FINANZA/ Così gli Usa si preparano a “fare a pezzi” l’Europa

- Paolo Annoni

Ieri all’Economic Club of New York, il Presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha tenuto un discorso molto atteso dai mercati finanziari. Ce ne parla PAOLO ANNONI

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Ben Bernanke (Infophoto)

Il discorso più atteso dai mercati finanziari, almeno per questa settimana, è stato tenuto ieri all’Economic Club of New York, dal presidente della Fed, Ben Bernanke. Le sue parole vertevano sulla non secondaria questione della ripresa economica negli Stati Uniti e sulle sfide che aspettano l’economia americana nei prossimi mesi. Il discorso riguarda molto da vicino anche i destini economici nostrani per diversi motivi. Il primo e più banale deriva dall’importanza economica e finanziaria del sistema economico americano; gli altri due si possono scorgere senza troppe difficoltà nelle righe del discorso di Bernanke alla voce “minacce” per la ripresa americana.

Una minaccia seria per Bernanke è un peggioramento dei mercati finanziari che deteriori l’accesso ai finanziamenti sia in termini di quantità che di costo. In quanto presidente della Fed, Bernanke si prende il merito del sostenziale miglioramento delle condizioni di finanziamento avvenuto dall’inizio della crisi, ma si permette di segnalare uno dei principali rischi attuali: la situazione fiscale e finanziaria dell’Europa. Sia lo stress economico nell’economie europee, sia l’incertezza su come i problemi verranno affrontati aumentano i rischi per le istituzioni finanziarie americane (e non solo aggiungiamo noi).

Tra i vari passi visti positivamente dall’altra parte dell’oceano è ovviamente citato, in particolare, l’intervento della Bce di Mario Draghi e le iniziative verso una maggiore unione fiscale e bancaria, ma “l’ulteriore miglioramenteo nelle condizioni finanziarie globali dipenderà da in quale misura i politici europei daranno seguito a queste iniziative”. L’elemento di rischio è sottolineato senza troppe possibilità di equivoco e la domanda su quello che accadrà in Europa nei prossimi mesi rimane in sospeso segnalando più di qualche preoccupazione.

L’ultima minaccia all’economia americana è la politica fiscale del governo. Non occorre specificare che sempre da questa parte delle Alpi si può trovare un’ampia letteratura di esempi pratici su come la politica fiscale possa migliorare o peggiorare la già fragile ripresa economica. Nel caso americano Bernanke si riferisce all’ormai mitico “fiscal cliff” e ai suoi effetti sull’economia.

Dall’inizio del 2013 sono previsti una serie di strette fiscali per abbassare il deficit pubblico americano che viaggia all’inquetante percentuale del 7% (non l’unico dato allarmante dell’economia americana per essere precisi). Queste strette fiscali, però, rappresentano “una minaccia sostanziale per la ripresa” e il Congresso deve trovare un modo per proteggere l’economia dall’inasprimento fiscale previsto dalla legge americana (la nostra finanziaria) per il 2013: “Uno schock fiscale di questa portata rimanderebbe l’economia in recessione”. Non solo, il Congresso americano dovrà, sempre secondo Bernanke, approvare un incremento del livello di debito statale e dovrà farlo senza quei temporeggiamenti e incertezze che nell’estate 2011 hanno scosso i mercati di mezzo mondo.

Il Congresso americano avrà l’arduo compito di conciliare due obiettivi: il primo è quello di rimettere i conti statali su un sentiero sostenibile, il secondo di non aggravare la situazione economica; il tutto senza allungare troppo i tempi decisionali per diminuire al massimo l’incertezza che peserebbe su mercati, decisioni di acquisto e investimento. Bernanke chiude l’analisi con un avvertimento: la Fed ha fatto molto e continuerà a fare molto, ma non può essere la panacea di tutti i mali e sia l’Europa che il Congresso americano, con il fiscal cliff, devono fare la loro parte.

Allo stato attuale è decisamente presto per capire come il Congresso americano deciderà di affrontare i propri problemi, ma tutto fa ritenere che l’importanza di preservare la ripresa economica sia chiara e che siano evidenti le conseguenze che alcune strette fiscali, importanti e intempestive, possono avere. A questo riguardo il diverso ottimismo dei mercati sulle due aree del pianeta è evidente in un numero elevato di indicatori, mentre è altrettanto chiaro che in Italia, per forza o per scelta, la strada della riduzione del deficit sia stata intrapresa in fretta e furia senza troppe riflessioni e che ora ci si debba porre il problema se sia stata proprio la scelta migliore tra quelle possibili.

L’altro fatto ormai evidente è che quello che verrà deciso nei prossimi mesi dall’altra parte dell’oceano sarà un termine di paragone ineliminabile per l’Europa nei confronti del mercato e, perché no, dei cittadini. Se gli Stati Uniti scegliessero di rinviare il fiscal cliff e decidessero di trovare qualsiasi modo pur di salvaguardare la crescita e questa scelta dimostrasse di funzionare, il termine di paragone magari di fronte a un’economia europea in ulteriore peggioramento e con il contagio diffuso a parti sempre più importanti del vecchio continente diventerebbe un macigno dalle conseguenze imponderabili. Ma la questione è ancora più “radicale”.

Se gli Stati Uniti con il loro deficit impazzito sopravvivessero per qualche anno dignitosamente mentre l’Europa si sfasciasse sotto il peso della recessione, capire chi aveva la ricetta di medio-lungo termine migliore diventerebbe un esercizio molto poco utile. Se il tuo concorrente vende beni sottocosto per due anni, sicuramente strategia poco sostenibile, ma intanto tu fallisci la consolazione è davvero magra, tanto più che non siamo nell’ambito dei dogmi di fede e, per ora, avere più debito con l’economia che regge sta funzionando. Ogni riferimento a persone e luoghi è voluto. 

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