BANCHE & BORSA/ Un crollo che dà il via al risiko italiano

- Paolo Annoni

Ieri è stata una giornata nera per i titoli bancari in borsa. PAOLO ANNONI ci aiuta a capire meglio i risultati degli stress test europei e, soprattutto, le conseguenze che possono avere

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Ieri il mercato italiano ha chiuso una giornata di passione, iniziata male e finita peggio, con un calo del 2,4%. Doveva essere il giorno degli stress test, comunicati domenica pomeriggio, ma la performance di ieri è stata il risultato di più fattori. È una premessa necessaria per spiegare quanto accaduto in una giornata in cui, ancora una volta, tra gli investitori sono state predominanti le preoccupazioni per una situazione finanziaria ed economica globale problematica, in cui l’Europa spicca negativamente.

L’Italia è in recessione da ormai 8 anni e sottoperforma i principali competitors europei da almeno 15 anni senza che si vedano segnali di inversione; questa situazione preoccupa gli investitori che si domandano fino a quale punto possa reggere un sistema sotto una così grande pressione. Che il problema abbia trasceso l’esito degli stress test si capisce dal fatto che Intesa e Unicredit, che hanno passato l’esame senza problemi, a metà giornata perdevano il 4%.

A proposito di stress test, le due banche italiane che non l’hanno passato, Mps e Carige, hanno chiuso rispettivamente con un calo del 21,5% e del 17,2%; più in generale, il sistema bancario italiano è il grande “sconfitto” dei test, dato che del totale degli ammanchi di capitale individuati in sede europea quello delle due banche italiane conta per circa il 30%. A questo proposito e prima di entrare nel merito delle possibili conseguenze per il sistema bancario italiano si devono sottolineare due punti.

Il primo è contenuto nel comunicato stampa emesso dalla Banca d’Italia dopo il test che mette nero su bianco i seguenti numeri: “I sistemi bancari e finanziari di vari paesi dell’area dell’euro hanno beneficiato negli anni scorsi di cospicui interventi da parte dei governi: quasi 250 miliardi in Germania, quasi 60 in Spagna, circa 50 in Irlanda e Paesi Bassi, poco più di 40 in Grecia, circa 19 in Belgio e Austria e quasi 18 in Portogallo. In Italia il sostegno pubblico è stato di circa 4 miliardi”. In pratica il sistema bancario italiano esce con un’immagine indebolita pur essendo riuscito a resistere in una crisi drammatica molto meglio dei concorrenti europei. Il confronto con il sistema tedesco o spagnolo è impietoso e dice di pratiche di investimento molto più sane e lungimiranti al di qua delle Alpi.

A questo proposito, ed è il secondo punto, grande “stupore” ha suscitato il successo totale delle banche tedesche comprese quelle da anni al centro di rumours, Deutsche bank, compresa Commerzbank (con il Governo azionista al 17% dopo un salvataggio da 18 miliardi nel 2009) e perfino comprese tutte le landesbank. Alla voce “sorpresa del mercato” si può citare l’incipit dell’articolo del Financial Times che parlava di “sopracciglia alzate” tra gli analisti alla notizia del passaggio dei test delle banche tedesche. La politica in Europa ha pesato, questo quello che tutti pensano e qualcuno fa più che intendere anche per iscritto, nell’esito degli stress test. L’Italia a questo riguardo è ancora molto molto debole e sconta, forse, anche errori di presunzione quando gli aiuti erano pratica comune.

Il secondo aspetto dell’analisi riguarda invece il destino del sistema bancario italiano dopo i risultati di domenica. Innanzitutto la sfida per il sistema è quella di generare profitti in una fase in cui il margine di interesse rimane e rimarrà sotto pressione. Le banche devono fare leva sulle commissioni e focalizzarsi sulla gestione del risparmio e della consulenza, per cui serve ripensare l’approccio alla clientela partendo dagli orari di apertura e finendo con maggiore competenza e specializzazione. Servono molto probabilmente gruppi più grandi e strutturati per “stare sul mercato”.

Per questo il tema dei prossimi mesi sarà quello delle fusioni delle banche di medie dimensioni che in Italia sono per la stragrande maggioranza popolari. Sentiremo sicuramente parlare, sui quotidiani nazionali e non, dell’arretratezza del sistema delle popolari, ma i numeri della Banca d’Italia e la performance di alcune grandi banche capitalistiche, almeno per chi non è completamente smemorato, dovrebbero quantomeno consigliare un po’ di prudenza e umiltà alla critica. Il voto capitario e la performance pessima dell’economia italiana costituiscono una barriera, per il momento, alla calata in Italia di banche estere sulle popolari; se una delle due barriere venisse meno, soprattutto la prima, cambierebbe ovviamente lo scenario.

Lo scenario base sul mercato è quindi che le aggregazioni saranno tra banche italiane. Diverso potrebbe essere il caso di Carige e, soprattutto, Montepaschi, senza tra le altre cose “protezione” del voto capitario. Immaginare un player estero interessato, a prezzi “scontati” ovviamente e dopo, magari, un aumento di capitale iper-diluitivo, non è una follia; banche francesi e spagnole occupano già, in questo senso, i rumours. Una considerazione finale: ovviamente non c’è ricetta migliore per il bilancio delle banche della ripresa dell’economia italiana.

 

P.S.: A proposito di ripresa in Italia, questo è il titolo del Wall Street Journal all’articolo sulla manifestazione della Cgil di sabato: “Italy’s Economic Suicide Movement”.

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