IL CASO/ Quando il dono supera il profitto nel creare impresa

- Samuele Rosa

Oggi al Meeting di Rimini si parla anche dell’importanza del dono dal punto di vista economico, specie quando si parla di sostenibilità

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La riflessione economica si trova di fronte a sfide epocali che, se ben guardate, chiedono uno sguardo nuovo a come si intende il processo economico e quali politiche debbano favorire un suo svolgimento integralmente umano. L’approccio basato sul paradigma di un agente autointeressato e spinto da una razionalità principalmente utilitaristica, con il solo limite legato alla punizione del non rispetto della legge da parte dello Stato, segna il suo limite alla fonte. Come tanta evidenza empirica anche recente dimostra, anche confermando modi di intendere il posto dell’uomo nella societa che viene da scuole antiche, l’uomo non è in rapporto con altri solo alla luce di transazioni strumentali di vario tipo. La relazionalità è un dato ontologico, e si eplicita in forme complesse di reciprocità che il mercato e lo Stato non generano, né “permettono”, ma che sono costitutive dell’energia con cui l’uomo intraprende qualsiasi attività.

Questa considerazione introduce al tema della sostenibilità. Le forme di produzione e scambio si misurano dalla capacità di “sostenere” la possibilità che l’uomo sempre più inveri un rapporto adeguato con se stesso (con il suo senso), con gli altri e con l’ambiente. Tenere bene questa triplice dimensione dello scopo cui tende un atto, e certamente l’atto di intraprendere, fonda un concetto adeguato e non parziale di ecologia e in fondo fa capire l’importanza del territorio come luogo della relazionalità che crea valore.

Ma rimane sullo sfondo questo punto: qual è la sorgente di queste relazioni complesse e organiche? C’è posto per il dono come elemento generativo di ciò che l’uomo intraprende? O si deve intendere il dono, come dimensione e come atto, come qualcosa di grande valore ma residuale, al di là e dopo l’economia. Da una parte, si può sostenere che qualsiasi intrapresa poggia su un lascito di conoscenze e strutture, così come di ricchezza di territori, che sono letteralmente un “dato” di partenza, cioè un dono. Così, l’agire economico partecipa di questo dono e si misura nella capacità di lasciare in eredità un assetto che ancor più possa facilitare la realizzazione della persona secondo queste dimensioni.

Il dono, in questo senso, è il motore e la materia prima dell’agire. Questa dimensione prende un valore esplicito in alcune forme di imprese che sono guidate da principi di cooperazione e mutualità, così come altre che fanno del dividendo sociale riferito a vari portatori di interesse uno scopo esplicito di fare impresa. Ma, come certa letteratura anche recente dimostra, si chiede a gran voce che l’impresa in quanto tale guardi con attenzione ai differenti portatori di interessi, incluso i lavoratori, il territorio e l’ambiente, come fonte di creazione di valore che deve guidare scelte oculate e pazienti. In fondo questa riflessione si configura come una critica alla visione monodimensionale che vede nel profitto di brevissimo periodo l’unico criterio che deve guidare le scelte di impresa.

È un dibattito in corso, che richiede anche la capacità di ben integrare saperi di campi diversi.

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