FINANZA/ E se con Bondi l’Italia finisse come Parmalat?

- Paolo Annoni

Secondo PAOLO ANNONI, le esigenze di bilancio immediate rischiano di rendere miopi rispetto alla ben più necessaria salvaguardia del futuro del nostro sistema di imprese

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Enrico Bondi e Mario Monti (Infophoto)

Lunedì Enrico Bondi è stato nominato dal governo commissario ai tagli di spesa in una manovra che ha visto Francesco Giavazzi e Giuliano Amato diventare rispettivamente consigliere per le agevolazioni alle imprese e consigliere per la riforma del finanziamento ai partiti. Qualsiasi cosa ci riservi il futuro, di certo l’esecutivo non potrà essere accusato di incoerenza; di fronte a una situazione che rimane abbastanza complicata, indipendentemente da quanto fatto finora, con lo spread a 400, il governo dei tecnici ha risposto con una nuova iniezioni di “tecnici”. Proprio la nomina di Bondi e il suo recente passato professionale da commissario e amministratore di Parmalat aiuta a capire quali siano i termini del problema nel contesto attuale.

Che la situazione sia ancora difficile è testimoniato da una serie piuttosto lunga di dati macroeconomici in calo, dall’Europa agli Stati Uniti passando per la Cina, e da condizioni di rifinanziamento per gli Stati periferici ancora critiche che un nuovo scivolone delle borse potrebbe far diventare di nuovo da allarme rosso. La situazione però cambia velocemente: se fino a qualche mese fa era molto facile distinguere tra Stati “buoni” e “cattivi”, oggi, anche dopo le ben note vicende olandesi, le distinizioni sono sempre meno nette. Che i problemi non siano semplici si può desumere anche dal fatto che la correlazione tra livello del debito di un Paese, deficit e costo di rifinanziamento non sia spesso immediata; altrimenti non sarebbero spiegabili le differenze tra Giappone, Stati Uniti, Germania e all’interno dell’Unione europea.

La domanda che forse ci si fa troppo poco spesso è cosa si venda e cosa si pretenda che un investitore compri nel caso di un’obbligazione statale a 10 anni che verrà restituita, se emessa oggi, nel 2022. Di certo non è un problema di Pil trimestrale o di deficit del 2012; in un caso di questo tipo la scommessa di un investitore è che tra dieci anni uno Stato esista ancora e sia abbastanza in buona salute per onorare gli impegni.

Torniamo per un attimo a una vicenda industriale che si è conclusa da non troppo in Italia. Parmalat era una società industriale finita sull’orlo del fallimento per una gestione finanziaria spericolata. È stato chiamato un commissario, Enrico Bondi, che l’ha risanata, ha fatto in modo che le banche coinvolte nella gestione precedente pagassero i soldi dovuti e l’ha riportata in una situazione sana con un miliardo di euro di cassa. La società è rimasta quotata, sono state pubblicate trimestrali, presentazioni, si sono tenute conference call come conviene a una società quotata trasparente e aperta al mercato. 

Poi è arrivata una società francese, non quotata, poco conosciuta e conoscibile agli investitori che ha lanciato un’opa, finanziata principalmente da banche francesi, ottenedo il controllo della società con una partecipazione superiore all’80%. In questo modo il “sistema Italia” ha perso una società che presidiava un settore chiave per il made in Italy e che con il suo miliardo di euro di cassa poteva diventare un polo di aggregazione per altre realtà nazionali e internazionali.

Rimanendo per un attimo sull’esempio, oggi ci si pone il problema se quella cassa verrà utilizzata per pagare i debiti di Lactalis con un maxi dividendo oppure magari per comprare dalla stessa Lactalis parte del suo gruppo. Lactalis aveva un’idea e una strategia che con ogni probabilità è organica allo sviluppo di un’intera filiera, francese, e al sistema economico, francese; se ci sia un interesse del sistema Italia, che pure è una delle principali vittime del fallimento di Parmalat, è un dubbio più che lecito. Il miliardo di euro di cassa è rimasto inutilizzato per troppi mesi senza una strategia chiara. Posto che tagliare gli sprechi, ridurre i costi, dove possibile, è sempre un bene ed è necessario, se non si ha una strategia e se averla non è prioritario difficilmente si è vincenti nel lungo termine.

La situazione attuale è complessa; in Europa il presidente dell’eurogruppo si dimette perché stanco delle ingerenze franco-tedesche, mentre in due Stati chiave dell’unione l’Olanda e la Francia, con la possibile vittoria di Hollande, si contestano i vincoli imposti dall’Europa. In un contesto di questo tipo, così volatile e insolito, concentrarsi sulla “spending review”, i tagli e al limite qualche infrastruttura può bastare per convincere un investitore a concedere all’Italia un prestito che si vedrà restituire tra dieci anni? In questa ottica occorre chiedersi se sia meglio difendere il deficit del 2012 o il sistema delle imprese che ci sarà nel 2022; se per ottenere il primo obiettivo si buca il secondo, la vittoria assume un sapore decisamente amaro. Escludendo fenomeni speculativi si può tranquillamente assumere che anche il mercato in fondo abbia questa ottica.

Il commissario alla spending review va benissimo, così come andrebbe benissimo, per esempio, quello all’abbassamento dei costi energetici, alla semplificazione della burocrazia o al sistema universitario. Evidentemente non si possono risolvere in tre mesi problemi decennali, ma oggi l’Italia e l’Europa, sui mercati, sono giudicate anche per la loro “strategia” e per il loro “piano” avendo da offrire come prova il caso greco.

Qual è l’Italia del 2022 che si vende oggi a un investitore che compra un titolo di stato decennale? La spending review (e l’austerity europea), da sola, sembra un po’ poco in questo contesto e con i concorrenti che stanno fuori e dentro l’Europa.

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