IL CASO/ La medicina non è una scienza, ma uno sguardo sul paziente

- Renato Crepaldi

Non si può parlare di diritto alla salute, ma di diritto alla cura. E il paziente non è solo un numero, un caso, una malattia, ma una persona

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LaPresse

“Distinguere tra educare e informare non è soltanto falso ma decisamente disonesto. Non ci può essere una informazione che non esprima una certa tendenza” (Karl Popper).

A parte rarissimi casi il dato costante comunicato è stato un concetto dove la salute è un diritto universale che lo Stato e la società, in un modo o nell’altro, ti “devono” procurare, oscurando quasi del tutto il fatto che la salute, per esserci, esige anche la responsabilità personale.

Occorre perciò rimettere al centro della discussione il fatto che la salute è un dato, che ciascuno di noi può avere come non avere, e che lo Stato ne tutela (tutt’al più) la cura, ma che è anche responsabilità propria mantenerla e preservarla. Dunque, invece che “diritto alla salute” sarebbe forse più opportuno parlare di “diritto alla cura”.

La mole di informazioni, la facilità a possederle e manipolarle, ha fatto sì che una grande confusione oggi regni sovrana quando si parla di medicina, scienza e tecnologia. Termini spesso fraintesi e confusi.

La medicina non è una scienza anche se si può avvalere di alcune scoperte scientifiche, così come la scienza non è tecnologia. Quest’ultima è sicuramente quella di maggior peso, capace di condizionare in modo significativo le altre due, perché è più direttamente in rapporto con il mercato.

Con l’introduzione nel dopoguerra della sperimentazione clinica controllata (RCT) quella che viene comunemente chiamata “medicina occidentale” abbandona progressivamente il metodo diagnostico fondato sull’osservazione clinica per consegnarsi completamente ai nuovi potenti sistemi di conoscenza elaborati a ritmo sostenuto dalla ricerca scientifica per mezzo della tecnologia. La medicina si divide in branche sempre più autonome e specializzate, le tecniche di indagine diagnostico diventano sempre più precise e costose.

季羡林 Jì xiàn lín (1911-2009), un grande maestro della cultura cinese, nel suo libro “Studi sull’antica civiltà cinese” 谈国学 Tán guó xué, mosse una critica puntuale alla medicina moderna: “occorre guardare l’albero e la foresta”. In questi anni abbiamo vivisezionato fino al millimetro l’albero, lo abbiamo fotografato in tutti i particolari (vedi la mappa del genoma, vedi soprattutto il dogma del genoma miseramente naufragato), ma ci siamo dimenticati della foresta. Il paziente è perso, abbandonato tra miriadi di farmaci (nel 2008 lo studio Reposi denunciava la politerapia, l’assunzione di cinque o più farmaci al giorno, come la quinta causa di morte negli anziani ospedalizzati), interventi, indagini sempre più sofisticate che nessuno sa o vuole spiegare, bombardato dai media che come sirene suadenti lo invogliano a comprare il rimedio che lo salverà, a sottoporsi a test e diagnosi predittive che lo porteranno alla salute e alla felicità.

La medicina deve ritrovare il coraggio di tornare ad essere l’arte della cura che un uomo fa verso un altro uomo. Deve avvalersi di tutte le conoscenze che la scienza mette a disposizione, con adeguato distacco, nella consapevolezza che la vera scienza è continua ricerca, tentativo di superare l’ostacolo e perciò falsificare (anche se solo in parte) le teorie precedenti. La tecnologia non può, schiava del business, invadere il campo sia della ricerca che quello della diagnosi e terapia medica.

La medicina deve ritrovare quell’aspetto fenomenologico del vecchio medico di famiglia che cercava di capire la modalità specifica della malattia, che nella specificità del paziente si manifesta. “La malattia somatica e mentale si declina nella modalità della singolarità e dell’individualità. Per capire questa modalità di declinazione è assolutamente necessario relazionarsi al malato e non alla malattia e la modalità di questa relazione si chiama dialogo” (U. Galimberti nella sua presentazione de La solitudine dell’anima di Borgna).

Non si può non condividere quello che ha recentemente scritto Ivan Cavicchi: “la medicina non è una scienza normale come le altre, che ambiscono a essere nomotetiche, ma suo malgrado è idiografica; non è nemmeno una scienza esatta, ma per approssimazione; non è solo conoscenza della natura, ma anche conoscenza dell’essere e della persona; non è solo oggettività e neanche solo soggettività; non è solo metodologia, ma è anche pragmatismo”.

Enzo Jannacci, artista eccelso, medico, scrive una canzone in cui racconta la vicenda di una sua giovane paziente sottoposta a un difficile intervento al cuore:

Natalia
che non puoi sapere cos’è bradicardia
cioè che tutto sta andando a puttane e così sia
Natalia
che l’hai fatto smettere di bestemmiare
perché si potesse chiedere aiuto a qualcuno
magari anche alla Vergine Maria…

Ciò che trovo significativo in questo passaggio non è tanto il riferimento alla fede, ma che in un breve accenno viene descritto lo sguardo del medico, credente e non credente. Cioè che la realtà è infinitamente complessa, è carica di ignoto. In questa complessità si presentano alla soglia della percezione eventi sempre nuovi che cambiano la realtà, che sovvertono e mettono in crisi le conoscenze e le certezze; perciò permettono nuove conoscenze e nuove certezze.

Il paziente non è solo un numero, un caso, una malattia, ma una persona. Quella persona. E solo attraverso questo modo di approcciarsi è possibile una medicina più profonda, non soltanto più umana, ma anche scientificamente più seria.

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