MANOVRE/ Quei nuovi “soci” stranieri che minacciano le banche italiane

- Paolo Annoni

Sembra scampato il pericolo per le banche popolari quotate, ma in generale gli istituti di credito italiani sembrano al centro di appetiti stranieri. L’analisi di PAOLO ANNONI

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Il primo effetto della proposta di eliminazione del voto capitario per le banche popolari quotate contenuta in un emendamento al decreto sulle liberalizzazioni presentato lunedì è già arrivato. Ieri in borsa le banche popolari hanno sovraperformato le non popolari (Monte Paschi escluso) in modo piuttosto evidente. I mercati a volte sono incredibilmente prevedibili. Trasformare una banca non contendibile in una public company senza azionista di riferimento ha una sola conclusione possibile anche in un periodo travagliato e incerto come l’attuale. L’emendamento è stato ritirato ieri in attesa che si discuta una riforma strutturale delle popolari; intanto, prima ancora di qualsiasi analisi, si può rilevare che aver presentato un emendamento di questo tipo a borsa aperta nel mare magnum del decreto liberalizzazioni non sia stato il massimo della “opportunità finanziaria”. Viene poi persino il dubbio, sicuramente del tutto ingiustificato, che in questo modo si sarebbe evitata una discussione approfondita sugli effetti di una rivoluzione che coinvolgerebbe banche quotate per miliardi di euro di capitalizzazione e una quota considerevole del mercato bancario italiano.

La discussione presumibilmente dovrebbe riguardare i benefici che si creerebbero, e per chi, con la fine delle banche popolari quotate. Il compito non sembra facilissimo con davanti i risultati che la finanza di serie A ha consegnato negli ultimi quattro anni. Bisognerebbe in sostanza dimostrare i benefici per il sistema economico, imprese e famiglie inclusi, e per gli azionisti. A prima vista sembra un’impresa davvero ardua dimostrare che il modello unico della banca “public company” quotata, internazionale, senza azionisti di controllo e soggetta solo alle regole dei mercati e degli investitori finanziari sia vincente sempre e comunque; a meno che si faccia un’opera di revisione storica degna della peggior damnatio memoriae.

Persino il Financial Times, che in questi giorni sembra particolarmente interessato alle vicende bancarie italiane, evita certe prese di posizione nette, dimostrando quanto meno un certo senso del pudore. D’altronde quando i campioni della finanza di mercato, magari con una bella tripla A, scompaiono in qualche mese, o in qualche giorno, mentre le noiose banche italiane, prive di “servizi a valore aggiunto” e senza un ritorno sul capitale (Roe) adeguato rimangono vive e vegete un certo pudore diventa inevitabile.

Alla “preoccupazione” sugli eventuali benefici, si aggiunge quella sui nuovi assetti di controllo che inevitabilmente si creerebbero dopo una norma di questo tipo; una preoccupazione che sarebbe più che giustificata in un contesto di restringimento del credito e in una fase in cui momenti prolungati di panico dei mercati possono offrire occasioni di guadagno imperdibili che non sempre coincidono con gli interessi di medio-lungo termine degli azionisti e dei clienti.

Diversi indizi fanno ritenere poi che il sistema bancario italiano e il suo riassetto sia ritornato di moda al di fuori dei patri confini. Se il Financial Times alla vigilia di un eurogruppo piuttosto delicato e con il petrolio ai massimi per le tensioni in medio-oriente dedica una paginata a Mps, simbolo dell’Italia al bivio tra conservazione e cambiamento (dove il cambiamento è aprire a investitori più adatti ad aiutare la banca a uscire dalla crisi), allora qualcosa si muove per davvero. Il 19 gennaio il mitico quotidiano inglese evocava lo spettro della nazionalizzazione per Mps col titolo a 21 centesimi e poco più di un mese dopo sponsorizzava, nemmeno troppo velatamente, un’operazione di ampio respiro e di vero cambiamento (magari internazionale) col titolo a quasi 40 centesimi. Ognuno faccia il conto di cosa sia successo nell’ultimo mese al fortunato compratore di una banca italiana che sembrava in procinto di essere nazionalizzata.

Un contesto di volatilià estrema in cui si mettono in discussione alcune variabili di una certa importanza come la rottura dell’euro o il fallimento dell’Italia e in cui il mercato fatica, per usare un eufemismo, ancora più del solito a trovare un valore non aiuta a considerare le prospettive di lungo termine o le conseguenze di certe idee apparentemente geniali. Mettersi a fare i conti oggi sui ritorni di un investimento in una banca non è un esercizio legato alle assunzioni sui prossimi due, tre o quattro trimestri con lo spread che in due settimane scende o sale di più di 100 punti.

Chi compra oggi in paesi periferici o ha bisogno di investire in asset reali, senza troppe attenzioni al prezzo, soldi “facili” e senza dover rendere conto ad azionisti di eventuali scivoloni oppure prende in considerazione valutazioni di medio lungo periodo credendo di fare un affare dove il mercato pecca di eccessiva miopia. Questi presumibilmente sarebbero i candidati nuovi azionisti delle banche ex-popolari di domani.

Sulla prima tipologia un po’ di scetticismo sembra inevitabile; sulla seconda è chiara l’ottica dell’investimento, ma non l’obiettivo finale. Sui soci delle popolari di oggi, pur con tutti i miglioramenti possibili e necessari, è chiara sia l’ottica che l’obiettivo finale di creazione di valore non esclusivamente finanziario. Decisamente non sembra un’anomalia malsana di cui liberarsi presto e senza pensarci su troppo, soprattutto nel contesto attuale.

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