IL MEDICO DI BASE/ “L’ospedale vada sul territorio, non la gente in ospedale”

- int. Claudio Bulla

Le riforme della sanità in Lombardia hanno puntato sugli ospedali, lasciando nell’abbandono i medici di base, che invece svolgono una funzione fondamentale

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Reparto Covid (LaPresse)

Essere medico di base in Lombardia è una sfida dura, una lotta. “Mi sono ammalato durante la prima ondata perché andavo a visitare i pazienti a casa senza troppe protezioni. In ospedale tra sintomatici e asintomatici senza l’uso del tampone il virus circolava ovunque e anch’io ho fatto quindici giorni in terapia intensiva con una forte polmonite” racconta il dottor Claudio Bulla, medico di assistenza primaria nel Distretto Isola Bergamasca. “Oggi ci siamo organizzati con la tele-assistenza, svolgiamo una ingente parte del nostro lavoro tra computer e telefono, però c’è una pesante criticità dovuta a riforme sbagliate della sanità, a partire da quella realizzata da Maroni, che ci hanno privati di assistenza infermieristica e amministrativa. La Regione ha un budget estremamente limitato per la medicina territoriale, ci tocca assumere infermieri a nostre spese. E questo non va bene”.

Rispetto alla prima ondata del Covid a marzo-aprile come è cambiata la sua attività?

Dal punto di vista medico, ci sono senza dubbio casi meno gravi percentualmente: a marzo-aprile le persone finivano presto in rianimazione. Oggi non c’è un numero così elevato, anche perché si riesce a diagnosticarli e monitorarli prima. Allora siamo stati colpiti duramente nella Bergamasca, adesso si è sviluppata una sorta di immunità di gregge e registriamo meno casi di allora.

Quanto conta fare i tamponi per avere questo risultato?

Oggi, eseguendo migliaia di tamponi e isolando i positivi nelle proprie case, sembra si riesca a tenere meglio sotto controllo la situazione.

Lei fa anche assistenza domiciliare?

Sì, riesco a farla. Nei casi lievi attraverso il triage telefonico e il telemonitoraggio riusciamo a seguire i pazienti. Ci appoggiamo in situazioni più impegnative a strutture come le Usca, le Unità speciali di continuità assistenziali. Purtroppo i medici disponibili nell’Usca sono pochi e se dovesse aumentare il numero di persone contagiate andrebbero in difficoltà.

La mole di lavoro sarà ingente…

È cambiata la tipologia di lavoro. Ogni giorno trascorro due ore alla mattina a videochiamare i pazienti. Abbiamo scoperto che possiamo gestirli anche in remoto, mandando le impegnative o anche i farmaci. Passiamo parecchie ore al computer e al telefono.

Rispetto a marzo-aprile sono ancora gli anziani le persone più colpite?

No. In questo momento non sono gli anziani, sono famiglie che hanno figli in attività scolare, sui 15 anni, e genitori sui 45-50 anni. Chiaramente qualche nonno si prende il virus e risulta positivo, ma facendo i tracciamenti di tutti i contatti possiamo risalire a chi è in criticità. L’età media da noi è comunque bassa.

Le famiglie sono focolai a rischio?

In famiglia si prendono meno precauzioni, ci si dimentica che in una famiglia di cinque persone queste vengono da cinque posti diversi: lavoro, scuola, amicizie. Non sono cinque congiunti, sono cinque scongiunti che si incontrano alla sera e si tolgono la mascherina, evitano le precauzioni fondamentali e lì la possibilità di contagio cresce.

A marzo-aprile tutti o quasi venivano ricoverati in ospedale. Oggi è ancora così o è cambiato lo scenario?

Le ultime due riforme della sanità hanno puntato molto sulla struttura ospedaliera, il territorio è stato abbandonato dopo la riforma Maroni e questo quando gli ospedali non possono, non vogliono e non sono in grado di ricoverare tutti. Come medici di base non siamo presidiati, non abbiamo personale amministrativo né infermieristico, chi li assume lo fa a sue spese e questo non va bene. La Regione ha un budget per i collaboratori di studio molto limitato. Personalmente sto assumendo una infermiera, ma lo sto facendo a mie spese, non rientro nelle disponibilità della Regione e questa è una grossa criticità.

Come si può rimediare?

Sarebbe necessario far uscire l’ospedale sul territorio piuttosto che mandare in ospedale la gente. Abbiamo bisogno di medici e infermieri che vengano sul posto ad aiutarci.

Questo virus inaspettato ha cambiato completamente la nostra vita. Come professionista della sanità, che esperienza ne ha tratto?

È una evenienza totalmente nuova, il virus è arrivato in modo naturale, secondo me, sta tentando di adattarsi a noi come noi di adattarci a lui. Sono cose che in natura succedono. L’unica cosa che possiamo fare è una sorta di Mose, una diga come quella di Venezia, anche se dal Mose passa l’acqua e il virus continuerà a passare. Ci vorranno tre o quattro ondate prima che tutta la popolazione sviluppi una sorta di immunità. Dopo questa ne verrà una nuova fino a quando quasi tutta la popolazione mondiale verrà a contatto con il virus. L’organizzazione sanitaria deve migliorare per ridurre la mortalità, ma non potrà azzerarla. E non sappiamo quanti anni ci vorranno per arrivarci.

(Paolo Vites)

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