IL CASO MPS/ Quando Intesa ebbe 5 miliardi di aiuti pubblici (più Atlante e Ubi)

- Nicola Berti

Lo stallo sul salvataggio Mps nelle polemiche sugli aiuti pubblici chiesti da UniCredit e ottenuti nel 2017 da Intesa Sanpaolo

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Pier Carlo Padoan, ex ministro dell'Economia (LaPresse)

Da quando sabato sera sono trapelate le prime voci di rottura fra UniCredit e il Mef sul salvataggio di Mps, due questioni rimangono sospese a mezz’aria nei resoconti, nelle analisi, nei commenti. il ruolo di Pier Carlo Padoan, ex titolare del Mef e attuale presidente di UniCredit; e la – presunta – “esosità” del Ceo di UniCredit, Andrea Orcel, nel porre condizioni di aiuto pubblico per l’acquisizione di gran parte delle attività del gruppo senese.

Le due questioni sono collegate: perché c’era Padoan al Mef non solo quando Mps fu messo in “sicurezza precauzionale” a fine 2016 (al costo di 5 miliardi statali), ma anche e soprattutto quando nei mesi successivi furono liquidate Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Le due Popolari del Nordest, andate in dissesto, furono infine inglobate da Intesa Sanpaolo, dopo due anni di agonia.

«Il Consiglio di Amministrazione di Intesa Sanpaolo – affermò nel giugno un comunicato – ha deliberato con voto unanime la disponibilità all’acquisto di certe attività e passività e certi rapporti giuridici facenti capo a Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, purché a condizioni e termini che garantiscano, anche sul piano normativo e regolamentare, la totale neutralità dell’operazione rispetto al Common Equity Tier 1 ratio e alla dividend policy del Gruppo Intesa Sanpaolo. La disponibilità di Intesa Sanpaolo all’operazione esclude pertanto aumenti di capitale».  

Non sembrano esservi differenze sostanziali rispetto alle premesse dell’apertura di tavolo parte di UniCredit su Mps, nel luglio scorso. Nelle ultime ore le indiscrezioni citano con insistenza la cifra di 7 miliardi complessivi come “pedaggio” che il gruppo milanese avrebbe chiesto allo Stato per farsi carico della disastrata Rocca Salimbeni. Ma quale fu la dote che il Mef assegnò a Intesa per il “buco” delle Popolari venete? 

Fu Padoan (confermato nel passaggio del Governo da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni) a firmare il decreto di assegnazione a Intesa di una dote diretta da 5,2 miliardi per “seppellire” la Popolare di Gianni Zonin e quella trevigiana: con garanzie sui rischi stimate tuttavia fino a 17 miliardi (oltre a mano libera su riorganizzazioni ed esuberi). Si trattò del grosso degli aiuti per la gestione pilotata dei due default, ma non della tranche esclusiva.

L’anno precedente a puntello delle due Popolari venete erano infatti giunti i mezzi raccolti dal Fondo Atlante. Il veicolo era stato creato a tamburo battente nella primavera 2016 su “moral suasion” di Padoan, quando non erano ancora morte le prospettive di turnaround per le due banche. Atlante raccolse fondi da banche, assicurazioni, fondazioni, Cdp e Poste e si ritrovò infine proprietario delle due Popolari. Ma quando queste ultime scesero al capolinea fissato da Bankitalia e Mef, il “conto” dei miliardi bruciati da Atlante giunse a quota 3,4.

Nel prezzo dell’impegno di Intesa nei salvataggi può essere d’altronde ricompresa anche l’Opa vittoriosa su Ubi Banca: condotta a termine – su basi non  amichevoli – durante il lockdown del 2020. Questo nel silenzio-assenso di tutte le autorità monetarie e non: a cominciare da Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia del Governo “giallorosso” e collega di partito di Padoan. Poco prima di intervenire sulle Popolari venete, Intesa aveva dal canto suo tentato un’Opas sulle Generali: senza successo. il Ceo Carlo Messina voleva accelerare sull’onda lunga di una forte sintonia con il Governo Renzi: che però era caduto nel dicembre 2016, decretando fra l’altro la fine di ogni ipotesi di salvataggio Mps sul mercato.

Quasi cinque anni dopo UniCredit “interrompe le trattative” col Mef al capezzale Mps avendo Padoan come presidente; sentendosi rifiutare 7 miliardi di dote per salvare una banca molto più grande e molto più in crisi delle Popolari venete; e vedendosi sospettato di voler chiedere in cambio il via libera a una scalata di mercato condotta su Mediobanca e Generali da due suoi grandi azionisti (Leonardo Del Vecchio e Fondazione Crt) assieme a Francesco Gaetano Caltagirone.  E il principale accusatore del Ceo di UniCredit, Andrea Orcel, è il segretario del Pd Enrico Letta, appena eletto parlamentare a Siena.

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