I NUMERI/ Quello che il Governo non dice sui dati del mercato del lavoro

- Massimo Ferlini

L’ideologia per cui ciò che conta non è il lavoro, ma un po’ di reddito rischia di prevalere nel nostro Paese. Con pericolose conseguenze

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Lapresse

Questo Governo pare fortemente intenzionato a mutare il rapporto causa-effetto per quanto riguarda le regole dell’economia. Qualora dovesse avere ragione provo un po’ di dispiacere nel dover buttare via quanto appreso ai tempi dell’università, ma certo sono ancora in grado di procedere a un aggiornamento del sapere. Ultima uscita è stata la relazione dell’Authority sulla concorrenza. Eravamo abituati a pensare che il compito di tale autorità fosse misurare il tasso di libertà di fare impresa nel nostro sistema economico e indicare sulla base di questa valutazione le linee operative per far sì che il mercato italiano si esprimesse con la massima efficacia e trasparenza.

Invece abbiamo appreso che vi è una nuova impostazione ed è quella di difenderci dai paesi europei che hanno un mercato più efficiente del nostro. Non siamo più noi che dobbiamo migliorare, ma far regredire chi è più avanti. E se l’Europa non accetta questa impostazione commette l’ennesimo sgarbo verso l’Italia.

Siamo ormai preda di una nuova teoria di economia creativa che non ha eguali. Anche i commenti agli ultimi dati del mercato del lavoro soffrono di uno strabismo teorico che cerca di leggere i risultati come se fossero il risultato della volontà politica e soprattutto come se fossero indicatori di una salute complessiva del sistema economico che non ha ragioni di essere. Certo, il tasso di occupazione è tornato a essere superiore a quello di prima della crisi avviatasi nel 2008 e il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 10%. L’occupazione complessiva è aumentata nell’ultimo mese invertendo il dato dei primi mesi e segnalando che il mercato del lavoro è in moto.

Tralasciamo che gli squilibri strutturali del Paese si sono comunque ampliati per cui il sud sta peggio del 2008 e il nord molto meglio. Tralasciamo anche che per giovani e donne questa diseguaglianza è ancora più pesante che per l’insieme della popolazione. Mettiamo da parte tutto ciò, ma analizziamo il dato complessivo e rileviamo che è ripreso l’uso della cassa integrazione e che i cassaintegrati (anche se da crisi industriale che non avrà soluzione positiva) risultano formalmente occupati.

Risulta poi che la crescita occupazionale è superiore al tasso di crescita del Pil. Quindi siamo in presenza di un ulteriore calo della produttività complessiva del sistema. Visto che aumenta nei settori aperti al mercato internazionale, abbiamo una struttura produttiva che peggiora nel settore servizi interni. Quindi ci accontentiamo di avere servizi di bassa qualità che riguardano i nostri bisogni. Ne conseguirà un aumento della delusione verso tutto il nostro sistema di servizi pubblici e privati.

Se pensiamo poi di ritenere che però abbiamo una crescita dell’occupazione più stabile per effetto del Decreto dignità, arriva la realtà a smentire l’ideologia. Il calo dei contratti a tempo determinato è pari all’aumento registrato per i tempi indeterminati. Questi rappresentano però solo il 20% circa dei contratti a termine che erano in vigore. Per tutti gli altri la situazione vede invece aumentare le forme contrattuali a termine più precarie. Sono così aumentati i contratti intermittenti (+ 25 mila), le prestazioni occasionali (+52 mila pari a più 40%), mentre per quanto riguarda la somministrazione (anch’essa colpita per i limiti posti ai contratti a termine) a fronte di 30 mila stabilizzati si sono persi 96 mila assunti a tempo definito.

Più il tempo passa fra l’emanazione del decreto e l’analisi dei dati, più si può procedere a definire meglio i mutamenti avvenuti. Come si vede, cercare di imbrigliare la richiesta di flessibilità del sistema produttivo con rigidità contrattuali conduce a esiti opposti ai desiderata. L’occupazione cresce, ma a discapito della qualità del lavoro, la produttività del sistema scende e le tutele e i diritti coinvolgono una platea limitata dei lavoratori.

L’ideologia per cui ciò che conta non è il lavoro, ma un po’ di reddito rischia di prevalere e si finisce per puntare a un’economia di pura sussistenza. Vi è un dato che ci segnala ancora di più come vi sia disinteresse per il lavoro e che si mira a fare solo demagogia. Si è sottolineato che è calata la disoccupazione giovanile fra i 15 e i 24 anni. È ormai “solo” al 30,5%. Basta controllare i dati assoluti, la coorte 15-25 anni vede per lo più giovani impegnati nello studio e solo 1,077 milioni lavorano, e si nota che il calo della disoccupazione è dovuto totalmente a 11 mila inattivi in più. Cioè si sono prodotti più Neet nonostante l’impegno di Garanzia giovani.

D’altro canto il contratto di apprendistato, che doveva diventare il contratto per l’inserimento dei giovani al lavoro, e che doveva inoltre sanare il mismatching fra professioni manuali richieste dal sistema produttivo e sistema formativo, non funziona e nessuno (tranne il sistema regionale lombardo) pensa a intervenire per correggere le storture.

Dai dati riferiti al 2018 (ultimi dati Inps) i contratti di apprendistato risultano 320mila 239. Di questi ben il 90% è riferito all’apprendistato di secondo livello, ossia un contratto dove la formazione è molto ridotta. È un lascito dei contratti di formazione e lavoro che cercavano di rispondere alla disoccupazione giovanile qualche decennio fa. La quota formativa è talmente limitata che negli altri paesi Ue non è ritenuto contratto “scuola-lavoro”, né apprendistato. Eppure nessuno, politici o attori sociali, si impegna per favorire l’apprendistato di primo e terzo livello che darebbero una risposta concreta per il lavoro giovanile e offrirebbero alle imprese nuove competenze come richieste dai cambiamenti in corso.

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