual è stato l’obiettivo di questa innovazione?

Cercare di registrare quanto la permanenza nei nostri centri ha potuto cambiare gli utenti e consentirgli di fare dei passi successivi verso il miglioramento del proprio benessere complessivo. Da questo iniziale lavoro è nata l’idea di creare un nuovo comitato scientifico che si occupi più specificatamente dello sviluppo della metodologia di valutazione dell’impatto sociale dell’attività della Fondazione Progetto Arca. Al di là del fatto che sarà obbligatorio, questo dato è per noi di grandissimo interesse, per capire i frutti della nostra attività nel tempo e su una rosa di stakeholders differenziata e non solo l’immediato risultato che si può percepire quando l’utente esce dalle nostre strutture.

Ci può spiegare meglio perché è importante questo dato?

L’output diretto tangibile di alcune attività che svolgiamo, come la consegna di beni di prima necessità, l’offerta di vitto e alloggio, l’assistenza socio-sanitaria, l’affiancamento scolastico per minori, può consistere nell’allontanamento dalla vita di strada, nella maggior cura di sé, nella diminuzione del rischio di infezioni. Esistono però effetti sui beneficiari, che definiamo outcome, che si potranno vedere più avanti nel tempo, come la riscoperta delle proprie aspirazioni, l’autonomia economica e abitativa. In questo modo si compie davvero la nostra mission principale: utilizzare un primo approccio di soddisfacimento di un bisogno primario per incontrare la profondità di una persona e aiutarla a conoscere se stessa e le proprie aspirazioni, accompagnandola verso la realizzazione del proprio destino, della propria vocazione, alla scoperta del proprio posto nella vita. 

Un effetto quindi che dura nel tempo.

Sì, e che può iniziare dall’offrire un pasto o nell’accogliere chi è in strada o senza casa. Sia chiaro: noi non abbiamo alcuna pretesa di cambiare la vita di una persona, ma le offriamo l’occasione, nella sua totale libertà, di fare un passo verso la riscoperta della sua vita, di quello che può fare. Questa “scintilla” può scoccare o meno e i benefici possono anche essere molto duraturi nel tempo. Pensiamo, per esempio, a cosa vuol dire riacquisire la capacità di educare i propri figli: è un qualcosa che ha effetto anche su quest’ultimi e sul loro futuro. È come se piantassimo oggi una vigna, i cui frutti si vedranno a distanza di alcuni anni.

L’anno scorso Progetto Arca ha offerto servizi a oltre 10.500 persone. Ci può spiegare chi sono i beneficiari principali e in che modo li assistite?

Ci occupiamo di alcune fragilità e abbiamo declinato i nostri servizi secondo una visione “con chi” e non “per chi”, proprio per indicare un percorso che si fa insieme. Siamo partiti nel 1994 con chi aveva problemi di dipendenza e ancora oggi continuiamo questa attività, unitamente all’accoglienza per persone senza dimora, per profughi e per famiglie in emergenza abitativa. Per ogni tipologia di bisogno cerchiamo di offrire una filiera di risposta che va dall’ascolto, all’accoglienza notturna, fino all’inserimento in una struttura residenziale e all’accoglienza in appartamento per ricominciare una vita in autonomia. Gli ospiti sono persone che vanno dai 18 ai 70 anni e oltre e la nostra filiera di assistenza parte fin dalla strada, dove forniamo anche altri servizi per persone in grave stato di indigenza e marginalità, sia italiani che stranieri. A differenza del passato, dove vivere per strada poteva essere una scelta, oggi incontriamo persone che a seguito della perdita del lavoro o di una separazione familiare non hanno più una casa oppure che hanno visto fallito il loro progetto migratorio.

In questo caso i servizi devono essere molto differenziati.

