IL MEDICO DI BASE/ “Pronto soccorso intasato? Ho imparato che è meglio curare a casa”

- int. Laura Mazzetti

Tamponi, visite, vaccino antinfluenzale, pronto soccorso: un medico di base a Milano alle prese con la nuova ondata di Covid-19 racconta la sua esperienza e il suo lavoro

Terapia intensiva Covid
Terapia intensiva Covid (LaPresse)

Durante la cosiddetta prima ondata del Covid, quella di marzo-aprile, molto pesanti erano state le polemiche per la mancanza, in Lombardia, di una “sanità territoriale” ben presente invece in Veneto, dove le vittime furono molto meno. La Lombardia, si era detto, è una regione ospedalocentrica, che ha trascurato troppo il classico medico di famiglia. Vero, ma è altrettanto vero che tanti sono stati e sono ancora i medici di base impegnati a seguire i pazienti a domicilio, accollandosi un compito in più, faticoso ed estenuante, ma che ha salvato molte vite. Una di questi è la dottoressa Laura Mazzetti, il cui studio è nel quartiere popolare del Corvetto a Milano: “C’è oggi un nuovo approccio alla territorialità, grazie a strutture avviate faticosamente a marzo-aprile, e oggi operanti a pieno regime, che ci sostengono in questo. Purtroppo molti medici di base non ce la fanno a seguire i tanti pazienti e li mandano direttamente in pronto soccorso, o i pazienti stessi vi si recano senza consultare il proprio medico intasando le strutture”. Adesso ai medici di base viene chiesto di occuparsi anche dei tamponi: “Non è assolutamente una cosa facile, sicuramente comoda per i pazienti, ma difficile per noi, che non disponiamo di spazi adeguati e abbiamo una mole di lavoro enorme in questo periodo in cui partono le vaccinazioni per l’influenza stagionale”.

Si sta parlando di affidare anche a voi medici di base il test del tampone per snellire la situazione, che ne pensate?

Al momento abbiamo solo letto sui giornali la notizia, l’Ats ancora non ci ha proposto nulla.

Ma pensate di essere in grado di occuparvene o ci sono delle criticità?

Ci sono diversi pro e contro. A favore, c’è l’immediatezza e la rapidità del risultato che in questo momento, vista la grandissima crescita di casi, è importante. Se ai primi di ottobre bastavano due giorni di attesa per fare un tampone, adesso siamo a due settimane. C’è anche un grave ritardo nella consegna dei risultati. Questa soluzione accorcerebbe i tempi di diagnosi, un vantaggio per il paziente e il contenimento dei tempi di isolamento e la diffusione del virus.

Il contro?

I problemi a fare il test in ambulatorio. In primis, gli spazi, soprattutto a Milano, dove gli ambulatori sono molto piccoli. Per fare un tampone ci vuole spazio adeguato e sanificazioni continue. Il secondo problema è legato al tempo. Questo è già un periodo intenso per noi, abbiamo da occuparci dei casi di Covid che crescono e iniziamo in questi giorni le vaccinazioni antinfluenzali, personalmente ne ho da fare 400 in un mese e mezzo, è un aggravio del carico di lavoro. Bisogna capire come fronteggiare questo carico in più, domande a cui bisogna dare una risposta.

A marzo-aprile ci si lamentava della mancanza di medici del territorio, della sanità territoriale, oggi si dice che è meglio curare i pazienti a casa. Che ne pensa?

Sono d’accordo, ne ho curati tantissimi a casa e soprattutto in questa seconda ondata, dove mediamente l’intensità della malattia pare essere meno grave, anche se rimangono tanti dubbi.

Quali?

Per quella che era l’organizzazione a marzo-aprile, quando i tamponi erano molti meno, è stato possibile identificare solo i casi fortemente sintomatici, ma chi lo sa quanti erano gli asintomatici. Adesso si possono testare più persone, emergono tanti asintomatici, la malattia sembra avere caratteristiche di minore gravità, però vediamo che i ricoveri ospedalieri rimangono alti.

Come si è svolto il suo lavoro?

Ho curato già nella prima fase tante persone a domicilio che non avevano caratteristiche di ricovero e l’ho fatto con un monitoraggio stretto della situazione del paziente, facendo visite a domicilio, con un monitoraggio telefonico quotidiano con il paziente per stabilire insieme fino a quando poteva stare in casa o se necessitava del ricovero ospedaliero. Ci sono anche dei servizi territoriali come le Usca, le Unità speciali di continuità assistenziali, e l’Adi, l’assistenza domiciliare integrata, che mi hanno sostenuto. Allora non funzionavano granché, adesso vanno molto meglio. Naturalmente ci vuole la disponibilità del medico a dedicare tanto tempo a seguire i pazienti.

I pronto soccorso risultano intasati, come mai succede questo?

Purtroppo molti pazienti si presentano in maniera impropria, perché hanno paura, pensano che presentarsi sia la soluzione più veloce senza neppure contattare il medico di base. Ci sono anche molti medici che fanno fatica a gestire queste situazioni, per cui spesso li mandano in pronto soccorso, ma bisogna ricordare che l’accesso ha dei criteri ben definiti.

In sostanza, per l’esperienza che sta facendo, come giudica oggi il virus?

Bisogna stare attenti. Non bisogna dire che il Covid è meno grave. La gravità va valutata nei ricoveri e nei decessi, sono dati che sa chi lavora in ospedale. La minor gravità può essere falsata dal fatto che facciamo più test diagnostici. Non abbiamo la più pallida idea di quanti fossero i casi asintomatici di aprile. Posso dire che rispetto a marzo-aprile ho mandato per adesso in ospedale una persona, allora almeno dieci.

(Paolo Vites)

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