CANONE RAI/ L’Europa “minaccia” l’Italia e prova a eliminarlo

- Augusto Lodolini

AUGUSTO LODOLINI commenta il recente deposito di una petizione presso il Parlamento europeo per l’abolizione del canone Rai e la possibilità di una procedura di infrazione contro l’Italia

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In un articolo di ieri segnalavo come una serie di iniziative della magistratura, magari in sé formalmente giuste, stessero mettendo a rischio diverse nostre industrie strategiche, tra l’altro indebolendone il valore di mercato e rendendole fortemente appetibili per compratori esteri. Nel caso poi di Finmeccanica e Saipem, la presenza dello Stato poteva rendere possibile anche una svendita, con la giustificazione di ridurre così l’enorme debito pubblico.

Stranamente ben di rado si è fatto il nome della Rai come cespite cedibile. Eppure, malgrado il periodo di sofferenza che stanno passando anche le televisioni generaliste, la Rai significa ancora quasi la metà dell’utenza televisiva italiana.

Comunque, la RAI rischia di tornare alla ribalta grazie a una denuncia, il termine tecnico è Petizione Europea, presso il Parlamento europeo per l’abolizione del canone televisivo. Secondo quanto riporta l’agenzia Agenparl, la petizione è stata presentata ieri mattina dalla europarlamentare della Lega Nord, Mara Bizzotto, e dal Comitato per la Libera Informazione Radio Televisiva (CLIRT) di Marostica (Vicenza), dopo aver raccolto migliaia di firme a supporto.

Lo strumento della Petizione Europea è stato già usato per la denuncia della situazione dei rifiuti in Campania, con conseguente procedura di infrazione contro l’Italia. Ma vediamo quali sono i punti salienti di questa petizione, come esposti dall’europarlamentare nel presentarla.

Innanzitutto, “La Rai non è e non fa servizio pubblico”, perché in molte zone i canali Rai non arrivano, ma i possessori di televisore sono costretti ugualmente a pagare il canone. Inoltre, questa imposta si configura come un illecito aiuto di Stato distorcente la concorrenza di mercato. Infine, lo stretto controllo partitico sulla RAI “non permette di assicurare un’informazione indipendente.”

E’ del tutto possibile che questi rilievi vengano accolti in sede europea, anche perché la Rai gode di forti introiti pubblicitari, come se fosse una TV commerciale. Ciò non ha impedito un costante aumento del canone, passato da 90 euro del 2000 ai 122 di quest’anno, e già corrono voci di aumento per il 2013.

Vi sono però altri aspetti nella questione RAI, che vale la pena di esaminare. La pretesa della Rai di essere un servizio pubblico è contestabile non solo sotto l’aspetto della copertura territoriale del segnale, ma anche in termini di contenuto, che permettano di definire ciò che si considera servizio pubblico.

“cornuta e mazziata”.

Sotto questo profilo credo riesca difficile tracciare distinzioni tra i programmi RAI e quelli dei suoi maggiori concorrenti commerciali, spesso del tutto simili, fino a determinare discussioni su chi abbia copiato chi. Perché, quindi, lo stesso format dovrebbe essere servizio pubblico su RAI e commerciale su La7 o Mediaset? Bisognerebbe definire quale tipo di forniture e di programmi rientrino nella definizione di servizio pubblico e far accedere al canone chiunque li offra. Quale il motivo per cui la RAI ha il monopolio del canone?

Inoltre, il canone si configura ormai decisamente come un’imposta patrimoniale sul possesso di un apparecchio televisivo, che la RAI tende ad estendere anche ai computer aziendali che possano ricevere programmi televisivi. Francamente, una imposta di questo tipo non ha alcun base logica se non quella di finanziare la RAI.

La privatizzazione della RAI è in discussione da parecchi anni, centrata sul mantenimento di un unico canale pubblico finanziato dal canone, lasciando gli altri due al mercato. Per inciso, si è sempre considerata RAI 3 il canale da far rimanere, ma che sia storicamente occupato da una certa parte politica è probabilmente solo una coincidenza.

Quella della Rai è una delle tante riforme mai attuate ed ora il mercato potrebbe essere meno ricettivo di un tempo, rendendo difficile trovare compratori, tanto più con gli alti costi aziendali della TV di Stato. In più, anche i concorrenti privati si affacciano sul mercato come possibili venditori, per esempio Telecom con La7, e anche Mediaset prima o poi potrebbe aver bisogno di far cassa.

La Rai potrebbe essere l’ennesima dimostrazione di come la realtà sia più forte delle ideologie e degli interessi particolari. Purtroppo, come negli altri casi in cui, per incapacità o interesse, si sono svendute o portate al fallimento aziende di Stato, i danni ricadranno soprattutto sulla collettività. Per dirla alla napoletana, ancora una volta “cornuta e mazziata”.

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