Esatto. Le Unità di strada forniscono un primo aiuto concreto e immediato, con beni di prima necessità. Abbiamo anche centri di accoglienza di grande o piccola ricettività e la filiera arriva fino all’inserimento in appartamenti dove si cerca di aiutare gli ospiti a recuperare un’autonomia abitativa. Abbiamo anche il progetto “Housing First”, che vede nella casa il punto di partenza, e non di arrivo, per intraprendere un percorso di inclusione sociale. A chi vive in strada offriamo anche assistenza medico-sanitaria e abbiamo anche un reparto Post Acute dove ospitiamo persone che hanno grossi problemi di salute e che usciti dall’ospedale non avrebbero un luogo dove andare per la necessaria convalescenza. Naturalmente ci sono anche persone che assistiamo, ma che non hanno ancora accettato un percorso di “riabilitazione”, di avvicinamento a un benessere maggiore. Come dicevo prima, non abbiamo alcuna pretesa, ma speriamo che volendo bene alle persone queste possano riscoprire quanto valgono e possano maturare il desiderio di fare un passettino insieme a chi si interessa di loro.

Come diceva prima ci sono anche migranti tra i destinatari dei vostri servizi.

Sì, ci sono persone che cercano un futuro nel nostro Paese. Anche per loro abbiamo una filiera che parte dall’ospitalità nei Centri di Accoglienza Straordinaria fino all’inserimento in appartamenti. Offriamo anche accoglienza su modello Siproimi, l’ex Sprar, per soggetti vittime di violenza o tratta, di sfruttamento lavorativo, o ancora con gravi problemi sanitari che hanno già compiuto un primo percorso di inserimento e che sono pronti all’integrazione. Oltre all’assistenza sanitaria, forniamo quella giuridica e aiutiamo gli ospiti ad apprendere l’italiano, così da acquisire maggiore autonomia.

Tra i vostri ospiti ci sono anche persone vittime della crisi economica?

Purtroppo cresce il numero di famiglie che, a causa della povertà in aumento, è costretta a vivere in strada o in situazioni abitative veramente inaccettabili. Attraverso un accompagnamento e l’inserimento in appartamenti aiutiamo queste persone a riacquisire un’autonomia abitativa, anche mediante corsi di educazione finanziaria. In alcuni casi ci occupiamo anche dell’affiancamento dei minori a scuola e al riavvicinamento alla genitorialità degli adulti.

Da dove sono arrivate le risorse per finanziare tutti questi servizi nel 2019?

Le risorse economiche del 2019 sono composte dai ricavi delle attività istituzionali (14,5 milioni di euro) – quindi le convenzioni con gli enti locali, le Ats e le Prefetture – a quelli della raccolta fondi (7,4 milioni). La nostra maggiore risorsa sono però i lavoratori che ogni giorno concretizzano la nostra mission a diretto contatto con gli ospiti. A fine 2019 eravamo in 253 di cui 196 dipendenti. Importante anche il lavoro di circa 1.400 volontari, aumentati dell’11% rispetto all’anno precedente, alcuni impegnati nella fornitura di servizi, altri solamente nella raccolta fondi. Abbiamo anche le risorse immobiliari: a fine 2019 avevamo 29 immobili e 97 appartamenti, alcuni affittati sul mercato libero, ma il più requisiti alla criminalità organizzata o affidatici dal Comune di Milano. Importantissimo, infine, è stato anche l’apporto del Banco Alimentare, cui siamo davvero molto grati, concretizzatosi in 538 tonnellate di cibo, e di altre aziende che hanno donato beni e generi di prima necessità. 

Dopo un anno chiuso con un incremento dei donatori, quali sono le prospettive per questo 2020, dove probabilmente, a causa della crisi, aumenterà il numero di persone da assistere?

Dopo lo scoppio dell’emergenza Covid abbiamo visto una risposta molto forte da parte delle aziende e dei privati, una risposta commovente che ci ha ricordato quanto l’umanità sia buona. C’è stata anche un’attitudine da parte dei nostri dipendenti e volontari straordinaria, specialmente nella parte di assistenza medica e infermieristica. Per il momento stiamo mantenendo tutti i nostri obiettivi e la Raccolta fondi ha dovuto reinventare modalità di rapporto con i nostri generosi donatori. Devo dire che questa emergenza sanitaria è stata capace di farci aggregare più di prima e di farci sentire parte di una squadra dove ognuno aveva un valore inestimabile. Lo dico anche con un po’ di stupore, perché grazie ai doni ricevuti siamo stati in grado di rimodulare progressivamente la nostra attività riuscendo a fare di un momento di crisi un momento di rilancio e di sperimentazione, di conoscenza, di nascita di rapporti nuovi: quindi di gratitudine.

(Lorenzo Torrisi)

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