FINANZA E POLITICA/ “L’aiutino” di Draghi e Yellen a Renzi

- Paolo Annoni

La Bce sembra pronta a modificare il Qe e la Fed a non alzare i tassi di interesse. Per l’Italia, spiega PAOLO ANNONI, questo significa mettersi al riparo da analisi puntigliose

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Mario Draghi (Infophoto)

Il presidente della Bce Mario Draghi è intervenuto ieri all’incontro annuale del Fondo monetario internazionale a Lima; l’intervento è arrivato un giorno dopo la pubblicazione del verbale della riunione della Fed di metà settembre che ha spinto nuovamente i mercati. Il presidente della Bce ha fatto intendere la possibilità di un ulteriore intervento dell’Eurotower “alla luce dei rinnovati rischi che sono emersi nei mercati finanziari e delle materie prime”; in particolare, la banca centrale “è pronta a usare tutti gli strumenti disponibili” modificando “la dimensione, la composizione e la durata del programma di acquisto”. Draghi ha inoltre sottolineato i rischi di un rialzo dei tassi di finanziamento.

Per molte settimane i mercati sono stati in balia del crollo delle materie prime e delle valute dei Paesi emergenti che hanno aperto questioni enormi sia sulle prospettive di crescita globale che sulla tenuta dei mercati finanziari. Ieri, per esempio, il Financial Times riportava la notizia che la banca centrale inglese aveva chiesto nelle scorse settimane alle principali banche inglesi informazioni sulla loro esposizione ai trader di materie prime. L’episodio rende perfettamente l’idea di quale sia stato il livello di allarme di fronte al crollo dei prezzi delle materie prime che si era “portato dietro” sia i Paesi emergenti e le loro valute, sia società globali, valga per tutti i timori di fallimento del colosso Glencore, sia i mercati finanziari nuovamente vulnerabili.

Gli scenari che si sono aperti sui mercati ad agosto e a settembre sono stati decisivi per la decisione della Fed di settembre di rinviare il rialzo dei tassi. Dopo la pubblicazione, giovedì, dei verbali della riunione della Fed di metà settembre, le probabilità scontate dal mercato di un rialzo nel 2015 scendevano ancora toccando un misero 8% per fine ottobre e sotto il 40% per dicembre. La pubblicazione dei verbali ha determinato sia un recupero dei prezzi delle materie prime, sia delle valute dei Paesi emergenti; i rialzi, soprattutto se prolungati, fanno venire meno molte preoccupazioni sulla domanda globale e sulla tenuta dei mercati finanziari.

Dai verbali è emersa la preoccupazione della Fed per il rallentamento della Cina e dei mercati emergenti e per il calo dei prezzi delle materie prime, oltre che per un’inflazione insufficiente; è emersa anche la preoccupazione per la situazione dei mercati finanziari a causa del rafforzamento del dollaro. Sia le dichiarazioni di Draghi che la pubblicazione dei verbali della Fed consegnano uno scenario in cui le banche centrali non smetteranno di supportare i mercati e la crescita nel breve-medio periodo. Forse gli Stati Uniti possono anche essere pronti per un rialzo dei tassi, ma probabilmente il resto del mondo, inclusa anche l’Europa, no.

Si spiega quindi la reazione dei mercati di questa settimana che per il petrolio, per esempio, è stata la migliore dal 2009. In uno scenario economico e geo-politico che rimane problematico, come ha evidenziato anche il calo delle esportazioni tedesche, si può contare sul supporto delle banche centrali che garantiscono ancora una rete di sicurezza e bassi costi di finanziamento. Per l’Italia questo significa essere al riparo da analisi puntigliose dei conti pubblici o dell’andamento dell’economia in cui la disoccupazione rimane a livelli record e il Pil cresce a ritmi lentissimi.

È uno scenario in cui si può ancora vendere come successo l’incremento delle stime di Pil italiano del Fondo monetario internazionale per il 2015 e il 2016 aumentate “addirittura” dello 0,1%. Questo incremento ci lascia ancora dietro a Germania e Francia e alla metà della Spagna con un incremento del Pil per il 2016, 1,3%, che è sostanzialmente la metà di quello delle altre economie avanzate (la media è +2,2%). A nessuno probabilmente converrà essere troppo cattivo verso l’Italia nei prossimi mesi, complice liquidità abbondantissima sui mercati, ma non sembra ci sia molto altro per cui festeggiare.

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