PREVISIONI ILO/ I 52 mln di posti persi che affondano la globalizzazione del lavoro

- Gerardo Larghi

Gli ultimi dati diffusi dall’Ilo sugli effetti della pandemia sul mercato del lavoro devono far riflettere. Anche su come sono stati presentati

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Va bene il riflesso condizionato (il mio cane è un maestro dei riflessi condizionati: appena vede un tavolo ci si butta sotto ad aspettare qualche rimasuglio. Ha perfino imparato a sedersi per chiedere il permesso). Va bene che siamo tutti figli del tanto peggio tanto meglio. Va bene che nei circoli intellettual-televisivi pagati per riempire le ore del nulla, “perfino noi siamo un Paese straordinario, no ordinario, no sottosviluppato” con tanto di dotta risposta “ma che dici? Nessuno è come/meglio/meno di noi!”. Va bene tutto, perlamordelcielo. Ma che la traduzione italiana (non nel senso linguistico del termine, almeno speriamo) di un’indagine in cui l’Agenzia dell’Onu per il Lavoro, l’Ilo, dice che nel 2021 si sia perso il corrispettivo in ore di lavoro di 52 milioni di posti, divenga “persi 52 milioni di posti” e basta, mi suggerisce nell’ordine: che chi scrive non sappia leggere (almeno in lingua non indigena); che chi legge non sappia scrivere; che il giornalismo sia ridotto al livello gruberiano (tacchi, silicone, moine e padron Frodo); che a tutti i predetti freghinulla, meglio freguntubo, della vera notizia che si nasconde in quelle drammatiche pagine. 

Perché la notizia di fondo lì ascosa è che il maximun dei 52 milioni di posti di lavoro dispersi nel nulla si concentrano, badate e meditate gente, mica tra chi ha il grano (vero e metaforico) o chi usa e consuma a sbafo del resto del pianeta, tipo la vecchia, sordida e burocratica Europa o i maligni, puritani ma bigotti, imperialistici ma per la miseria perché non ci difendono?, Usa. No i ricchi piangono, certo, ma mai come i poveri. Poi è vero che i poveri sono abituati a piangere e quindi né fanno notizia, né sono degni di attenzione, ma capirete che oltre ad averne saccheggiato dapprima le risorse alla luce del sole (in chiaro: la forza lavoro degli schiavi), poi le risorse sotterranee (traduco per i non capenti: dal petrolio all’oro, dai diamanti alle terre rare), se ora ci mettiamo anche a saccheggiarne la povertà, non possiamo mica lamentarci se quelli si metteranno in moto e, con buona pace di chi arma gli altri per difendere la civiltà europea (ergo: il proprio benessere), riterranno buono e opportuno insediarsi nella terra del Bengodi e nel Paese dove anche la povertà può essere oggetto di furto (intellettuale).

“South-east Asia and Latin America and the Caribbean have the most negative outlook. At the national level, labour market recovery is strongest in high-income countries, while lower-middle-income economies are faring worst”: bisogno di traduzione? Meglio la parafrasi: noi ricchi piangiamo ma ne usciremo, con le ossa rotte e qualche problema di respirazione ma ce la caveremo. Gli altri, quelli che normalmente boccheggiano, affogheranno. Però i 52 milioni di posti di lavoro in meno nella stampa italiana sono un dato mondiale: chissà dunque se ad Haiti conoscono Trilussa. Forse no, lì sono impegnati a perdere ore di lavoro e capirete che ci vuole impegno e fatica per ottenere lo scopo! Qui da noi però lo conosciamo di certo perché avendo il lavoro abbiamo un sacco di tempo a disposizione. Così da quando ho letto quell’articolo non riesco a togliermi dalla testa Er Pollo. Sì quello che “Io che conosco bene l’idee tue/ so’ certo che quer pollo che te magni,/ se vengo giù, sarà diviso in due:/ mezzo a te, mezzo a me… Semo compagni”./ “No, no – rispose er Gatto senza core -/ io non divido gnente co’ nessuno:/ fo er socialista quanno sto a diggiuno,/ ma quanno magno so’ conservatore”. 

Ma la globalizzazione non doveva, nella mente di qualcuno, sottrarre posti di lavoro a noi poveri/ricchi o ricchi/poveri (ma suona troppo banda pop degli anni Settanta) per trasferirlo a quelle popolazioni che per quattro lire (nel senso di liretta svalutata) accettano di lavorare in condizioni disumane e questo, si badi bene, al solo scopo di fregarci a noi? Noi Paesi civilizzati e avanguardisti che, pensi signora quanto sono ingrati quei selvaggi, da lustri stiamo discutendo come aiutarli e che ogni anno facciamo anche una bella colletta per la salvaguardia delle loro bellezze naturali che un giorno ci ringrazieranno? 

Già, mi spiace smentire i sapienti, ma non sono le medie a ingannare, quanto il nostro ego smisurato: vorremmo che tutti stessero bene mica per un equivoco senso di giustizia, ma perché così nessuno ci disturberebbe con spettacoli palesemente sgradevoli. Essì: mica ci infastidiscono gli stranieri, nossignore, a me mi (rigorosamente sgrammaticato, come fanno quelli che parlano in tivvù) irritano solo quelli poveri e bisognosi. Non sono razzista io, sono semplicemente menefreghista.

Ma c’è una seconda considerazione che mi frulla nel cranio da qualche ora: i grandi tenori del futuro dell’economia mondiale, quelli che ogni anno si fanno una settimana bianca gratis a Davos o nella più mite e bella Cernobbio a spese del consumatore per discettare del nulla, non avevano mica previsto che la globalizzazione avrebbe spostato il lavoro nel Sud del mondo e che noi saremmo rimasti con le mani in mano (o anche altrove, a seconda della bisogna)? E dunque? Sono sbagliate le previsioni, i previsori o la realtà?

Non glie è che ha ragione quel bel tomo che si aggira per il pianeta vestito di bianco che continua a sostenere che c’è un mondo che noi ci ostiniamo a non vedere e non considerare e che prima o poi i nodi verranno però al pettine? 

Ovviamente, signora mia, badi bene che quel tipo lì puzza anche un po’ di comunismo e comunque neanche immagina che noi nel frattempo ci siamo organizzati: abbiamo fatto un bel documento sulla resilienza mondiale per un lavoro inclusivo, verde, ecologico e circolare. Cheddice dottore, non è che a quelli di Haiti gli basta questo per starsene a casa loro e, almeno fino al prossimo Natale, non disturbarci che ciabbiamo i nostri problemi noi? A proposito di problemi, mi dica, lei come farà ad andare a sciare sulle Dolomiti quest’anno? C’è sto Covid e poi c’è anche poca neve. Ecco: noi ci abbiamo il problema del clima, che questo sì che preoccupa, mica i 52 milioni di posti di lavoro smarriti che poi diciamocelo, quelli neanche hanno voglia di lavorare sennò qualcosa trovavano…

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