SCENARIO/ Siamo sicuri che la fine dell’euro farebbe male solo all’Italia?

- Augusto Lodolini

L’attuale diarchia franco tedesca nel tentativo di “governare” l’Europa è una decisa novità nella storia europea e sembra molto più tattica che strategica. AUGUSTO LODOLINI

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Photo Imagoeconomica

È già un po’ di tempo che si parla esplicitamente di una campagna di conquista dell’Europa da parte della Germania, fortunatamente solo economica. In questa campagna, la Germania ha una grande alleata nella Francia, con un ruolo, peraltro, che appare sempre più subordinato.

Sembrerebbe un vero e proprio bouleversement des alliances rispetto alla storia passata dei rapporti tra i due Paesi. Basterebbe ricordare che l’unificazione della Germania avvenne nel 1871 alla fine della guerra franco-prussiana, che provocò nella Francia duramente sconfitta la caduta di Napoleone III e la proclamazione della Terza Repubblica.

La Francia, alleata degli anglo-americani, si trovò ancora opposta alla Germania nella Prima e nella Seconda guerra mondiale. Per la verità, in quest’ultima vi fu anche una Francia collaboratrice dell’occupante nazista, quella di Vichy del Maresciallo Pétain, ma la Francia attuale deriva dalla France Libre di De Gaulle che, partendo dall’Inghilterra dove si era rifugiato, la liberò insieme agli Alleati dall’occupazione nazista.

Tutto questo riguarda certamente il passato, ma la storia non può essere semplicemente accantonata. Fu infatti proprio questa lunga serie di guerre intestine tra gli Stati, e di conseguenza tra i popolie europei che spinse tre cattolici, l’italiano De Gasperi, il francese Schuman e il tedesco Adenauer, a fondare la prima unione europea, la CECA nel 1952, in un settore che si era dimostrato fondamentale nelle ultime guerre, quello del carbone e dell’acciaio. La loro speranza era, attraverso la cooperazione tra gli Stati europei, di evitare per il futuro lotte per il predominio di uno Stato sugli altri.

Dei sei Stati fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda), uno aveva vinto la guerra, un altro l’aveva persa, l’Italia l’aveva sia persa, come alleata della Germania nell’Asse, sia vinta, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e il suo schierarsi con gli Alleati. La storia, quindi, entrava a pieno titolo nella Comunità, con tutte le sue luci e le sue ombre, i suoi eroismi e le sue bassezze. Gli stessi sei Stati sottoscriveranno poi nel 1957 i Trattati di Roma, con i quali nascevano la Comunità Economica Europea e l’Euratom.

Il Regno Unito rimase fuori da tutto questo, continuando con una politica atlantica per molti versi indifferente a ciò che accadeva sul “continente”. La Germania, divisa in due per l’occupazione sovietica della sua parte orientale, non poteva esercitare un predominio politico, pur essendo protagonista di un vigoroso sviluppo economico, insieme all’Italia, definito “miracolo economico”, visto il grado di distruzione in cui la guerra aveva lasciato i due Paesi. Uno dei fattori di questo sviluppo fu l’aiuto degli Stati Uniti attraverso il Piano Marshall, rievocato in questi giorni di fronte alla grave crisi dell’euro.

Nei primi anni della Comunità Europea fu la Francia a prendere posizioni “separatiste”, del tipo di quelle che ora rinfaccia a Cameron, soprattutto sotto De Gaulle e la sua politica di “grandeur”, posizioni che impedirono una più profonda collaborazione europea, allora molto più possibile che ora. Si pensi solo alla Comunità Europea di Difesa, o al duplice rifiuto di De Gaulle all’entrata del Regno Unito nella Comunità.

Nella fase attuale sembra essere quindi riaffermata la divisione tra Gran Bretagna e Francia, con la inusuale alleanza di quest’ultima con la Germania riunificata, nell’intento di governare un’Europa “liberata” dai concorrenti storici, essendosi gli inglesi autoesclusi, l’Austria diventata una sorta di appendice della Germania e la Spagna fuori gioco per le difficoltà in cui si trova. Insomma, “Deutschland über alles”, con un po’ di “grandeur” francese e il ritorno degli inglesi al “Britannia rule the waves”, quelle dell’Atlantico.

E l’Italia? Parrebbe essere tornata al vecchio motto “Franza o Spagna, purché se magna”, dove l’Alemagna ha sostituito la Spagna, e alla sua completa anarchia politica con il suo carico di caste, gilde e corporazioni varie, che ne frenano ogni possibile ruolo di qualche rispetto. È del tutto paradossale che l’Italia di oggi sia meno importante e rispettata dell’Italia distrutta del primo dopoguerra, quella in cui però si fronteggiavano drammaticamente De Gasperi e Togliatti, Democrazia Cristiana e Partito Comunista, mondo libero e totalitarismo sovietico.

Eppure, la nostra realtà rimane diversa da quella che i cosiddetti Stati virtuosi vorrebbero rappresentare, aiutati dalla nostra “grande” stampa, sempre così prona alla “grande” stampa straniera, e da una moltitudine di altrettanto cosiddetti “intellettuali” sempre pronti a denigrare il proprio Paese. E i suddetti “Stati virtuosi” lo sono molto meno di quanto sembrino, come ben documentano i puntuti articoli del nostro Bottarelli. Infatti, la Francia comincia ad essere minacciata di downgrading e le pecche del tanto glorificato sistema bancario tedesco sono note non certo da ieri.

Un eventuale “sciogliete le righe” nell’Eurozona sarebbe probabilmente un disastro maggiore che continuare con l’euro, ma è dubbio che sarebbe l’Italia a rimetterci maggiormente. Con buona pace dei maestrini Cip e Ciop (a proposito, Bottarelli, chi dei due è Cip e chi Ciop?). Credo che Monti questo lo sappia benissimo, speriamo ne tragga le giuste conseguenze.

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