IL DIBATTITO DELL’ECONOMIST/ Sinistra europea fra politically correct e fondi sovrani

- Stefano Bressani

Da anni ormai la sinistra vive una profonda crisi in tutta l’Europa occidentale: le prossime sfide elettorali in Germania e in Italia ci diranno il suo stato di salute

Enrico Letta
Enrico Letta, Segretario Pd (LaPresse, 2021)

Si moltiplicano – anche dall’Italia – i contributi al dibattito avviato dall’Economist sulla presunta parabola “illiberale” della sinistra nella civiltà occidentale. Sotto accusa – ha ricordato Carlo Galli su Repubblica – è essenzialmente quel “giacobinismo liberal” partorito dalla lunga marcia del pensiero politically correct nell’élite accademica e mediatica fra Usa ed Europa, condensato negli ultimi tempi dalla virulenza della cosiddetta “cancel culture”.  

Il filosofo politico bolognese (deputato di Sinistra Italiana fino al 2018) non è tuttavia preoccupato né pessimista: la sinistra occidentale starebbe attraversando una delle sue periodiche “malattie infantili”, necessarie a rigenerarla e a riadattarla a nuovi contesti storici.

Più articolata è stata la riflessione giornalistica di Paolo Mieli che sul Corriere della Sera ha messo sotto la lente una serie di sinistre “qui e ora” in Europa. Mieli non ha avuto timore di segnalare subito – alla voce “miracoli e sorprese della sinistra europea” – l’affermazione del Labour nelle elezioni politiche norvegesi tenutesi lunedì scorso. Per la verità il partito socialdemocratico ha visto limati i suoi risultati nelle urne, ma confermato la sua posizione di primo partito nazionale. Sono stati invece i conservatori del premier (“rosa”) Erna Solberg, in carica da otto anni, ad accusare una netta battuta d’arresto. Così il Labour tornerà al governo a Oslo, sotto la guida di Jonas Ghar Store: “miliardario e già braccio destro dell’ex premier e attuale segretario generale della Nato Jens Stoltenberg”, scolpisce Mieli. 

Store appare premier perfetto – ma su questo l’editoriale del Corriere ha sorvolato – per un Paese di fatto rimodellatosi attorno al suo fondo sovrano alimentato dal gas trivellato offshore. Il “Government Pension of Norway” ha un patrimonio investito di 1.350 miliardi di dollari: di fatto oltre 200mila euro di “attivo lordo” per ognuno dei poco più di 5 milioni di norvegesi. Al confronto ciascuno dei 60 milioni di italiani è oggi responsabile pro-quota di 40mila euro di debito pubblico. Ma come non vedere nel delfino di Stoltenberg anche il premier giusto in una fase geopolitica complessa e delicata? Con la Nato in crisi-ricostruzione, mentre la Norvegia è addestrata da sempre dalla sua collocazione geografica a presidiare sensibilissimi confini strategici.

E’ comunque nel “drive” norvegese che la sinistra europea affronta altri test significativi. Il primo – di massimo rilievo – in calendario domenica 26 in Germania: dove – a sorpresa – il leader Spd Olaf Scholz (finora vicecancelliere di Angela Merkel e ministro delle finanze) ha buone chance di guidare il nuovo esecutivo di Berlino, presumibilmente con un cambio della guardia al vertice della “grande coalizione” con Cdu-Csu. La domenica successiva sarà la volta, in Italia, della corsa del leader Pd Enrico Letta per il rientro in Parlamento. In Francia, intanto, la campagna elettorale per la presidenza della Repubblica è già quasi aperta: e la sfida da sinistra ad Emmanuel Macron potrebbe essere portata dal sindaco socialista di Parigi Anne Hidalgo. 

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