IL CASO/ L’Italia dei tagli e dei sacrifici fa felice solo la Spagna

- Paolo Annoni

L’Italia, con sforzi e sacrifici, sta rimettendo in sesto i suoi conti e contribuendo ad aiutare gli altri paesi europei in difficoltà. Ma a quale prezzo? Prova a spiegarcelo PAOLO ANNONI

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Con lo spread a 470, l’economia in recessione e il mercato molto vicino ai minimi di sempre, l’Italia, secondo il viceministro all’economia Grilli, contribuirà al piano di salvataggio europeo delle banche spagnole per la propria quota parte; ognuno si metta una mano sulla coscienza e poi dica se i mercati non hanno ragione a bastonare qualsiasi cosa sia nelle mani dell’Europa o dell’euro. Per la cronaca, i mercati dopo l’annuncio del piano da 100 miliardi di euro per immettere capitale nelle banche spagnole hanno già espresso la propria sentenza. L’idea di salvare le banche spagnole facendo “prendere il debito” al governo spagnolo che di colpo si trova con il 9% di debito su Pil in più evidentemente non è sembrata a nessuno una soluzione e per arrivare alla conclusione non è occorsa nemmeno una particolare perspicacia economica o finanziaria.

Non occorre nemmeno una spiccata sensibilità politica per accorgersi che dopo il salvataggio “gratis” delle banche spagnole senza impregni precisi e adeguati di rientro dal deficit del governo iberico, i greci potrebbero anche domandarsi perchè a loro sia toccato passare per tre anni di purgatorio tendente all’inferno con i fondi concessi solo a patto di tagli immediati, e con 160 esattori delle tasse tedeschi che si offrivano volontari per andare in Grecia. Se l’obiettivo era consegnare Atene alle forze politiche contrarie al piano di salvataggio europeo l’obiettivo è raggiunto. L’ultima perla di giornata arriva da S&P’s, secondo cui le banche italiane sono a rischio emersione di nuovo credito deteriorato a causa della recessione; davvero? Inaudito.

Diventa infine sempre più chiaro che tra l’avverarsi degli scenari peggiori e la situazione attuale rimane solo un intervento senza precedenti della Bce che possa interrompere il circolo vizioso in atto. Dopo l’Irlanda, il Portogallo, la Grecia e la Spagna il prossimo obiettivo è senza troppo sorprese l’Italia che rimane la terza economia dell’area euro e il primo Paese per dimensioni del debito statale; nessun “mezzo convenzionale” europeo potrebbe essere adeguato a un salvataggio dell’Italia.

A proposito di Italia, presto al centro delle attenzioni finanziarie globali, si notano una serie di stranezze. Ieri intanto lo spread italiano è cresciuto appena dello 0,2%, contro l’aumento dell’1,7% di quello spagnolo e del 2,8% di quello francese, mentre S&P’s dichiarava che le banche italiane non sono in una situazione simile a quella delle banche spagnole per la minore esposizione al mercato immobiliare, la stabilità dei prezzi degli immobili e la raccolta stabile proveniente dalle famiglie. Ma il vero fatto singolare è un altro: l’Italia sarebbe l’unico membro dei Piigs, l’unico Paese “cattivo” che si è imbarcato volontariamente in un commissariamento di fatto, che ha alzato tasse e tagliato pensioni che tenterà di rientrare nei parametri di deficit richiesti dall’Unione europea (c’è ancora in sospeso un ulteriore aumento dell’Iva) senza avere avuto alcun tipo di sconto o di aiuto a parte qualche acquisto di bond della Bce sul mercato secondario, nemmeno in fase di emissione, lo scorso autunno. Niente di nuovo da quando due anni fa i soldi incassati con lo scudo fiscale, il “tesoretto” da 5 miliardi di euro, veniva dirottato, senza passare dal via, per finanziare la prima tranche di aiuti alla Grecia (terzo Paese per aiuti dati dopo Germania e Francia) al posto delle agognate infrastrutture.

Ieri un report di Credit Suisse, che poi arrivava a una conclusione piuttosto sorprendente, rappresentava la situazione in modo abbastanza chiaro. Dei famosi cinque membri dei Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), le proiezioni di crescita sul debito Pil al 2014 segnerebbero per l’Italia un incremento del 3% contro una media del 10% per gli altri Paesi (20% per la Spagna); se nel computo si facesse rientrare anche il deleveraging richiesto per il settore privato, il conto sarebbe ancora più favorevole all’Italia che avrebbe sempre il 3% di incremento contro una media del 25% (38% per la Spagna).

È vero che rimanere nel club dei buoni ha vantaggi politici ed economici e un costo che può valer la pena pagare, ma l’Italia, nonostante le infinite pecche, sembra l’unica che stia veramente provando a pagare il conto senza aiuti. Se si hanno in mente questi dati e si riflette sul peso politico nullo che l’Italia sta esercitando e che le viene riconosciuto in Europa emerge quanto meno una certa contraddizione e sembra che con qualche ragione il nostro Paese possa presentarsi al consesso europeo senza doversi per forza vergognare, soprattutto alla luce delle crescenti difficoltà finanziarie francesi e dei successi sulle trattative spagnole.

Le conclusioni sorprendenti di Credit Suisse sono che a questi livelli il mercato azionario italiano, tra quelli dell’area euro, sarebbe quello più “attraente” perché tra le altre cose lo Stato italiano vanta finanze statali molto migliori di quelle degli altri Piigs (tra cui un avanzo primario che rappresenta una rarità nell’area euro) e perché il calo del mercato sarebbe superiore a quello che l’Italia si “meriterebbe”. Posto che i problemi attuali trascendono di molto il caso italiano, la storia recente testimonia anche una certa incapacità dell’Italia nel far valere le proprie ragioni e un certo accanimento ingiustificato quando lo spread italiano viaggiava a 550 lo scorso autunno in una situazione migliore di quella attuale.

In una situazione in cui tutti si preparano a ogni scenario, compresi quelli in cui si bloccano i prelievi e si valutano ripristini delle frontiere per non far uscire i capitali, l’obiettivo minimo dell’Italia potrebbe essere ragionevolmente quello di salvaguardare sistema finanziario e industriale; bloccare i consumi, i finanziamenti alle imprese e l’economia alzando tasse dove capita in un clima da panico generale senza avere nemmeno la garanzia di rimanere nell’euro, o in quello che ne rimarrà, non sembra una buona soluzione; oltre al danno anche la beffa.

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