TERRORISMO ISLAMICO/ L’integrazione e le “reti” non bastano a spiegarlo

- Augusto Lodolini

La realtà dell’estremismo islamico è troppo complessa per poter essere ridotta a semplice terrorismo di bande criminali, o a problemi di integrazione, pur esistenti. AUGUSTO LODOLINI

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In Belgio dopo gli attentati (Infophoto)

Terrorismo è ormai diventata la parola d’ordine di fronte ai sempre più frequenti tragici fatti che avvengono attorno e in mezzo a noi, ma è una parola che rischia di diventare un paravento di comodo. Il terrorismo non è un fine, è un mezzo, gli atti terroristici sono compiuti per raggiungere obiettivi ben precisi e la sua caratteristica è, appunto, di seminare terrore perché apparentemente indiscriminati. Né aiuta definire “bande di criminali” chi li compie. Sarà bene ricordare che con il nome di Terrore passò alla storia il periodo finale della Rivoluzione francese, preludio allo Stato moderno di stampo napoleonico, ma non mi pare diffusa la definizione di bande criminali applicata ai giacobini che ne furono i protagonisti. Ben pochi pongono in dubbio che durante la seconda guerra mondiale i “buoni” fossero gli Alleati, ma furono costoro ad effettuare bombardamenti a tappeto sulle città italiane e tedesche e a sganciare non una, ma due bombe atomiche su città giapponesi. Questi atti terroristici furono giustificati con l’obiettivo di costringere nazifascisti e giapponesi a deporre le armi ed evitare così la continuazione della guerra.

Gli atti terroristici compiuti dagli ebrei contro gli inglesi avevano lo scopo di arrivare alla costituzione dello Stato di Israele, così come quelli dei palestinesi per giungere ad un loro Stato in Palestina, e altrettanto si può dire per il terrorismo irlandese e di molti altri movimenti indipendentisti. In Italia il terrorismo delle brigate nere era diretto contro lo Stato repubblicano antifascista, mentre quello delle brigate rosse sognava di instaurare un regime comunista, visto che il Pci aveva abbandonato la prospettiva dell’insurrezione armata, in conseguenza dei patti di Yalta. A questi ultimi casi può essere applicata la formula di Mao sulla guerriglia: il guerrigliero deve “muoversi come un pesce nell’acqua”, dove l’acqua è quella parte della popolazione che condivide gli obiettivi, anche se magari prende le distanze dai metodi. In Italia il terrorismo rosso finì quando, dopo l’assassinio di Moro, il Pci prosciugò l’acqua in cui nuotava.

Anche gli estremisti islamici si muovono in questo quadro e uscire dal comodo schema generico del terrorismo permetterebbe di capire la differenza di obiettivi, pur nel comune ricorso ad atti terroristici, tra Isis, al Qaeda, Boko Haram, talebani e via dicendo. L’elemento che sembra caratterizzare tutti costoro è la convinzione di dover imporre la propria concezione dell’islam, ovviamente ritenuta l’unica autentica, a tutti coloro che non la riconoscono. Evidentemente, in prima fila sono i non musulmani, a partire dai cristiani, poi i musulmani eretici, come da questi sunniti radicali vengono considerati gli sciiti e anche certe versioni del sunnismo, come il sufismo, e infine tutti coloro che si oppongono alla loro concezione non solo di religione, ma di società e di Stato.  

In fondo, era questo l’atteggiamento del Terrore giacobino ed è l’atteggiamento cui sono improntati diversi Stati musulmani, per esempio l’Arabia Saudita, con il suo comportamento discriminatorio, anche persecutorio, nei confronti di non musulmani, sciiti e sufi. Il fatto che su questo sfondo si intreccino anche aspetti geopolitici o economici non invalida l’assunto di base. L’estremismo wahabita è essenziale perché i sauditi mantengano il loro potere, acquisito storicamente proprio per questa alleanza, e questo appoggio è ripagato con il sostegno finanziario all’estremismo sunnita in Medio Oriente e in Africa, ma anche in Europa. Il disegno espansionista, neo-ottomano come viene definito, della Turchia di Erdogan porta Ankara di fatto a non combattere l’Isis, così come il sogno dell’indipendenza spinge i curdi sunniti a combattere contro il califfato sunnita e, almeno una parte di essi, a compiere attentati terroristici in una Turchia che li opprime da decenni.  

In questa ottica, sembrano anche non centrate le analisi che pongono alla base dei recenti atti terroristici in Europa la mancanza di integrazione degli immigrati musulmani e la loro ghettizzazione. Quanto all’integrazione, gli estremisti islamici non vogliono essere integrati, per loro integrazione significa che gli altri devono integrarsi a loro, che sono i “veri credenti”. Quanto alla ghettizzazione e alle condizioni economiche, si tratta di situazioni non esclusive dei musulmani, ma che per gli altri non portano al terrorismo. Se pensiamo all’Italia, gli immigrati filippini, latinoamericani, indiani, cinesi o dell’Est Europa non pongono problemi di attentati terroristici. Alcune di queste comunità possono avere maggiori problemi di integrazione, come per esempio i cinesi di ultima immigrazione, o particolari problemi di criminalità spicciola, come in parte i rom, ma ciò non porta a temere ondate terroristiche da parte loro.

Riprendendo la massima maoista, una svolta reale nei confronti del terrorismo di matrice islamica in Europa e altrove, qui con più difficoltà per i citati fattori geopolitici, si avrà quando le comunità musulmane cesseranno di considerarli “compagni che sbagliano” e smetteranno di fornire loro l’acqua per nuotare.

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