FINANZA/ La Spagna “affonda” e il cerchio si stringe per l’Italia

- Paolo Annoni

Ieri il ministro dell’Economia spagnolo ha evidenziato le difficoltà di Madrid nel finanziarsi. Si apre quindi un nuovo capitolo della crisi europea. L’analisi di PAOLO ANNONI

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L’ultima puntata della saga dell’euro è arrivata come da copione dalla Spagna. Ieri mattina il ministro dell’Economia spagnolo ha dichiarato che “la Spagna non ha la porta dei mercati aperta”; la dichiarazione non è sembrata particolarmente rassicurante, per usare un eufemismo, alla vigilia dell’asta di titoli statali spagnoli da 2 miliardi di euro prevista per domani. Le dichiarazioni sono continuate con richieste per promuovere un’unione europea a livello bancario che possa garantire i conti correnti e un aiuto europeo per ricapitalizzare le banche spagnole; in compenso la Spagna è decisamente poco incline a chiedere un salvataggio all’Europa per le conseguenze politiche e di perdita di indipendenza che inevitabilmente comporterebbe.

Pare infatti che Merkel e dintorni sostengano che la Spagna potrebbe inoltrare una richiesta formale di aiuto e poi accettare le condizioni per il salvataggio; le perplessità spagnole, visto il caso greco, non sembrano particolarmente singolari. La borsa italiana, che sarebbe strettamente coinvolta, ha reagito con un anonimo +0,6% a ulteriore conferma che certi scenari sono già stati ampiamente presi in considerazione dagli investitori e almeno in parte già scontati dalle quotazioni.

La teleconferenza svoltasi all’inizio del pomeriggio tra i ministri economici del G7 si è conclusa con impegni per lavorare insieme sui problemi greci e spagnoli; il ritornello degli impegni e dei rimandi a nuovi meeting e consultazioni è ormai vecchissimo e, soprattutto, sembra poco adeguato alla gravità dei problemi. Nel frattempo più il tempo passa, più i problemi dei paesi periferici si aggravano e, soprattutto, più le conseguenze negative si diffondono arrivando a riguardare sempre più da vicino la Germania.

La Germania è suo malgrado coinvolta dal peggioramento dell’area euro sia per le perdite che la Bundesbank subirebbe dopo un’eventuale rottura dell’euro, sia per il crollo delle esportazioni verso i paesi confinanti, sia infine per le perdite che le banche private tedesche subirebbero. Oggi in ogni caso la Spagna si guadagna la prima pagina facendoci solo per un po’ dimenticare che a breve si tengono le elezioni in Grecia, con le incognite sia sulle maggioranze che potrebbero uscire dalle urne, sia sulle possibilità di un nuovo piano di aiuti.

Tornando per un attimo alla Spagna sembra emergere una situazione peggiore di quanto apparisse, almeno “ufficialmente”, fino a qualche mese fa. Oltre ai problemi derivanti dal maggiore costo di rifinanziamento per lo Stato, il Paese è alle prese con un tasso di disoccupazione al 25% e un sistema bancario che probabilmente nasconde altre cattive sorprese con lo scoppio della bolla immobiliare in corso. Se i problemi spagnoli si dovessero per caso riproporre in Italia, con l’impossibilità di rifinanziarsi sui mercati e un ulteriore inasprimento della crisi, il problema dell’euro diventerebbe immediatamente non più rimandabile. Ci si avvicina sempre di più al punto in cui i problemi diventano troppo grossi per essere gestiti e devono invece essere risolti alla radice in un modo o nell’altro.

La Germania probabilmente potrebbe anche salvare l’euro e pagare per tutti se le venisse ceduta una parte della sovranità nazionale a garanzia di futuri ulteriori sbandamenti; sia la Grecia che la Spagna con la reticenza a chiedere formalmente un aiuto all’Europa dimostrano che il processo di perdita dell’indipendenza economica (sempre ammesso che si possa separare da quella politica) non è né facile, né indolore. L’alternativa è sempre la rottura dell’euro.

Le pressioni sulla Germania perché ceda e dia il via libera alla Bce di stampare moneta stanno diventando impressionanti e al coro si è aggiunto recentemente Obama, in campagna elettorale, con toni quanto meno singolari. Obama, tra l’altro, è difficilmente contestabile quando sostiene che la crisi europea influisca negativamente sull’economia americana ma, crisi europea o no, prima o poi anche gli Stati Uniti dovranno trovare soluzioni a un deficit insostenibile nel breve-medio termine e riformare un sistema finanziario che ha dimostrato qualche pecca; immaginiamo che anche negli Stati Uniti i due processi non saranno esattamente facili da digerire e far digerire.

Si potrebbe poi anche ricordare a Obama che tra le molte innegabili colpe europee, non rientrano né il fallimento di Lehman, né la bolla immobiliare americana, né un sistema finanziario ancora oggi malato che pare abbia ancora qualche rappresentante sul suolo americano; anche se, bisogna ammetterlo, grazie alla Fed i finanziamenti alle imprese e alle famiglie negli Usa oggi non sono un problema neanche lontamente paragonabile a quelli europei.

L’ultima considerazione si può spendere per notare che qualsiasi sia lo scenario per l’Italia (ma il discorso si applica anche ad altri paesi), fuori o dentro l’euro, i problemi di competitività e sostenibilità dei conti statali rimangono da affrontare e risolvere anche se la partita che si sta “giocando” sembra sempre più una competizione globale e “politica” tra superpotenze. Cercando di salvaguardare la propria indipendenza economica, imprese incluse, sarebbe meglio cercarsi gli alleati giusti e possibilmente rimanere nel “club” di quelli che non sono falliti e hanno una moneta forte; l’alternativa greca non sembra auspicabile né politicamente, né economicamente. 

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