DAGLI USA/ La “battaglia” sugli stipendi dei top manager entra nella corsa alla Casa Bianca

- Augusto Lodolini

AUGUSTO LODOLINI commenta il dibattito negli Usa sul regolamento Sec che impone alle società quotate di comunicare il rapporto tra retribuzione del Ceo e quella degli altri dipendenti

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Mercoledì scorso, la Sec, l’equivalente americano della Consob, ha emanato un regolamento che richiede alle società quotate di calcolare e rendere pubblico il rapporto tra i compensi ai Ceo, i capi azienda, e lo stipendio mediano di tutti gli altri dipendenti. Questa decisione, approvata con tre voti favorevoli e due contrari, dà attuazione a una disposizione del Dodd-Frank Act, la legge del 2010 diretta a riparare alcune falle nel sistema finanziario che ha portato alla disastrosa crisi del 2008.

Il ritardo di cinque anni è dovuto a difficoltà tecniche di elaborazione della misura e dalla opposizione del Partito Repubblicano e di gran parte delle società coinvolte dal regolamento. Per costoro si tratta di una disposizione inutile e costosa, fondata principalmente su posizioni ideologiche e che viola la libertà di impresa, limitando l’autonomia delle società.

La disposizione, in realtà, impone solo obblighi di comunicazione su un aspetto delle politiche di retribuzione, senza intervenire in alcun modo sulla libertà di decisione delle società. Lo scopo della Dodd-Frank era di consentire agli azionisti una valutazione più completa di tali politiche, mettendoli in grado di effettuare confronti e con quanto avviene in altre aziende. Il punto è che questa disposizione si inserisce in un dibattito sempre più vivace sulle dimensioni e la correttezza delle retribuzioni al top management delle aziende, il cui notevole incremento è ritenuto uno degli elementi alla base delle crescenti diseguaglianze all’interno della società americana.

Oggettivamente non si può dire che la Sec abbia troppo calcato la mano nel provvedimento, che andrà in vigore nel 2017, con i primi dati pubblicati nel 2018, e che prevede una revisione del dato non annualmente, ma ogni tre anni, permettendone anche il calcolo su base campionaria. La scelta della mediana per le retribuzioni della massa dei dipendenti viene criticata, per esempio da Fortune, come più facilmente adulterabile rispetto alla più significativa, ancorché più complicata, media ponderata. Altri, per rendere i risultati più omogenei e confrontabili, richiedono l’esclusione dei dipendenti in altri Paesi o dei lavoratori stagionali.

Tutto ciò dimostra come la questione non sia del tutto semplice, ma è indubbio che debba essere affrontata, perché il problema della crescente eccessiva diseguaglianza non è ideologico, ma del tutto reale. Secondo uno studio dell’ Economic Policy Institute, la remunerazione media dei Ceo delle 350 maggiori società statunitensi è aumentata nel 2014 del 997% rispetto al 1978, contro il 10,9 % degli altri dipendenti. Quindi, se nel 1978 il rapporto tra le due remunerazioni era di 30 a 1, nel 2014 si è decuplicato; né la crisi sembra avere rallentato tale andamento esponenziale.

Il dibattito si sta inevitabilmente estendendo alle modalità di calcolo delle remunerazioni, non solo dei Ceo ma del top management in generale, in particolare su come viene misurata l’efficacia delle prestazioni. Ritorna qui il dibattito sulle stock options, sulla misura dei risultati a breve termine, che rischiano di premiare la distruzione di ricchezza dell’azienda nel lungo termine, e su altri principi dubbi attualmente in vigore nelle grandi aziende.

In parallelo, negli Stati Uniti è in corso un altro dibattito, quello sul salario minimo, in cui Obama è intervenuto nel suo discorso sullo stato dell’Unione nel 2014, chiedendo al Congresso di aumentare il salario minimo orario da 7,25 a 10,10 dollari. Per parte sua, ha dato disposizione di applicare il minimo orario proposto in tutti i nuovi contratti di lavoro stipulati dal governo federale.

Remunerazione dei Ceo e salario minimo sembrano essere i due estremi tra cui si inserisce il discusso regolamento della Sec e la discussione diverrà sempre più accesa con lo scontro tra Democratici e Repubblicani in vista delle prossime elezioni presidenziali. Come in altri dibattiti su temi centrali per la società, c’è chi spera che i “centristi” dei due schieramenti riescano a trovare una soluzione che tenga conto di tutti gli aspetti, sia economici che sociali.

Per parte nostra speriamo che un simile dibattito si apra anche in Italia, possibilmente non solo nei talk show televisivi. Una buona occasione per incominciare potrebbe essere data dai decreti attuativi della recentissima legge sulla riforma della Pubblica amministrazione, da estendere a tutte le società in cui è presente la mano pubblica.

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