FINANZA/ Euro e debito: all’Italia conviene seguire Argentina e Islanda?

- Paolo Annoni

In questa fase di crisi, in Italia si sente sempre più parlare dell’opportunità di uscire dall’euro o di non rimborsare il debito pubblico. Il commento di PAOLO ANNONI

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Foto Ansa

Dopo lo spread di cui ormai, purtroppo, si parla ogni giorno senza esclusioni, il “nuovo” tema che, anche in questo caso purtroppo, ci accompagnerà per i prossimi mesi è il destino dell’euro. Il vertice europeo della scorsa settimana non sembra affatto aver posto la parola fine né alle discussioni sul futuro della moneta unica, né alle speculazioni del mercato. È il tempo che passa però senza che la situazione migliori ad avvicinare inesorabilmente il momento in cui si dovrà per forza di cose scegliere cosa fare, perché tenere per mesi un Paese come l’Italia con uno spread a questi livelli e in una situazione già di credit crunch non ha molte conseguenze possibili. Al momento del dunque i tedeschi decideranno per tutti e, non è il tema di questo articolo, molti indizi fanno pensare che in Germania i conti su cosa convenga fare siano già partiti da tempo e che la tentazione di levarsi dai problemi, sorbirsi due o tre anni di crisi forti di un sistema industriale eccellente e poi farsi trovare pronti senza fardelli quando si affaccerà la crescita, sia ancora molto forte.

Da questa parte delle Alpi, invece, si cominciano a sentire strani discorsi riguardo la convenienza assoluta dell’Italia di uscire dall’euro e magari, per i più “duri e puri”, persino l’opportunità di non pagare i debiti. Al riguardo bisognerebbe tenere in considerazione una serie di elementi.

1) È già molto difficile fare previsioni e stime in uno scenario “normale” dove le variabili in gioco sono conosciute e il futuro prossimo è una sorta di evoluzione o proiezione del presente. Chiunque oggi venda certezze su ciò che avrebbe di fronte l’Italia una volta finito l’euro merita di essere ascoltato con molto scetticismo. Ci si troverebbe di fronte a un evento senza quasi precedenti, probabilmente preceduto da confusione e crisi e a una situazione di “rottura” dove diventa sostanzialmente impossibile capire con una buona approssimazione quello che succederà. Già solo questo aspetto, per ovvi motivi, bloccherebbe qualsiasi progetto di investimento estero in Italia, come già accade ora con i dubbi che avvolgono la permanenza nell’euro, e probabilmente anche qualsiasi progetto locale. Si tratterebbe di una sorta di salto nel buio che, se possibile, sarebbe meglio evitare, perché mancherebbe qualunque certezza ragionevole sul “punto di atterraggio”.

2) Sempre tenendo a mente la premessa precedente e le relative cautele, ci sono diversi scenari probabili a cui si andrebbe incontro. Ipotizzare che l’uscita dall’euro avvenga in modo ordinato e “pulito” non sembra molto percorribile. Vi ricordate le file agli sportelli di Northern Rock, ancora prima del fallimento di Lehman Brothers? Probabilmente la prima flebile notizia sparata nell’edizione delle otto del telegiornale scatenerebbe la corsa allo sportello, l’apertura di conti in valuta straniera (quelli che in Argentina sono stati poi convertiti forzosamente a un tasso predefinito), code chilometriche verso Lugano, ecc. Non resterebbe pietra su pietra del sistema finanziario così come lo conosciamo e il tutto porterebbe in tempi brevissimi a una situazione eccezionalmente grave. In pratica, la domanda vera è in che situazione l’Italia arriverebbe all’uscita dall’euro. Una domanda molto importante, soprattutto per quanti teorizzano la riscossa del sistema produttivo italiano con la lira svalutata. Tutto vero, tutto giusto, se la situazione di partenza fosse quella di adesso, ma come si vede non è un’ipotesi realistica.

3) A proposito di crescita economica, è vero che l’Italia probabilmente non è l’Argentia, nel senso che è più ricca e con un sistema industriale più competitvo, ma l’Argentina per recuperare il Pil pre-crisi ci ha messo sei lunghissimi anni. Accettiamo qualsiasi obiezione sul paragone e sull’esempio, ma ne facciamo lo stesso un altro. La disoccupazione in Islanda dopo il default è più che triplicata; non serve essere dei macroeconomisti per capire che non è esattamente un segnale di crescita.

4) Si dice giustamente che uno degli elementi di forza dell’Italia è il risparmio dei suoi cittadini. La domanda in questo caso è cosa sarebbe di questi risparmi in un’ipotesi di uscita dall’euro. In primo luogo, evidentemente diventerebbero lire svalutate con le inevitabili conseguenze sulle settimane a Sharm el Sheik o sui natali a Miami, poi si passerebbe da un contesto di bassa inflazione a uno probabilmente di iperinflazione che metterebbe in serio pericolo il valore reale dei risparmi di chi non ha trovato scappatoie per metterli al riparo in modo efficace, e cioè la stragrande maggioranza delle persone.

5) In questi mesi è diventato sempre più evidente il valore di un bene non quantificabile, senza prezzo e immateriale come la credibilità. Anche in questo caso non occorre essere fini sociologi o psicologi per realizzare che uscire dall’euro per incapacità diplomatica o economica o addirittura per non pagare i propri debiti avrebbe un impatto devastante sulla credibilità internazionale dell’Italia. La credibilità è un biglietto da visita molto prezioso quando si devono ottenere prestiti, quando bisogna ottenere contratti in giro per il mondo o quando si deve trattare.

Dato che il dibattito “iniziato” con la fine del vertice europeo continuerà ancora per settimane o mesi , dato che i mercati continueranno a reagire in modo estremamente nervoso al flusso di notizie e dato, infine, che il governo attuale deve fare ancora la parte più importante del lavoro, tutte le volte che si metterà in discussione l’opportunità di rimanere nell’euro sarà meglio avere presente quanto meno le controindicazioni.

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