IL COMPLOTTO CONTRO L’AMERICA/ La miniserie con una domanda sugli Usa di oggi

- Antonio Napoli

La miniserie in sei episodi di David Simon ed Ed Burns immagina le conseguenze di un’America che nel 1940 sceglie di non intervenire nella Seconda guerra mondiale

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Il complotto contro l'America, la miniserie in onda su Sky Atlantic

Gli americani si interrogano da qualche tempo su come sarebbe stato il loro futuro se nel 1940 si fosse compiuta una scelta diversa da quella di intervenire al fianco degli alleati nel secondo conflitto mondiale. Libri, serie tv, film: un periodo cruciale del mondo particolarmente indagato. Ma anche un modo molto concreto per tenere viva la memoria sulla storia, quando ormai è assai esiguo il numero dei protagonisti vivi in grado di raccontarla.

Prodotta da HBO, Il complotto contro l’America è una miniserie in sei episodi (la trovate su Sky Atlantic, venerdì 7 agosto gli ultimi due episodi, ma potete vederla tutta d’un fiato scaricandola on demand su NOWTV) creata dagli autori di The Wire David Simon ed Ed Burns, che hanno adattato allo schermo l’omonimo romanzo ucronico di Philip Roth. 

La storia nasce appunto dal racconto di un’America che nel 1940 in nome della pace e del rifiuto a intervenire “nella guerra europea” stringe di fatto un alleanza con la Germania nazista di Hitler. Artefice di questa svolta fantapolitica un personaggio della storia reale, Charles Lindebergh, aviatore di origini svedesi divenuto un eroe nazionale grazie alla traversata oceanica in solitaria, figlio di un rappresentante al Congresso, ed effettivamente attivamente impegnato contro l’ingresso in guerra e con posizioni chiaramente filonaziste e antisemite.

L’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Lindbergh cambia il corso della storia. Ma le profonde radici democratiche e la cultura multietnica degli americani alimentano una forte resistenza, prima pacifica poi violenta, facendo precipitare ben presto il Paese in un aspro conflitto civile.

La storia è raccontata dal punto di vista di una piccola e normale famiglia ebrea del New Jersey, che faticherà a rendersi conto – come del resto è stato anche per altri milioni di ebrei in  Europa – di quanto siano diventati essi stessi obiettivo del nuovo regime e resisterà all’idea di scappare verso il Canada, prima che i confini con questo Paese venissero definitivamente chiusi.

La storia ruota intorno all’incomprensibile difficoltà di percepire il male in quanto “male”. Anche perché esso non si presenta mai come una scelta chiara, ma sempre come conseguenza di qualcos’altro, quasi sempre frutto di false notizie. Torniamo ancora una volta al tema sviscerato da Hannah Arendt della difficoltà per le persone semplici di distinguere/percepire il pericolo proprio quando esso arriva da persone conosciute (dai vicini di casa, dagli amici, perfino dai parenti), che fino a poco prima si erano comportati normalmente.

Anche la piccola famiglia Levin si divide di fronte agli improvvisi cambiamenti politici. Tra di essi c’è chi vuole passare all’azione, chi vuole fuggire il prima possibile, chi crede che alla fine prevarrà il buon senso e la ragionevolezza.

Nel cast – tutto di prim’ordine – prevale la figura del rabbino Bengelsdorf interpretato da John Turturro, l’attore e regista statunitense con cittadinanza italiana. Il rabbino, che intreccia una relazione con la zia dei Levin interpretata da Winona Ryder (due nomination agli Oscar con L’età dell’innocenza e Piccole donne, e tre nomination al Golden Globe tra cui Stranger Things), crede nella buona fede dei Lindbergh e contribuisce a illudere la comunità ebraica a non temere conseguenze dalla svolta filonazista della coppia presidenziale.

Appena le cose si mettono male, invece, vorrebbe fuggire in Canada la giovane madre dei Levin, Bess, interpreta da Zoe Kazan (nipote del grande regista Elia, Nella valle di Elah, Revolutionary Road, Olive Kitteridge, per cui ha ricevuto una nomination agli Emmy). Mentre sono più combattivi i fratelli Levin, Herman e Alvin. Il secondo, interpretato da Anthony Boyle, giovane attore irlandese con una partecipazione di successo nella versione teatrale di Harry Potter e una in Trono di Spade, decide di partire per la guerra in Europa. 

Nel solco del successo de L’Uomo nell’Alto Castello (Amazon Prime) si arricchisce con Il complotto contro l’America il filone delle produzioni sulla rivisitazione in chiave americana del rapporto con i rigurgiti fascisti e nazisti, in relazione con le attuali politiche autoisolazioniste di Trump.

Gli americani – almeno una parte considerevole di essi – sembrano coscienti del fatto che mai nulla è acquisito per sempre. E il convincimento che gli Stati Uniti possano rimanere anche in questo secolo il baluardo della libertà individuale, del Paese delle mille razze ed etnie e della libera impresa, com’è stato per quello trascorso, non è per nulla scontato. Il metodo di far vedere come potrebbero essere andate le cose se a quel determinato bivio della storia si fosse scelto di andare dall’altra parte è molto efficace, soprattutto per chi quella storia non l’ha vissuta, per chi a scuola ne ha sentito parlare troppo poco e per chi non ha più neanche in famiglia un nonno sempre pronto a raccontarla.

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