IL CASO/ “Domattina un prete di meno”: a chi appartiene la Resistenza di Rolando Rivi?

- Augusto Lodolini

Il 25 aprile l’Italia ha celebrato la fine della guerra e la liberazione dall’occupazione nazista. Una celebrazione che rimane ideologica e non memoria di un fatto storico. AUGUSTO LODOLINI

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Varrebbe la pena di riflettere a fondo sull’ultimo editoriale di Petr Nagibin e le celebrazioni in Russia per i 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, perché la tentazione di trasformare la fine delle sofferenze e la vittoria sul male in un motivo di orgoglio statale non è solo della Russia attuale.

In Italia abbiamo una Festa della Vittoria, il 4 novembre, in cui però si celebra un’altra vittoria, quella nella prima guerra mondiale. Nella seconda guerra mondiale, se fino all’8 settembre 1943 siamo stati alleati dei tedeschi, poi siamo passati dall’altra parte e la guerra non è continuata solo contro i tedeschi, ma anche tra italiani. Proprio questa situazione avrebbe dovuto portare, come tratteggia Nagibin, a un sommesso festeggiamento della fine delle sofferenze e delle divisioni del Paese, a un riconoscimento che tutti ne uscivamo sconfitti, ma decisi a riconciliarci e a intraprendere un nuovo cammino comune.

L’orgoglio statale di cui parla Nagibin è stato sostituito in Italia da un orgoglio di parte, quello dei vincitori, e dalla conseguente damnatio dei perdenti; di più, tra gli stessi “vincitori” la lotta è continuata pesante, all’insegna della Guerra Fredda che per decenni ha diviso l’Italia e che manifesta tuttora le sue conseguenze.

Viste dall’Italia, le manifestazioni in favore di Stalin non colpiscono particolarmente: che piaccia o no, e a me non piace anzi preoccupa, la realtà è che contro l’aggressione nazista attorno al feroce dittatore si ricostituì, pur se forzatamente, l’unità dei russi. Più tragico è che anche in Italia, fino alla revisione di Krusciov, si sia glorificato Stalin e magnificato il suo feroce regime come “il paradiso dei lavoratori”, ad opera di personaggi come Togliatti che quel regime ben conoscevano, avendone fatto parte.

Le celebrazioni del 25 aprile, anniversario della Liberazione e della fine della guerra, continuano a essere un elemento di divisione, essendo state occupate da una sola parte che riduce la Resistenza alla propria fazione, come dimostrano le intolleranze verso ogni altra componente. Ultimamente vi sono stati gli insulti alla Brigata ebraica, come in passato vi furono quelli a Letizia Moratti e al padre ex partigiano deportato dai nazisti, o l’espulsione violenta di chi non veniva considerato della propria fazione e quindi non “degno” della Resistenza.

Questa appropriazione indebita ha trasformato la Resistenza in un fatto iconico, meglio ideologico, e ogni tentativo di analisi storica è immediatamente condannato come “revisionismo fascista”. Ne sa qualcosa Giampaolo Pansa, che fascista certo non è, violentemente attaccato per i suoi libri sulla Resistenza, in particolare Il sangue dei vinti. Significativo è anche l’ostracismo verso il film di Renzo Martinelli sull’uccisione alla malga Porzus di 17 partigiani (tra cui un fratello di Pasolini) della Brigata Osoppo da parte di partigiani comunisti. E l’elenco potrebbe continuare.

Ben inteso, ogni guerra è tragicamente sporca, in particolare se civile, ma non viene certamente ripulita dall’ideologia. Questa manipolazione storica, pavidamente accettata da buona parte del mondo non comunista, ha anche oscurato i numerosi cattolici uccisi in quanto tali da quei partigiani che lottavano, innanzitutto, per l’avvento del regime comunista.

Un nome per tutti è quello di Rolando Rivi, seminarista di 14 anni ucciso da partigiani comunisti il 13 aprile 1945: “Domani un prete di meno”, questa la giustificazione del commissario politico della formazione partigiana garibaldina.

Al beato Rolando Rivi fanno compagnia parecchie decine di sacerdoti e religiosi trucidati nel “triangolo della morte”, l’area tra Ferrara, Modena e Reggio Emilia. Il 12 aprile scorso, per i 70 anni della morte di Rolando Rivi, a Pieve di San Valentino è stata inaugurata da Don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, una casa dei Memores Domini, alla presenza del vescovo di Reggio Emilia, mons. Massimo Camisasca. Lo scopo dei Memores sarà di prestare servizio alla Pieve, diventata luogo di pellegrinaggio al Beato, non come guide turistiche ma, come ha detto il vescovo, come testimoni.

C’è bisogno infatti di testimoni, e non di ideologi, perché, come chiude il suo editoriale Nagibin, si possa “non giungere ogni volta a una nuova vittoria nella quale celebrare la propria grandezza contro il nemico sconfitto”, ma “creare un’atmosfera nella quale non ci sia bisogno di nemici, e la persona e il suo valore siano rispettati e salvaguardati prima di ogni altra cosa”.

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