IL CASO/ Vita e lavoro, la “contaminazione” chiesta dai giovani

- Alessandro Rosina

I giovani non hanno come priorità quella di porre confini al lavoro per dare più spazio alla vita libera dal lavoro, ma di contaminare i due territori

Operai_Lavoro_Magazzino_Lapresse
Lapresse

Mettere in relazione è la vera sfida che sta al centro di un nuovo modello economico e sociale in grado di produrre benessere, superando i limiti del modello di sviluppo novecentesco e cogliendo in positivo le trasformazioni di quello in corso. Il benessere in sé, pur nella sua multidimensionalità, ha come pilastro principale la qualità delle relazioni. Prima di tutto le relazioni che consentono alle persone di condividere esperienze, progetti di vita e lavorativi.

Molti dei processi che maggiormente stanno innovano le modalità di lavoro e consumo, come il coworking e la sharing economy, hanno alla base la condivisione e l’interazione. Lo stesso vale per il cohousing e le social street, ovvero per molte delle trasformazioni più interessanti che riguardano l’abitare e la vita sociale nel contesto di residenza. Anche rispetto all’intrattenimento e agli spettacoli, la dimensione relazionale va consolidando la sua rilevanza. Si pensi a come stanno cambiando le forme di accesso ai prodotti musicali e audiovisivi, che non hanno portato a una riduzione di importanza dell’esperienza collettiva e condivisa dei concerti dal vivo e della sala cinematografica.

Rispetto inoltre agli scenari fatti negli anni Settanta e Ottanta su come sarebbe stato il mondo dopo il 2000, del tutto imprevisto è stato il grande e pervasivo, sia in positivo che in negativo, impatto dei social network. Per le nuove generazioni il web è sempre più uno strumento utilizzato per stare in relazione, informarsi, cercare lavoro, condividere progetti. Le applicazioni wiki rendono semplice ed efficace organizzare attività comuni in cui l’apporto di ciascuno si integra con quello degli altri, diventando produttori e fruitori allo stesso tempo del valore aggiunto del fare assieme. Questo vale sempre più anche rispetto ai cambiamenti nelle modalità di partecipazione sociale e politica. Le modalità tradizionali di coinvolgimento e ingaggio non funzionano più con i giovani di oggi. Per essere efficace l’offerta deve entrare in sintonia con le loro sensibilità e interessi, ma soprattutto consentire di sperimentare concretamente il piacere e gli effetti dell’agire con gli altri per migliorare la realtà in cui vivono.

Le stesse relazioni affettive acquisiscono crescente centralità, pur scontando una crescete fragilità e instabilità. Secondo il sociologo Antony Giddens, «fra tutti i cambiamenti che sono in atto nel mondo, nessuno è più importante di quelli che riguardano le nostre vite personali: sessualità, relazioni, matrimonio e famiglia. È in atto una rivoluzione globale nel modo in cui pensiamo noi stessi e in cui formiamo legami e connessioni con gli altri».

Ma sempre più importante per il benessere personale e sociale è mettere in relazione anche le varie dimensioni di vita. Vita familiare e lavoro sono sempre meno intese come sfere separate e in competizione. Le persone devono poter scegliere liberamente e consapevolmente, non trovarsi, invece, con obblighi e vincoli imposti che portano a rinunce. Devono poi poter trasformare tali scelte consapevoli in esperienza positiva e di valore per sé e per chi sta attorno. Se l’Italia è uno dei paesi sviluppati con più bassa fecondità, più bassa occupazione femminile e più alto rischio di povertà per le coppie under 35 con figli è perché gli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia sono meno diffusi ma anche concretamente accessibili (in termini di orari, costi, qualità).

Eppure, come molte ricerche evidenziano, il successo delle aziende è sempre più legato all’investimento attivo sul capitale umano e sociale, che porta a mettere al centro la persona. Questo significa non solo promuovere la capacità di essere e fare, ma favorire tra tali due elementi una relazione dinamica virtuosa che consenta di crescere in tutte le fasi della vita e di migliorarsi nel generare valore. I dati del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo suggeriscono come il desiderio di fondo della Generazione Zeta non sia tanto quello di porre confini al lavoro per dare più spazio alla vita libera dal lavoro, ma di contaminare i due territori e soprattutto riempire di vita il lavoro, in termini di passioni e interessi. Altro segnale interessante è il desiderio dei giovani padri di sviluppare fin dalla nascita un rapporto più intenso e continuativo con i figli. E infine crescente è l’esigenza di stare in relazione positiva con l’ambiente e di partecipare con la propria attività a un modello di sviluppo sostenibile.

È quindi forse il concetto stesso di lavoro che va ripensato per poterlo mettere più in sintonia con la capacità di produrre benessere inteso in un senso più ampio rispetto, a livello macro, al contributo alla ricchezza misurato dal Pil e, a livello micro, alle mera funzione di attività necessaria per procurare reddito.

Non per sottrarre importanza all’aspetto economico, ma per allargare i confini della funzione produttiva dell’uomo e della donna, inserendo l’impatto positivo verso gli altri e verso il futuro come parte integrante del proprio benessere, del senso del proprio agire ed essere nel mondo. Qui sta il valore aggiunto del lavoro che nessuna macchina può sostituire.

© RIPRODUZIONE RISERVATA