FIAT/ Monti & Marchionne: lo strano “ticket” che sfida la Germania

- Paolo Annoni

Secondo PAOLO ANNONI, la strada da percorrere affinché Fiat garantisca la sua permanenza in Italia, legata agli aiuti di Stato, dovrà giocarsi sul terreno delle leggi europee

Sergio_marchionne_mario_monti_phixr
Infophoto

Dopo una settimana di polemiche, articoli, richieste, rivendicazioni, opinioni di esperti a vario titolo, la saga Fiat si appresta oggi a vivere una puntata decisiva con il faccia a faccia tra Monti e Marchionne sul destino della presenza industriale in Italia di Fiat. L’incontro è stato preceduto ieri da una dichiarazione dell’amministratore delegato di Fiat piuttosto interessante. L’ad italo-canadese si è detto felice per il fatto che il ministro Passera si sia reso conto dei risultati di Fiat in Brasile; a questo proposito si sente in “dovere” di ricordare al membro del governo quanto fatto dallo Stato brasiliano in termini di finanziamenti e benefici fiscali per la costruzione del nuovo impianto di Pernambuco evidenziando infine che l’ultimo sforzo simile fatto dall’Italia risale agli anni Novanta per lo stabilimento di Melfi.

Marchionne ha dato prova di essere decisamente temibile per chiunque se lo ritrovi di fronte al tavolo delle trattative e di certo non si può pensare che il comunicato stampa sia frutto di un colpo di testa e non sia invece un pezzo, ponderato, della strategia con cui Marchionne sta lucidissimamente portando avanti la sua campagna d’Italia ormai da diversi anni. Confessiamo però, a questo punto, un attimo di smarrimento. L’inizio della settimana si è aperto con una rivendicazione di autonomia da parte di Fiat. alla luce anche delle sottolineature che in questi mesi il gruppo ha fatto in merito alla mancanza di aiuti dallo Stato italiano. La “strategia difensiva” che veniva portata avanti era più o meno questo: l’Italia è un mercato dove si vende male e si produce peggio e negli ultimi anni non abbiamo chiesto né ricevuto un euro dallo Stato per cui ci sentiamo liberi di portare avanti i progetti industriali in piena autonomia.

Alla vigilia dell’incontro clou però le cose sembrano cambiare ed è veramente difficile, se non impossibile, non intravedere i prodromi di qualche richiesta da parte di Fiat nella dichiarazione di ieri. Anzi, il tutto potrebbe rientrare perfettamente in uno schema per cui all’inizio si parte con le “minacce”, pure molto credibili e ragionevoli, che aprono la strada alla parte negoziale. In questo momento la palla passa a Monti che deve provare a convincere Fiat a rimanere. Siccome con le “cattive” è impossibile allora rimangono le “buone”.

Le richieste di maggiore flessibilità sui contratti sono note, i problemi che le imprese industriali hanno in Italia anche. Il comunicato stampa di Fiat si chiude però con un riferimento ben preciso: “Sappiamo bene che, considerando l’attuale quadro normativo europeo, simili condizioni di finanziamento non siano ottenibili nell’ambito dell’Unione Europea”.  In pratica se anche lo stato italiano volesse e potesse sfidare il Brasile sul suo stesso terreno non potrebbe a causa dell’appartenenza all’Unione Europea; un bel problema considerato che sia il governo americano, che quello brasiliano, che quello serbo hanno attratto Fiat con tangibilissimi incentivi economici.

La richiesta potrebbe essere, sempre ammesso che lo Stato italiano voglia assecondarla e mantenere Fiat in Italia, quella di spostare il dibattito in sede europea o ottenendo la possibilità di aiutare comunque Fiat e il settore auto o facendosi portavoce della richiesta di riduzione concordata della capacità produttiva a cui i tedeschi, giustissimamente dal loro punto di vista, si oppongono. In ogni caso il nuovo tavolo da gioco verte su quanto lo stato italiano voglia e possa fare per trattenere una Fiat in un mondo dove gli Stati competono “offrendo” il proprio mercato più o meno in salute e condizioni vantaggiose per produrre. Che lo Stato italiano possa migliorare le condizioni delle imprese è ovvio così come è pacifico che qualcosa si possa fare sul lato dei contratti aziendali. È meno chiaro cosa Marchionne abbia in mente in termini di richieste dedicate ma le due ipotesi appena menzionate sembrano le più probabili; in alternativa Marchionne potrà dire che siccome lo Stato italiano non ha niente da offrire allora liberi tutti e ognuno per la propria strada.

Immaginiamo però che anche il riferimento temporale agli ultimi aiuti sullo stabilimento di Melfi non sia casuale. Marchionne sa benissimo che lo Stato italiano avrebbe qualche rivendicazione legittima come sponsor “storico” di Fiat. D’altronde l’ad non può dare l’immagine di un gruppo che si dimentica presto degli aiuti ricevuti; il Brasile non ha finanziato l’85% del nuovo impianto per poi sentirsi dire dopo sei mesi che il passato è passato e gli impegni “morali” anche se non scritti si rispettano se non altro perché poi diventa difficile trovare altri “sponsor”.

 

Allora Monti potrebbe ricordarsi che Fiat ha vinto la “gara” indetta dal governo americano per Chrysler non molti anni fa sulla promessa di un travaso di tecnologia dalla stessa Fiat a una decotta Chrysler; in particolare per quella che consente di abbattere le emissioni e i consumi su cui storicamente gli americani non hanno mai investito troppo forti di un prezzo della benzina molto inferiore a quello europeo. Il trasferimento tecnologico è puntualmente avvenuto anche perché nessuno ha mai creduto a un gesto di liberalità senza contropartite da parte dell’amministrazione a stelle e strisce mentre risulta molto difficile che in una gara internazionale per la gestione del terzo gruppo automobilistico americano non si siano trovati altri manager in grado di fare il lavoro di Marchionne. In poche parole Chyrsler su cui Fiat non ha tirato fuori un dollaro cash non è stata regalata a meno che qualcuno pensi che gli Agnelli e l’amministratore delegato che si sono scelti non siano riusciti nell’impresa, veramente difficile da credere, di “fregare” un Paese che ha tre produttori di auto di cui uno co-leader mondiale con Toyota. E nello stabilimento brasiliano non si produrranno cioccolatini ma auto che sono il frutto di anni e decenni di investimenti in design e tecnologia a cui lo Stato italiano ha contribuito. Se fosse così facile recuperare know-how e tecnologia i cinesi non sarebbero da decenni costretti a partnership e acquisizioni strapagate per recuperare quello che evidentemente non è così facile da recuperare neanche in Cina col suo miliardo e passa di consumatori.

Se l’accordo morale con lo Stato brasiliano per uno stabilimento, presumiamo, si misura in più di qualche anno in quanto si deve misurare un intero patrimonio di know-how e tecnologia?  Mettere la trattativa sul piano degli aiuti è un azzardo perché il “sistema Italia” sul tema dopo tutto ha qualcosa da dire e perché, tanto più in un periodo in cui si cerca l’appoggio degli Stati, dimostrare di avere una memoria troppo corta o selettiva non pare una grande trovata pubblicitaria.

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori