I NUMERI/ Così euro e industria “spaccano” l’Italia

- Augusto Lodolini

AUGUSTO LODOLINI commenta i dati preliminari del Rapporto Svimez 2015, da cui risulta come la storica “questione meridionale” in Italia non sia stata affatto risolta

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Il Rapporto Svimez 2015 ha riportato in primo piano il problema del nostro Mezzogiorno e della profonda divaricazione tuttora esistente nel nostro Paese, a più di 150 anni dall’unificazione manu militari della Penisola e dopo decenni di Cassa del Mezzogiorno. Un problema che non sembra destare molto interesse, come sottolinea nel suo articolo Sergio Luciano, in governo, partiti e nello stesso Parlamento, in cui non mancano di certo rappresentanti del Sud.

I dati preliminari del Rapporto, presentato a Roma il 30 luglio scorso, forniscono interessanti spunti di riflessione e discussione, permettendo un confronto su alcuni importanti parametri tra gli ultimi anni di crisi, 2008/2014, e il periodo 2001/2007, immediatamente successivo all’introduzione dell’euro.

La prima riflessione che emerge è proprio relativa al ruolo dell’euro nella crisi iniziata nel 2008, che sembra aver penalizzato le aree più deboli all’interno dell’Eurozona a favore di quelle più forti. Il Rapporto evidenzia come i Paesi deboli nell’Ue fuori dall’euro si siano difesi meglio dalla crisi grazie a politiche fiscali meno vincolanti, a tassi di cambio più facilmente manovrabili e, più in generale, a politiche monetarie meno restrittive.

Questi dati ripropongono l’impossibilità di applicare in modo indiscriminato politiche uguali ad aree fortemente disomogenee e pongono qualche domanda su un’unione, una comunità, che penalizza le aree più deboli: ciò vale per l’Eurozona così come per l’Italia “unita” (virgolette di rigore, data la estrema divaricazione all’interno del nostro Paese).

La minore resistenza alla crisi ha reso ancor più povero il Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord, come risulta anche dalla maggiore contrazione dei consumi, tranne che per abitazioni e spese connesse. Questi dati, come quelli relativi al reddito, andrebbero rivalutati alla luce del sommerso, probabilmente superiore nel Mezzogiorno e di certo non diminuito durante la crisi, ma pur probabilmente in parte falsati nulla tolgono alla gravità reale della situazione.

Il Rapporto accenna anche alla rilevanza della delinquenza organizzata, le varie mafie, che si presentano quasi come un parastato e, oltre che dal sommerso, hanno tratto vantaggio anche dalla crisi. A loro volta, costituiscono una delle ragioni della maggiore debolezza del Mezzogiorno, insieme alle insufficienti infrastrutture, il cattivo funzionamento delle strutture pubbliche e la corruzione.

Dal 2008 al 2014 gli investimenti nel Mezzogiorno sono diminuiti in tutti i settori, ma nell’industria in senso stretto sono scesi del 59%, depauperando in modo essenziale il già debole apparato industriale, con il forte rischio che l’industria del Sud non riesca ad agganciare la possibile ripresa, quando questa avverrà. Il Rapporto sottolinea anche il problema della scarsa produttività e della progressiva perdita di competitività, che rende difficile l’utilizzo della leva estero, mentre i consumi interni permangono in contrazione. 

Pur con le accennate cautele, il reddito pro capite del Mezzogiorno rimane decisamente inferiore a quello del Centro-Nord: pari al 54,4% nel 2000 è sceso nel 2014 al 53,7%. Nel 2014, tutte le regioni del Sud sono sotto la media nazionale (26.585 euro pro capite), mentre nel Centro-Nord lo sono solo due Regioni, Umbria e Marche.

La crisi ha fatto da detonatore, evidenziando i già esistenti problemi di struttura. Nel periodo 2001/2008 anche il Mezzogiorno è cresciuto, ma meno della metà rispetto al Nord: 4,2 contro 8,5 del Nord-Ovest e 9,1 del Nord-Est. L’impatto della crisi ha portato a una riduzione del Pil in tutte le macroaree, rispettivamente -13,0 %, -6,5 %, -6,0%, ma con un saldo sui 14 anni ancora positivo per il Nord, pesantemente negativo invece per il Sud, -9,4%.

Problemi strutturali presenta peraltro anche il Centro, cresciuto dell’11,8% nel primo periodo per poi cedere, dal 2008, il 10,4%, finendo con uno 0,2% di incremento sui 14 anni. Anche nel Nord-Ovest vi sono due regioni con decremento di Pil sull’intero periodo, Piemonte (-5,1%) e Liguria (-6,0%), mentre una sola Regione, la Basilicata, registra decrementi sia prima che dopo il 2008, cui si contrappone il Trentino Alto-Adige, positivo in entrambi i periodi e con un saldo finale di +10,1%. Per inciso, il Trentino Alto-Adige è la Regione con il più alto Pil pro capite nel 2014 (37.665 euro), quasi il 42% in più della media nazionale.

Il Rapporto afferma la necessita di una politica industriale nazionale, adeguatamente articolata a livello regionale, che tenga conto dei deficit strutturali presenti nelle varie aree. Il Rapporto suggerisce inoltre di aprire all’interno dell’Ue «un confronto sui meccanismi “compensativi” degli squilibri interni alla periferia della Ue, predisponendo adeguati strumenti di fiscalità di compensazione».

Tra questi strumenti vengono suggerite le Zone economiche speciali (Zes), già utilizzate con successo per esempio in Polonia, Lettonia e Lituania, e che nel Mezzogiorno potrebbero essere costituite attorno ai porti di Gioia Tauro, Catania e Taranto. 

La recente esperienza del terminal container di Taranto, con il ritiro della società che aveva la concessione, partecipata dalla cinese Hutchison e dalla Evergreen di Taiwan, non lascia molto confidenti. La ragione addotta dalla società è il ritardo di più di un anno nei lavori per rendere completamente agibile il porto.

Ritornano quindi in evidenza le cause locali di inefficienza che tanto danno provocano al nostro Mezzogiorno e che tanto profitto procurano ai vari parastati, dalle mafie alle numerose caste.

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