UNICREDIT/ Lo scorporo che fa “sognare” l’Italia

- Paolo Annoni

Anche il Presidente, Giuseppe Vita, sembra voler uno scorporo dell’attività italiana di Unicredit. PAOLO ANNONI ci spiega quali potrebbero essere le valide ragioni per questa mossa

unicredit_orologioR439
Infophoto

Lunedì il mercato ha scoperto che anche il presidente di Unicredit desidera scorporare l’attività italiana del gruppo. Secondo Giuseppe Vita, “così come c’è un’Unicredit tedesca, una per la Polonia, una per l’Austria e una per tutti i paesi in cui il gruppo è presente ce ne vorrebbe una anche in Italia”. La ragione per lo scorporo sarebbe di natura economica dato che, puntualizza il manager di Unicredit, “oggi esiste un ibrido, cioè una holding che deve badare a tutte le varie partecipate europee”. Tra il desiderio del Presidente e i fatti ci sarebbero difficoltà burocratiche e costi fiscali probabilmente quantificabili in qualche centinaia di milioni di euro; per cui il progetto seppur valido sarebbe rimandato a miglior data.

Il tema del futuro di Unicredit, come comprensibile, è piuttosto complicato e tocca diversi aspetti e problemi in cui è molto facile perdersi. Intanto, il problema dello scorporo esiste perché Unicredit, a seguito soprattutto della fusione con la tedesca Hvb (correva l’anno 2005), è diventata una banca di rilevanza continentale e di gran lunga l’italiana con la maggiore presenza sui mercati esteri: Germania ed Est Europa in particolare.

Il 2005 si colloca, però, dal punto di vista finanziario, in un’era geologica precedente a quella attuale e in particolare tre anni prima del fallimento di Lehman Brothers (autunno 2008), quando la crisi dei debiti sovrani di cui sentiamo parlare da anni non era neanche lontanamente contemplabile. Già all’epoca, si narra, il sistema finanziario tedesco non era particolarmente entusiasta dell’operazione, ma la banca bavarese non aveva brillato per redditività e risultati e la banca guidata da Profumo era arrivata dove probabilmente altri avevano rinunciato. In questi anni il contesto in cui opera Unicredit è cambiato radicalmente almeno in due fattori principali.

Il primo è che l’Italia è in una situazione economica e finanziaria di estrema sofferenza e molto diversa da quella che vivono i due altri principali mercati di Unicredit, Germania e Polonia. Nel secondo trimestre il costo del rischio di Unicredit in Italia è stato il quadruplo di quello tedesco e il doppio di quello di Polonia ed Est Europa; il margine operativo netto è stato negativo in Italia, di poco positivo in Germania e molto positivo in Polonia. Al di là dei numeri, la performance dei tre mercati non ha fatto altro che riflettere condizioni economiche come mai diverse.

La situazione diventa ancora più chiara se si pensa che fino a tre mesi fa lo spread Btp-Bund viaggiava abbondantemente sopra i 500 punti e che a oggi nessuno può escludere con certezza un‘evoluzione negativa della crisi finanziaria. La diversificazione geografica non sollevava particolari problemi quando tutto andava, più o meno, bene: oggi invece desta più di una perplessità sia tra gli investitori esteri di mercato “puri”, sia probabilmente tra quelli di “sistema”, nel senso di altri “sistema Paese”.

Il secondo è che, complici fusioni prima e aumenti di capitale poi, l’azionariato di Unicredit è cambiato negli ultimi anni in modo sostanziale. La presenza dei soci esteri è cresciuta a discapito di quella storica delle fondazioni; a fine 2008 tra i soci con quote superiori al 2%, le tre principali fondazioni italiane socie di Unicredit detenevano insieme circa il 12% del capitale, accompagnate dai libici (4,6%), da Allianz (2,4%) e dai fondi di Barclays (2%). Oggi le tre fondazioni (Crt, Verona e Carimonte) detengono poco più del 10%, accompagnate però da Del Vecchio (2%), Pamplona Capital Managament (5%), gli arabi di Aabar (6,5%), BlackRock (3,1%), i libici (4,6%), Allianz (2%) e infine Capital Research and Managament al 2,7%. È chiaro che il controllo dei soci italiani del gruppo debba oggi essere molto più “condiviso” di quanto lo fosse quattro anni fa e che, per quanto investitori sicuramente di lungo periodo, la presa sul gruppo sia minore.

Lo scorporo dell’attività italiana, oltre a esigenze di natura prettamente organizzativa, può rispondere anche a esigenze di governance in cui si opti per una sorta di “Italia agli italiani” per quello che rimane pur sempre il secondo gruppo bancario italiano dopo Intesa Sanpaolo. È poi evidente che qualsiasi operazione che preveda una separazione tra Italia e resto del gruppo anche come società quotate possa essere più facile da realizzare se il perimetro delle attività italiane fosse già definito e coincidente con una società autonoma; un’operazione che nell’attuale contesto appare non escludibile a priori.

Il modello di banca internazionale non è di certo finito sempre e comunque; i casi sono molteplici: dalla presenza internazionale delle banche spagnole, fino a quella massiccia dei francesi nel sistema bancario italiano (Bnl e Cariparma). In entrambi i casi, però, il controllo del gruppo è stabile e non è in discussione. Il contesto finanziario-economico attuale aiuta e facilita i cambi di controllo e di proprietà, come dimostrano sul mercato nostrano i casi di Parmalat, Impregilo e i rumours che interessano almeno un’altra manciata di società quotate dei settori più disparati.

Il settore finanziario italiano da questo punto di vista ha vissuto negli ultimi anni una stagione tutto sommato tranquilla. Quanto possa durare questo periodo di calma, invece, è un altro discorso e in Unicredit dopotutto convivono un’anima tedesca, una italiana e recentemente anche una, diciamo, di finanza internazionale. Qualche colpo di scena vista la cronaca degli ultimi mesi è una possibilità reale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori